Tagli al Fus, la ricercatrice della Bocconi Ilaria Morganti ad Affari: "Vanno rivisti tutti i criteri"
Di Maria Teresa Melodia
I tagli al Fus hanno scatenato la protesta degli artisti. Ma il Governo sta davvero pensando a una diminuizione dei fondi dello spettacolo? "La quota delle erogazioni attivate dal Fus è andata progressivamente diminuendo tra il 1985 e il 2009, questo è un fatto". Così Ilaria Morganti, ricercatrice Ask, Centro per l'Economia e il management delle Arti e della Cultura, promosso dall'Università Bocconi, ad Affaritaliani.it.
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"I criteri del Fus sono un argomento di dibattito annuale. I criteri attualmenti usati potrebbero essere rivisti. Per esempio viene premiata la storicità. Ci sono delle istituzioni che sono sicure da anni di ricevere i finanziamenti in modo automatico e quindi per tradizione storica rientrano nel gruppo delle istituzioni finanziate. Ciò incide sullo spazio destinato a nuove realtà.
In che modo i criteri del Fus andrebbero rivisti?
"Nell'ottica della capacità di sostenere le esperienze di eccellenza contemporanea e d'innovazione. Il Fus viene ripartito per settori e poi all'interno dei settori viene suddiviso tra le istituzioni che fanno parte di quel comparto. Il criterio della storicità potrebbe essere rivisto. Nello specifico si potrebbe poi discutere sul fatto che circa il 47% del Fus venga destinato alle Fondazioni Liriche-sinfoniche che sono in totale 13. Si potrebbero mettere in discussione le percentuali di ripartizione tra i vari settori che rientrano nello spettacolo dal vivo, proprio per il fatto che il Fus viene ripartito in modo differente a priori fra i diversi sistemi. Potrebbero essere inseriti nuovi criteri per valorizzare una dimensione, anche se piccola, di innovazione".
![]() Mario Monicelli alla manifestazione di protesta |
Ma qual è la sua opinione in merito ai tagli al Fus e alla protesta dallo spettacolo?
"I tagli al Fus si ripetono da anni e proprio la reiterazione della questione ha portato a un grosso indebolimento del sistema culturale. Manca una politica culturale e la consapevolezza del ruolo della cultura come fattore di sviluppo per il territorio. Soprattutto in una situazione di crisi come quella che stiamo attraversando, un ripensameto su questo tema sarebbe doveroso".
Quali sono le conseguenze concrete dei tagli?
"Una è quella identitaria. La mancanza di produzione culturale si misura sul medio termine proprio sulla forza dell'identità personale e sulla possibilità di espressione degli individui. Il secondo aspetto è di tipo economico: la continua riduzione incide sull'infrastrutture del sistema lavoro. Quando si parla di cultura, oltre alle grandi istituzioni culturali come La Scala, il Piccolo Teatro, si parla anche di operatori di settore, tecnici e piccole imprese che costituiscono una varietà di esperienze che risentono in primis dei tagli".
Aldilà della riduzione degli spettacoli che i tagli comportano, ci sono altri problemi?
"Il vero problema è di natura cronica. Lo Stato non ha mai affrontato un reale procedimento di modernizzazione del sistema culturale e dello spettacolo. Se esistesse una politica fiscale e degli strumenti di natura finanziaria a supporto dell'attività di spettacolo, il processo di crescita e innovazione potrebbe essere di supporto all'instabilità dei finanziamenti pubblici. Dall'altra parte le istituzioni culturali dovrebbero prevedere interventi di tipo gestionale sul management delle loro istituzioni, che consisterebbero in una razionalizzazione delle risorse, un adeguamento di contratti e così via. La questione è legata agli strumenti che il Governo mette a disposizione".
Nello specifico quali interventi dovrebbe attuare il Governo in materia culturale? 
Stefano Accorsi è intervenuto nella polemica
"Ci vorrebbero delle agevolazioni di tipo gestionale. Per esempio favorire l'accesso al credito. Per realizzare un evento cultrale è necessario sostenere dei costi, prima di riuscire a incassare i ricavi, e quindi una politica di sostegno in questa direzione si rende necessaria. Sarebbero poi utili interventi legislativi ad hoc uniti a interventi interni delle istituzioni volti ad adottare dei sistemi di gestione orientati all'efficienza. In generale una razionalizzazione delle risorse che sono già scarse. Oltre a un'urgenza economica-culturale, il rischio è che gli artisti e i talenti cerchino all'estero realtà più attrattive.
Nel panorama internazionale, quali modelli potrebbero essere presi ad esempio?
"Nel caso del modello anglosassone, il fundraising (la raccolta fondi, ndr) funziona molto bene e ha una grande tradizione nelle organizzazioni internazionali. Ma le differenze tra le due culture, inglese e italiana, sono così profonde che diventa difficile applicare lo stesso modello a due scenari tanto diversi. Per esempio nella cultura d'oltremanica è diffuso il contributo privato alla cultura, per cui tutti i cittadini sono chiamati a sostenere l'attività delle associazioni culturali che operano nel loro territorio. In Italia questo tipo di comportamento, a mio avviso, difficilmente prenderebbe piede, perchè nel nostro paese la responsabilità delle attività culturali è delegata allo Stato. Nel confronto internazionale, inoltre, una politica culturale così depressa come quella italiana determina un vero e proprio crollo, che incide anche sul turismo culturale, che viene penalizzato da una politica miope".
In definiva appoggia la manifestazione-protesta del mondo dello spettacolo?
"Sì, anche se la riduzione del Fus è un problema di lunga data e non mi aspetto un miglioramento nell'immediato. In una situazione di crisi tutti i settori subiscono dei tagli. Sostengo la polemica non solo per la questione della diminuizione del Fus in sè, quanto per la mancanza di un sistema infrastrutturale, fiscale, finanziario di sostegmo di sviluppo al sistema dello spettacolo. I tagli del Fus penalizzano il sistema nel suo complesso".



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