Street Art: I 'Nati per strada' invadono i musei di Parigi
di Iskra Naydenova Cannizzaro
I graffiti sono un'espressione artistica clandestina e illegale che rivendica libertà e autonomia. Chiuderla all'interno di un museo, pieno di sponsor e didascalie che svelano i nomi degli autori (che solitamente cercano di mantenere l'anonimato), non corrisponde a snaturare questa forma d'arte, rendendola identica a tutte le altre e facendole quindi perdere l'anima ribelle che la contraddistingue?
Né dans la rue é la mostra presentata alla Fondazione Cartier di Parigi che testimonia l'evoluzione della Street Art attraverso l'opera di 10 artisti. "Noi siamo coscienti di queste obiezioni, perciò abbiamo cercato di non estraniare totalmente i graffiti dal loro contesto urbano, avvalendoci di video, fotografie e suoni. D'altro canto non possiamo però nemmeno cadere in una specie di pseudo riproduzione", spiega Leanne Sacramone, uno degli organizzatori della mostra.
E il percorso espositivo è effettivamente fedele a quanto annunciato da Sacramone. La visita comincia nel sottosuolo, dove si finisce direttamente negli anni 1970, nel cuore di New York, circondati dall'architettura newyorkese, dai suoni, dai graffiti di P.H.A.S.E. 2, Part One et Seen.
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Giovani portoricani, afro americani e immigrati recenti si sentivano esclusi dalla società della classe media, che semplicemente li ignorava. Ma loro esistevano, e non volevano essere ignorati. Un segno tangibile, una firma scritta su di un muro, segno di riconoscimento di una persona, di una banda o di un quartiere intero, segno di distinzione rispetto agli altri. Da principio autografi e codici numerici non volevano essere un’espressione artistica, bensì un autografo, un segno di riconoscimento e di distinzione. Poi i wagoni delle metropolitane e da lì il disegno, che si distingue dalla firma, per esprimere qualcosa di più.
Nel 1980, quando il fenomeno è già generalizzato e combattuto dalle autorità, compaiono i graffittari newyorkesi che cominciano dalla strada per poi però farsi notare dai responsabili dei musei, è il caso, solo per citarne alcuni, di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Di Basquiat è la grande tela esposta alla Fondazione Cartier, più scritta che dipinta. Un’evoluzione inarrestabile, che parte dagli angoli marginali del ghetto alla conquista inconsapevole di uno spazio importante nel panorama artistico. Questo passaggio, dai muri ai vagoni di treni, fino ai supporti leggeri, mobili e collezionabili, si è prodotto a New York verso la fine degli anni 1970, con writers come Lady Pink, Dondi, Crash e Daza.
‘Né dans la rue. Graffiti’. Fondation Cartier, 261, boulevard Raspail, Paris



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