Simone Perotti e la "decrescita felice" nell'editoria...
| LA "DECRESCITA FELICE" DIVIDE GLI EDITORI MEDIO-PICCOLI ITALIANI... Gli editori italiani si "dividono" sulla proposta di "decrescita felice" ("Pubblicare meno, pubblicare meglio") lanciata da Cassini (Minimum Fax). Oltre al problema delle rese, c'è anche il "fantasma" Amazon che fa paura. Nel dibattito, che oggi su Repubblica ha coinvolto numerosi editori medio-piccoli (e non mancano i dubbi sulla proposta di Cassini), interviene su Affaritaliani.it Raffaello Avanzini di Newton Compton, che un po' sorpresa spiega: "Rispetto all'anno scorso, quest'anno portiamo in libreria 13 titoli in meno. Allo stesso tempo, però, in questi primi mesi del 2011 siamo in crescita del 25% sul mercato". E aggiunge: "Produrre meno, produrre meglio? Io aggiungo: prezzi più giusti, e cioè più bassi. E' la mia ricetta vincente". E su Amazon...". LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA E SEGUI IL DIBATTITO CON LE VARIE POSIZIONI DEGLI EDITORI ITALIANI "Decrescita felice? Da sempre Feltrinelli non inonda il mercato. E i risultati ci danno ragione, anche in un momento difficile come questo" LO SPECIALE
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di Simone Perotti (scrittore)
![]() Simone Perotti |
Nel cercare caparbiamente la decrescita, il rallentamento, per il tramite della sobrietà, con l’obiettivo dell’autenticità, mi sono trovato a constatare quanto sia utile, necessaria, provvidenziale. Io correvo troppo, facevo troppe cose, la gran parte di esse inutili al mio benessere. Soprattutto, non facevo quelle utili, cioè quelle che sul mio benessere avevano un impatto essenziale. Ridurre tutto (lavoro, costi, disponibilità al dovere verso il ruolo sociale) ha generato tempo e condizioni favorevoli per tentare l’intentabile (almeno in questa epoca): somigliare il più possibile all’idea che avevo di me. Ciò che definirei autenticità, o almeno provarci.
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Non so come questo possa essere trasferito nell’ambito editoriale. Ho l’impressione che, se ci si riferisce al solo numero delle uscite annue di libri, la parola venga utilizzata impropriamente. Se il mercato editoriale decrescesse credo che sparirebbe, visto quanto è contenuto il suo giro d’affari. La distribuzione drena troppa parte dei proventi, gli autori guadagnano troppo poco, le librerie sono intasate di novità, i prezzi sono troppo alti, troppi nuovi autori faticano ad essere letti con attenzione dagli editori, il lancio e la promozione dei big è troppo preponderante sugli autori che vendono meno. La lista potrebbe allungarsi a mano a mano che si approfondisse il discorso.
Mi preme invece parlare di un aspetto quasi mai citato e decisamente mai affrontato. Oltre a produrre meno e allungare la permanenza in libreria dei titoli, occorre urgentemente comunicare. Quando Alessandro Baricco, col suo programma televisivo Pickwick, mostrò che di libri in tv si poteva parlare facendo audience, interessando i telespettatori, facendo volare le vendite di libri del catalogo, ero certo che sarebbe nata una nuova era: quella della divulgazione culturale televisiva, di massa, seguita a ruota da una grande crescita del volume dei libri venduti. Non accadde. Oggi, come da sempre, il 2% dei lettori ha idee chiare, segue un filo, sa tutto quel che deve sapere. Il resto entra in libreria e compra i titoli sul banco delle novità. Ho il sospetto che, come la Procter & Gamble con l’invenzione delle Soap Opera (telefilm ideati per vendere i detersivi), gli editori italiani dovrebbero investire sulla comunicazione calda, emozionale, in grado di far correre migliaia di persone in libreria per comprare La Follia di Almayer di Joseph Conrad. Invece che ridurre i libri, o mentre si opera questa riduzione, occorre aiutare i lettori a non comprare solo i libri di Vespa o di Eco (a scatola chiusa) ma i libri che potrebbero davvero piacere loro. Come sappiamo, la readership dei grandi successi, comprati quasi meccanicamente da tutti, è assai più bassa di quella dei libri scelti con cura, per motivi di autentico interesse, da un lettore motivato.
Io se fossi un decisore del mondo editoriale non penserei a decrescere, ma a crescere, occupandomi di ridurre i prezzi, pagare meglio gli autori, fare uno sforzo comune per aiutare i lettori a “sentire” maggior bisogno di leggere libri più interessanti, più affascinanti, non solo i best seller, che a volte deludono non per mancanza di qualità, ma perché il lettore ha i suoi gusti e dovrebbe riuscire a soddisfarli in modo mirato. Il lavoro di vendere il libro giusto alla persona giusta, un tempo, lo faceva il libraio. Oggi devono farlo, e massicciamente, la televisione, il cinema, la radio, internet. Il problema di ogni mercato non è produrre troppo, ma vendere poco. Se si parla sempre e solo dei best seller, se se ne parla male, in modo freddo, solo sui giornali (che leggono in pochi), e se poi libri sbagliati vengono venduti al lettore sbagliato, a un prezzo troppo alto, non potrà esserci nessuna crescita. Figuriamoci la decrescita.
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