Poesia italiana: bandiera bianca o "rissa in galleria"?
di Guido Oldani (poeta)
Sulla questione poetica, aperta su Il Corriere della Sera da Paolo di Stefano, il cantore di Marcinelle e proseguita su diversi quotidiani italiani, trovo forse non inutile intervenire una seconda volta. Mi pare emergervi, in alcuni degli interventi succedutisi, il senso di una mancanza, persino un arretramento al Simbolismo, alla ricerca di punti fermi. Nel contempo, mentre taluno lascia le cattedre di teoria della letteratura, per trovarne un dibattito bisogna, ad esempio, spingersi negli Stati Uniti, dove sta per venire alla luce il n. 29 di "Annali d'Italianistica", 2011, University of North Carolina at Chapel Hill, dedicato a "Italian Critical Theory", a cura di Alessandro Carrera.
Il 900, in poesia, è stato un secolo splendidamente letterario e due guerre mondiali hanno lasciato, tutto sommato, un segno limitato nella sua scrittura. Ora siamo finalmente usciti dal gentile tunnel della letteratura stessa e, questo parto, ecco che genera non pochi turbamenti. Un po’ come chi, disperato, non trovi di meglio che suicidarsi appendendosi al collo, anziché un masso, la Pietà di Michelangelo: il risultato è lo stesso. Il 900 poetico è questo prestigiosissimo masso.
Può succedere che si ritenga che oggi manchi un decisivo “produttore di senso”, da cui derivare una poetica o un pensare non debolmente. E’ proprio quello che non manca, anzi, ce n’è da essere travolti. Come diceva Schopenhauer “la prima regola, e forse l’unica, del buono stile è che si abbia qualcosa da dire: con questa regola si va lontano!”. La faccenda, mi pare, la semplificherei così: nella Genesi, Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza; secondo Feuerback è l’uomo a creare Dio a propria immagine e somiglianza; nel nostro tempo, credo, è l’oggetto a creare l’uomo nella maniera citata.
Come ciò può accadere? Ecco il travolgente produttore di significato: essendo l’umanità intera sciamante, per irrinunciabile legge esistenziale, verso gli oggetti che la determinano, il mondo è diventato una clessidra e, mentre nell’ampolla sottostante è già imballata la parte prevalente del condominio terrestre, in una sorta di Gerusalemme infernale, l’ampolla superiore si va svuotando sempre di più, in modo che tutti si finisca nel rimescolio corpiumani-oggetti, per costruire, questa volta, la tanto rinviata torre di babele, in cui i corpi e gli oggetti sono i veri laterizi. In questo vivaio, in continua espansione totalizzante, è avvenuta una mutazione antropologica così che l’uomo, dopo alcuni anni, non viene più ad assomigliare al proprio cane che porta al guinzaglio ma addirittura alla di lui museruola.
Intanto, il sisma che tutto questo comporta, cercando una vana razionalizzazione, ci fa credere di essere annoiati o nauseati, ma queste erano sensazioni confinate nell’arcaico 900 letterario, nostra reliquiaria pietra al collo. Di fatto, se esiste un Futurismo superstite, esso riguarda i corpi umani itineranti e non più le povere macchine che ci governano. Intanto la similitudine si rovescia, non più i figli assomigliano ai padri ma viceversa e i figli sono gli oggetti. E’ cambiato completamente il modo in cui la realtà si pone sotto (o sopra) il nostro sguardo testimoniale. Se dovessi sospettare qualcosa, è che oggi si possa incorrere nell’equivoco di scambiare l’alba con il tramonto. Questo, però, dà un’incertezza destinata a non durare a lungo.



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