Tanto 'fuss' per il Fus
di Dom Serafini
| Ascanio Celestini ad Affari: "Altro che Venezia, boicottiamo la tv" Dario Fo ad Affari: "I tagli allo spettacolo sono un attacco alla sinistra" |
![]() |
Una volta funzionava in questo modo: tramite un ristretto circolo di supporto che includeva politici, avvocati e banchieri, i produttori richiedevano ed ottenevano dallo Stato, ad esempio, due milioni di euro per un film. Di questi, uno andava filato nello loro tasche, e l'altro serviva per produrre il film, che, naturalmente, nessuno finiva per vedere. Anzi, il sistema di assistenza faceva sí che fosse addirittura controproducente farlo uscire nelle sale cinematografiche, in quanto avrebbe fatto scattare un meccanismo per il quale i fondi statali dovevano essere restituiti. Allora era meglio che il produttore facesse sí che i film rimanessero nelle cassaforti della Banca Nazionale del Lavoro.Questo per spiegare brevemente in quale ambiente sia cresciuta l'industria italiana dello spettacolo.
Con il tempo, il Fus ha cambiato un po' il meccanismo, ma non il sistema e ora che funziona in forma ridotta, i produttori italiani non sanno quali pesci pigliare. Anzi, lo saprebbero, se potessero attingere ai tanti sistemi vincenti praticati in Canada, Stati Uniti ed Australia, ma non sono consoni al loro lifestyle, pertanto ignorati.
Ci sarebbero anche esempi provenienti dal Brasile, Argentina e Messico. In pratica, ci sarebbe l'imbarazzo della scelta di un modello di sistema industriale per la produzione televisiva e cinematografica, tenendo conto che, ai giorni nostri, il settore televisivo é quello trainante. Ma, per i produttori italiani la via migliore é quella di indispettirsi contro il Governo e, come se non bastasse, anche quella di fare capricci per essersi visti dimezzare il Fus da 456 milioni nel 2008 a 380 nel 2009 (di questi al cinema vanno 70 milioni. La Tv é esclusa). Oltre ai fondi regionali (due) e quelli europei (33).
A mio avviso, per un paese come l'Italia, schiacciato da una gigantesca Hollywood, i contributi statali sono importanti, se non addirittura necessari; devono includere la Tv e vari tax shelter e tax credit. Ma, a patto che questi soldi non servano semplicemente a mantenere il lifestyle dei produttori, le loro ville con piscina a Monte Mario (Roma), i loro Rolex d'oro, sigari cubani e le “papi-girl”. Bensí dovrebbero sostenere un'industria che, oltre a produre profitti, serva a promuovere il sistema Italia nel mondo, in quanto i prodotti audiovisivi venduti all'estero costituiscono la migliore promozione del Made in Italy.
Come dovrebbe quindi essere questo Fus senza 'fuss'? Per prima cosa, lo Stato dovrebbe imporre che almeno il 40% della programmazione televisiva e cinematografica sia di origine italiana ed il 30% proveniente da produttori indipendenti (cioé non legati a societá televisive e di distribuzione). Il concetto 'di origine' a sua volta, ha bisogno di chiarimenti, ma,senza entrare nel tecnico, é fattibile e a vantaggio dell'Italia.
Le reti Tv e i circuiti di distribuzione cinematografica danno poi in appalto ai produttori indipendenti i prodotti audiovisivi, pagandone fino al 75% dei costi di produzione. Agli appaltatori rimarrebbero i diritti di sfruttamento nell'ambito nazionale, mentre ai produttori resterebbero i diritti internazionali con cui recuparare i costi e generare profitti. Ed é qui che lo stato dovrebbe intervenire, perché é suo interesse che, tramite l'audiovisivo italiano, venga promosso il Made in Italy.
É triste vedere come alle fiere internazionali dell'audiovisivo l'Italia sia tristemente assente, se non per RaiTrade e Mediaset. Questo perché, com'é impostato ora, il Fus fa sí che i produttori italiani siano appagati dai ricavi nazionali. Quindi, lo Stato dovrebbe investire (si parla d'investire, non finanziare) su di una buona parte dei costi per la vendita all'estero (ora copre solo il 10%), come la presenza alle fiere, il marketing ai festival, la promozione alle manifestazioni del settore (premi, conferenze) e pubblicitá settoriale, sia per il cinema che per la televisione. Tutto ció richiede lavoro, viaggi, imprenditorialitá, sacrifici ed ingegno. Inoltre, il settore deve risolvere il problema dei costi, perché é incomprensibile che la fiction costi 70.000 euro l'ora in Italia e soli 15.000 in Argentina, che la esporta con successo in tutto il mondo.
Ora bisogna vedere se l'industria dello spettacolo italiana é disposta ad affrontare tutto questo, dopo tanti anni di agio e benessere che lo stato ha assicurato. Se ció non sará possible con la vecchia guardia, speriamo in una nuova e piú dinamica generazione che riuscirá a creare questa proposta.



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.


















