Sorrentino ad Affari: "Film italiani senza coraggio"

Venerdì, 7 ottobre 2011 - 13:30:51
paolo sorrentino

di Lorenzo Lamperti

"Fare un film costa tanto e c'è troppa paura". In un'intervista ad Affari, Paolo Sorrentino non le manda a dire sul nostro cinema: "Si tendono a fare cose rassicuranti che possano piacere a tutti. Succede ovunque, ma in Italia la situazione è aggravata da un oligopolio in cui i contendenti potrebbero pure mettersi d'accordo".

Il regista napoletano, autore di capolavori come Le conseguenze dell'amore e Il divo, non smentisce la sua fama di essere un autore controcorrente, nemmeno dopo essere andato a girare un film nel cuore dell'industria cinematografica mondiale, l'America."Gli Stati Uniti sono un luogo da sogno. Girare lì per me è stata come una lussuosa vacanza, lontano dalla difficile realtà italiana". E sugli obiettivi per il futuro: "Ma quale Oscar, voglio una Palma d'oro a Cannes".

L'INTERVISTA

This Must Be The Place

Il film racconta la storia di Cheyenne, un rocker ebreo cinquantenne interpretato da Sean Penn. Cheyenne si è ritirato dalle scene e vive a Dublino ma si veste ancora come quando era sulla breccia: capelli alla Robert Smith dei Cure, rossetto rosso, orecchino e cerone bianco. In bilico tra noia e depressione, la sua vita cambia alla morte del padre, con il quale non parlava da 30 anni. A New York trova i suoi diari e decide di proseguire le ricerche del padre, che aveva speso la vita a dare la caccia a un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Paolo Sorrentino firma il suo primo film americano ma rimane fedele al suo stile: regia perfetta e visionaria al servizio di un protagonista stralunato. Sean Penn è magnifico nei panni di un uomo che recupera se stesso in un improbabile viaggio on the road. Lontano dai personaggi foschi e controversi tipici del suo cinema, Sorrentino tratteggia i caratteri di un uomo che in fondo non ha mai smesso di essere bambino e che si può permettere di dire: "La vita è piena di cose belle". Conclusione del tutto diversa da quella di Tony Pisapia, il protagonista de L'uomo in più, esordio cinematografico del regista napoletano: "La vita è 'na strunzata". Tutto è giocato sui tempi: il tempo necessario ad amare, il tempo da dedicare al compiere oppure attendere una vendetta, la lentezza dei movimenti di Cheyenne. La musica, assoluta protagonista del film, agisce in modo diverso rispetto ai suoi altri film: non fa da contrappunto alle immagini, ma le accompagna. Sorrentino riesce a unire con armonia realtà e fantasia, racconto e stile visivo, cultura pop e Olocausto. Spesso quando un autore europeo gira un film in America perde i suoi tratti essenziali, non lo si riconosce più. Sorrentino invece no, è sempre lui.

Per certi versi questo film sembra quello più sentito, più libero tra quelli che hai girato. E' solo una sensazione oppure è vero? Ed è un caso che tu l'abbia girato fuori dall'Italia?

"Tutti i miei film sono sentiti, però in effetti diciamo che questo film è quello che più coincide con il sentimento della libertà. Gli Usa sono un luogo che ho sempre sognato e andarci per me ha sempre rappresentato l'idea di libertà assoluta. In Italia la realtà è più sfaccettata e difficile; girare in America invece è stato più rilassante. In un certo senso è stata una lussuosa vacanza". 

Anche per quanto riguarda la musica sembra che il rapporto tra immagini e suoni sia meno complesso che negli altri tuoi film.

"Sì è vero. This Must Be The Place è un film su tutto quello che non solo mi piace, ma anche su ciò che ha contrassegnato la mia adolescenza, un'età che è per tutti decisiva. Quello che ti entra dentro quando sei ragazzo ti segna per sempre e ti influenza per tutta la vita, spesso più nel male che nel bene. Ma tra le tante cose inutili emergono dei regali e tra questi la musica dei Talking Heads e il sogno degli Stati Uniti. Il film fa sua l'idea romantica del viaggio e della libertà perché ci ho messo dentro tutta quella voglia che avevo di andare lontano quando ero un adolescente".

