In esclusiva la sceneggiatura segreta di “12 years a slave”: Brad Pitt produce e interpreta il nuovo film-provocazione di Steve McQueen,

Arriva nelle sale italiane il tanto atteso e discusso Shame, il film dell'artista nero inglese Steve McQueen. E, nonostante il successo annunciato, è già polemica sulla violenza delle vicende e soprattutto per la scena del protagonista che fa pipì inquadrato di spalle e dal basso per fare vedere bene il suo rapporto col proprio pene. E mentre la critica si divide (genialità o pornografia insensata) il regista lavora con Brad Pitt a “12 Years a Slave"...

Giovedì, 12 gennaio 2012 - 12:14:07

Schiavismo, tortura, lotta strenua per la libertà. Questi i temi di “12 Years a Slave”, il nuovo film che l'artista nero inglese Steve McQueen ha appena cominciato a girare con Brad Pitt (anche produttore con la Plan B Entertainment), il nuovo attore di culto del regista, e Michael Fassbender, uno dei suoi interpreti prediletti. “12 Years a Slave” sarà una storia di riscatto ancora più cruda dei precedenti “Hunger” e “Shame”, che raccontavano la resistenza alla segregazione carceraria e la prigionia dell’ossessione pornografica.

Ma intanto arriva in Italia il tanto atteso e discusso Shame.

LA POLEMICA - Anche se accolto come uno dei migliori film dell'anno, in America è stato distribuito un mese fa in tempo per essere candidato agli Oscar, allo scorso Festival di Venezia i critici lo hanno fischiato. A dare scandalo, oltre alla violenza diffusa e alla complessità della trama, è la scena del protagonista che fa pipì inquadrato di spalle dal basso per fare vedere bene il suo rapporto col proprio pene, parte che ha motivato il divieto ai minori di 14 anni da noi e di 17 in America. Ma, nella mischia, c'è anche chi lo difende, sostenendo che l'Italia sia un Paese restio alle novità e alle provocazioni. Ma sottolineano alcuni esperti, "non si parli di porno", è un film sofferente, doloroso, non c'è nessun compiacimento nella descrizione dei molti atti sessuali del suo protagonista, c'è di tutto, anche se McQueen, come in "Hunger", costruisce il suo film intorno al corpo e al martirio della carne e della mente del suo protagonista. Impeccabile la performance dell'attore sex symbol Micheal Fassbender.

 

LA TRAMA - Brandon ha un problema di dipendenza dal sesso che gli impedisce di condurre una relazione sentimentale sana e lo imprigiona in una spirale di varie altre dipendenze. Nulla traspare all’esterno: Brandon ha un appartamento elegante, un buon lavoro ed è un uomo affascinante che non ha difficoltà a piacere alle donne. Al suo interno, però, è un inferno di pulsioni compulsive. Va ancora peggio alla sorella Sissy, bella e sexy, ma più giovane e fragile, la quale passa da una dipendenza affettiva ad un’altra ed è sempre più incapace di badare a se stessa o di controllarsi. Dopo aver colpito indelebilmente gli occhi di chi ha visto il suo primo film, Hunger, colpevolmente non distribuito in Italia, il videoartista britannico Steve McQueen richiama con sé Michael Fassbender come protagonista di Shame, un film che è altrettanto politico, nelle intenzioni, per quanto non lo sia esplicitamente nel soggetto (com’era invece per la vicenda di Bobby Sands).

Alla prigionia del carcere, dove l’uomo è privato di tutto, si sostituisce qui una trappola mentale altrettanto incatenante e umiliante, favorita paradossalmente dalla libertà di potersi comprare tutto e subito: una escort, una stanza d’albergo o un film. È l’altra faccia della società “on demand” quella che McQueen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato di una tristezza senza freni. La nudità di Fassbender, che apre il film, è soprattutto una condizione figurata e quando, man mano che il minutaggio avanza, l’interpretazione dell’angoscia si fa più dichiarata e arrivano le lacrime e le contorsioni, si ha quasi l’impressione che non aggiungano molto ma diano solo più senso a quelle prime sequenze, che già contenevano tutto. Meno straordinario di Hunger, più imploso e grigio (non solo nella pigmentazione), Shame conferma la grande capacità di McQueen nella scelta delle inquadrature, il suo lavoro singolare sul sonoro, la poetica dell’accostamento di bellezza e brutalità, qui meno evidente ma non meno presente. Ma un grande dono viene senza alcun dubbio al film dal contributo di Carey Mulligan, che presta la sua bravura al personaggio tragico di Sissy e al suo sogno senza fondamento di un “brand new start”, di poter ricominciare da capo lì a New York perché, come canta in una sequenza da brivido, “if I can make it there I’ll make it anywhere”. Ma è vero soprattutto il contrario.

 



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