Tagli al Fus: l'Italia è il fanalino di coda dell'Europa

Giovedì, 23 luglio 2009 - 16:31:00

Di Maria Teresa Melodia

Dopo le  proteste da parte del mondo dello spettacolo, per approfondire la questione dei tagli al Fus, fondo unico dello spettacolo, ad Affari parla la professoressa Marilena Vecco, docente di Economia dell'arte e della cultura e fiscalità dei mercati presso l' Università Cà Foscari di Venezia e autrice di numerosi libri tra cui  il volume 'L'evoluzione del concetto di patrimonio culturale ' edito da Franco Angeli.

Professoressa, da esperta economica, cosa ne pensa dei tagli alla cultura?
La questione dei tagli alla cultura risulta essere una tematica che negli ultimi anni ha acquistato maggior rilievo, considerando, che nonostante i grandi proclami di propaganda, nella realtà, la cultura  risulti essere uno dei settori, che anno dopo anno, ha subito i maggiori tagli.

E' una protesta giustificata quella di attori e uomini di spettacolo?
Molto giustificata e penso che l’opinione pubblica non si sia ancora fatta un’idea chiara di ciò che sta accadendo e quali conseguenze potranno avere questi tagli per lo sviluppo futuro del paese.
Gli addetti ai lavori richiedono maggiori investimenti, ma nella realtà l’Italia è uno dei paesi in cui l’investimento in cultura, sia pubblico che privato, è uno dei più contenuti.

Nella pratica?
Si dice che l’investimento pubblico in cultura rappresenti lo 0,30% del Pil, oppure che sia uno a quattro o uno a dieci rispetto a quanto viene investito in altri paesi europei; qualunque sia il metro assunto, si tratta di una percentuale molto bassa. Rilevante risulta essere il debito pubblico e altrettanto rilevante le tasse che gravano su imprese e cittadini in Italia. Aumentare la pressione fiscale o espandere il debito pubblico per finanziare la cultura  risulta essere particolarmente difficile.

Cosa comportano questi tagli? Com'era prima la situazione?
Una delle immediate conseguenze sarà rappresentata da un impoverimento culturale generale. Produrre cultura di buona qualità risulterà essere sempre più difficile, e come sempre accade, ad un taglio ne seguirà un altro. Abbiamo uno scenario simile rappresentato dagli investimenti in ricerca e innovazione:  l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Che il nostro paese spenda poco in ricerca è un dato di fatto: l’1,2% del Pil (dati OCSE 2005, riferiti al 2003) posiziona il nostro Paese ben lontano dai paesi nordici noti per i loro investimenti (ad esempio, la Finlandia spende in ricerca e innovazione il 3,5% del Pil) e più indietro non solo rispetto a paesi come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna (che spendono tra l’1,9 e il 2,6% del Pil) ma anche alla media europea e ad Austria, Belgio, Norvegia, Repubblica Ceca. Meno di noi, in Europa, investono solo la Spagna e alcuni nuovi Paesi membri. La spesa totale per ricerca e sviluppo, in termini percentuali, è ferma in Italia agli stessi livelli del 1991. Ciò che colpisce negli altri Paesi è l’entità dei finanziamenti privati. Non parlo delle classiche esternalità attribuite alla produzione e consumo di cultura, ma di un impatto economico, sociale e naturalmente culturale. Agli inizi degli anni Duemila l’OCSE ha avviato un filone di ricerca sul legame esistente tra cultura e sviluppo locale, evidenziando come la cultura sia un catalizzatore economico e uno strumento di rigenerazione multidimensionale. Investire in cultura significa attribuire il giusto valore alla conoscenza e alla creatività, e conoscenza è progresso.

 

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