Teatro, De Filippo rivive con Francesco Paolantoni

Lunedì, 8 febbraio 2010 - 08:46:00

di Ariela Baco

paolantoni

Il suo volto sereno non tradisce emozioni. E’ contento di vederci, non mostra rughe di stanchezza. Francesco Paolantoni è il primo della sua famiglia ad aver fatto l’attore: “I miei genitori sono morti quando avevo poco più di vent’anni, ed avevo appena cominciato… ma ne erano già contentissimi. Ora c’è mia sorella a gioire con me.” Della passione e del successo. Lui ha cinquantatre anni ma ne dimostra dieci di meno. Il volto levigato, idratato, il sorriso semplice. Parla lentamente con noi. E appare molto contento di parlare di sé. Non si nasconde, si concede come fossimo in un salotto –mentre invece siamo seduti sugli sgabelli di un camerino di teatro; però il tepore che ci circonda è piacevole. In questi giorni Francesco Paolantoni interpreta sulle scene un testo di Eduardo De Filippo, Uomo e galantuomo, con la regia di Armando Pugliese. Lui è bravissimo nel dare vita al ruolo di Don Gennaro, il capocomico di una compagnia di attori poveri e non sempre all’altezza della loro professione, in cui l’espediente del teatro nel teatro è usato non solo per far divertire il pubblico ma per dare una lezione di recitazione utile quanto esilarante. Una commedia che Paolantoni aveva desiderato di interpretare fin da quando per la prima volta la vide, non in teatro ma sul piccolo schermo. “Ma è stato il cinema a far nascere in me la passione per il mestiere dell’attore… il cinema americano. I musical, i film d’avventura. Così ho cominciato prima con gli amici a dar sfogo alla mia vena e poi a diciannove anni ho frequentato  una scuola di recitazione a Napoli.” La città in cui vive ancora, in una casa bellissima, dalla cui finestre vede villa Pignatelli e i suoi giardini. “Io amo molto Napoli, e sono fortunato perché continuo a vederla con gli occhi di un turista. Non solo ne godo i panorami, l’odore del mare… ma non sono costretto a viverne i disagi del quotidiano. Sono spesso in giro per lavoro e quando torno ne vedo solo le bellezze. E inoltre il mio quartiere di disagi non ne ha.” Noi osserviamo con interesse la sua piccole labbra, mentre lui parla, e la sua aria composta ed educata.

“Fare l’attore mi dà la possibilità di esprimere attraverso molti linguaggi l’idea di un carattere, di una persona. Però non ho mai preferito il teatro al cinema o alla televisione. Ogni mezzo ha le sue qualità e specificità. Anche se sono convinto che la recitazione bisogna studiarla in teatro. E’ solo lì che si impara. Che ci si appropria delle basi. A me sono servite poi per i ruoli televisivi – in cui il linguaggio da usare deve essere più facile e leggero – e per quelli cinematografici – dove invece il linguaggio va interiorizzato.” Paolantoni lascia intorno a sé un profumo di serenità. “Non ho l’ansia quando non lavoro. In realtà è perché sono indolente. Forse proprio pigro… perciò mi piace stare senza far nulla… Anche se poi però mi metto a scrivere, oppure leggo. Mi piacciono molto i thriller , in particolare quelli scritti da Jeffrey Deaver. Poi guardo la tv! Ho una vera passione per le sit-com americane. Quanto mi piacerebbe recitare in una serie di queste!” Francesco Paolantoni vive solo. “E’ una condizione che considero ideale. Talvolta mi fa malinconia, ma generalmente mi piace non avere obblighi di attenzione quotidiana verso qualcuno.” Poi si anima e ci sorride. “Però mi innamoro! E quello che mi affascina è sempre irrazionale e imprevedibile. Mi succede senza segnali di preavviso. Sono colto di sorpresa senza che io me lo aspetti in nessun caso… e sono completamente sopraffatto e inerme!” E’ una sensazione di impotenza che sembra avere un risvolto felice in lui. “Generalmente mi rimproverano di essere poco attento… Di trascurare…  Di essere sfuggente. Ed è vero perché io lo sono di natura. Mi rendo conto che per una donna non deve essere piacevole. Perché le donne vogliono certezze che invece io non so dare.”

Il suo sorriso è velato come quello di un adolescente. “Il mio lavoro lo vivo come un gioco: che mi dà soddisfazione, in cui mi impegno molto. Ma non riesco  a vederne l’aspetto sacrale. Mi sembra che infondo ci sia più un po’ di cialtroneria. Che non c’entra con la bravura – perché bisogna essere bravi attori, sempre – ma con il mestiere in sé… I rapporti umani invece necessitano di una grande serietà. E di impegno.” Come un uomo adulto si mostra consapevole. “Ho un rapporto difficile con i bambini per la stessa ragione. Li ritengo complicati e pericolosi. E mi sembrano pericolosi anche i genitori che stravedono per i figli e che si fanno completamente irretire da questi: ne sono alla mercé. I bambini sono dei tiranni! Forse mi fanno proprio paura.” La sua vita si svolge all’interno dei teatri italiani, in tournè, in quest’ultimo periodo. Ad aprile metterà nuovamente in scena uno spettacolo di cui ha scritto il testo, insieme con la sua ex fidanzata Paola Cannatello: Che fine ha fatto il mio io, un’opera comica. I suoi amici hanno spesso professioni simili alla sua. Lui gli cucina gli spaghetti alle telline: “Sono migliori di quelli del ristorante. Perché io so cucinare bene… quando cucino.” Gli piacciono i sapori forti e decisi. “Ma in amore non mi lascio andare in maniera totale.” Non mostra il sapore che sente. “In questo periodo ho dentro un’insoddisfazione latente e costante. Perché la mia vita sentimentale è piena di problemi…” Ma l’amore che non lo abbandona è un altro: “Fare l’attore: è quello che non lascio mai. Che mai trascuro.” Lavorare è la sua libertà: “Quando recito sto bene… Vivo la mia libertà assoluta. E non desidero nient’altro.” La scena è la sua casa, la traccia del suo cammino. Che lui percorre con leggerezza. E che a noi piace guardare per ridere con lui.

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