Quindi anche l'idea di questo film ti era già nata quando eri adolescente?

"Non ricordo se proprio l'idea esatta però è possibile che qualche cosa risalga ad allora, sì. Ancora adesso conservo un file sul computer con dentro scritte tutta una serie di idee che mi erano venute quando avevo 19 o 20 anni e a cui attingo ancora adesso. Ecco, sicuramente l'interesse verso il nazismo e l'Olocausto ce le avevo già a quei tempi".

Hai dichiarato che i registi italiani hanno un sacco di materiale per tirare fuori storie interessanti. Ci puoi fare un esempio di qualcosa che ti piacerebbe raccontare?

"Ci sono tante cose. La realtà italiana è tutto tranne che grigia. E' molto più complicato fare un film in Svizzera che nel nostro Paese. Basta aprire i giornali e ogni giorno vengono mille idee su possibili film, ispirati a fatti di cronaca o a fatti politici... C'è un panorama molto attraente".

Hai portato al cinema la figura di Andreotti. Non c'è un'altra figura che ti piacerebbe approfondire, magari un personaggio grottesco dell'Italia di oggi?

"Tutti dicono che io faccio film grotteschi ma non è così. Ho sempre girato film molto vicini alla realtà, anche se con una messa in scena molto irrealistica. Ci sono tante figure reali che assumono comportamenti grotteschi, ma non per questo smettono di essere reali. Ecco, a me interessa indagare tutte le possibilità del comportamento umano e questi personaggi reali e grotteschi insieme sono quelli che più mi ispirano. Di solito queste caratteristiche ce le ha chi fa cose malsane e in Italia, purtroppo, c'è tanta gente di questo tipo".

Tempo fa avevi detto che in Italia fare film diversi da quelli più popolari, "normali", era drammaticamente difficile. E' ancora così o magari successi come il tuo Il divo o Gomorra di Matteo Garrone hanno aperto la strada a una produzione più sperimentale?

"Non è che le cose siano cambiate molto. E' molto complicato perché molto spesso gli sceneggiatori si autocensurano, ancora prima di immaginare certe storie. O addirittura prima ancora di capire di essere in grado di scrivere qualcosa di diverso. Ma direi che questa non è una situazione solo italiana, per esempio anche in Francia succede lo stesso, anche se lì producono molti più film. Accade ovunque e il motivo è semplice: il cinema costa molto e mette paura. E' più facile sperimentare con un libro o con un quadro perché intorno ci girano meno soldi. Invece con i film si tende a essere rassicuranti, non rischiare nulla e accontentare il maggior numero di persone possibili. Per questo ci sono decine e decine di film che sembrano tutti uguali, riprendendo in continuazione gli stessi schemi narrativi, ma in Italia la situazione è aggravata dal fatto che non esistono molti soggetti economici impegnati nel cinema".

E che conseguenze ha questa scarsa presenza di soggetti economici sulla produzione cinematografica italiana?

"C'è poca concorrenza. Lo so che lo dicono tutti, ma è così. Si è creata una situazione di oligopolio e in un panorama del genere i contendenti possono pure mettersi d'accordo".

Qualcuno dice che This Must Be The Place potrebbe entrare nelle nomination per gli Oscar. E' un obiettivo a cui tieni? E per il futuro che progetti hai, magari un secondo libro dopo Hanno tutti ragione?

"In questo momento non ho in cantiere un nuovo libro. E onestamente non ho in cantiere neppure di vincere un Oscar. Devo dire la verità: l'Oscar è una cosa meravigliosa ma tra i tanti sogni che ho non occupa necessariamente il primo posto. Mi piacerebbe di più vincere la Palma d'oro a Cannes, anche se ho paura che dovrò rinunciarci definitivamente (ride). Sono andato lì con quattro film e ancora non l'ho portata a casa..."

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