Seneca è tra noi
L'epoca di Internet (e dintorni) offre anche delle opportunità, per esempio quella di esimere dalla stesura di laboriose note bio-bibliografiche sugli autori dei testi. Seneca è, a ogni modo, troppo noto per richiedere particolari presentazioni: è un classico che ha attraversato con successo i secoli, lasciando profonde tracce nella storia del pensiero occidentale. Così nel nuovo libro su Seneca, Gavino Manca introduce un filosofo tanto attuale...
Lucio Anneo Seneca
La tranquillità dell'animo / La brevità della vita
Prefazione: Roberto Cotroneo
Introduzione e traduzione: Gavino Manca
Prezzo: € 12,00
104 pagine
Metamorfosi Editore
Introduzione
Seneca tra noi
Gavino Manca
L'epoca di Internet (e dintorni) offre anche delle opportunità, per esempio quella di esimere dalla stesura di laboriose note bio-bibliografiche sugli autori dei testi. Seneca è, a ogni modo, troppo noto per richiedere particolari presentazioni: è un classico che ha attraversato con successo i secoli, lasciando profonde tracce nella storia del pensiero occidentale. Visse uno dei periodi più tormentati della Roma imperiale, sperimentando il potere ai più alti livelli, ma anche le grandi sventure della perdita della libertà, il lungo esilio in Corsica, e della vita, il suicidio ordinato da Nerone, del quale era stato precettore.
Scrisse in molti generi letterari; soprattutto di filosofia. Sette sono i cosiddetti Dialoghi morali, fra i quali i due qui presentati; vi si aggiungono due altri trattati morali, La clemenza, inutilmente indirizzato a Nerone, e I benefici; all'ambito scientifico appartengono le Questioni naturali, un'opera imponente nella quale vengono esaminati, in modo non sistematico, i fenomeni naturali; sue sono anche nove tragedie di argomento mitologico. Tardi, ormai ritirato dalla politica, Seneca indirizzò oltre cento Lettere di argomento filosofico e morale a un amico, Lucilio; esse sono ora brevi biglietti, ora veri e propri trattati, tutte scritte con grande immediatezza e concretezza e con la vivacità che danno le occasioni della vita e del pensiero.
Su cosa consista lo stoicismo (o neo-stoicismo) senecano non è difficile trovare ampi riferimenti; basterà qui ricordare alcuni grandi temi intorno ai quali esso ruota: la responsabilità della persona nella ricerca della verità e delle scelte esistenziali; la libertà come capacità, attraverso la ragione, di non avere desideri né timori; la virtù fondata sull'armonia con le leggi di natura; la tranquilla disponibilità verso le alterne vicende della sorte; l'impegno a corrispondere ai bisogni dei singoli e della collettività; e si potrebbe continuare a lungo.
Ma veniamo ai due dialoghi oggetto della presente "offerta"; rispetto agli altri dialoghi di Seneca, La tranquillità dell'animo (De tranquillitate animi) presenta almeno due caratteristiche tali da renderlo particolarmente gradevole: da un lato è più variegato e ricco nella tastiera tematica, e dall'altro è meno "stoico", cioè meno radicale e rigido nella precettistica morale. Ma sembra giusto dire che questo dialogo è anche, e soprattutto, un piccolo, delizioso trattato di psicologia; a cominciare dalle prime pagine. Da quando Sereno, il giovane amico di Seneca, si rivolge al Maestro per spiegargli il suo particolare stato d'animo, incerto e ondeggiante tra sentimenti contrastanti: quelli che lo spingono verso la modestia, la sobrietà, la riservatezza, e quelli che subiscono l'attrazione verso il lusso, le grandezze, la società.
Sentimenti che si riflettono nella dialettica tra una vita ritirata, lontana dagli impegni pubblici e privati, o invece proiettata all'azione e all'assunzione delle responsabilità a essa collegate. Per mettere subito… tranquillo l'amico, Seneca gli dice che il suo non è un caso grave e nemmeno isolato: al contrario, lo stato della maggioranza degli uomini è ben peggiore, è quello del taedium vitae. Tedio che deriva dall'avere voluto (e avuto) tante, troppe cose, dall'aver sperimentato un po' tutto, correndo da uno svago all'altro, da un luogo a un altro, finché - con la stanchezza per un'alternanza ormai monotona e deludente - nasce la reazione: "Sempre le stesse cose! e fino a quando?".
La tranquillità dell'animo contiene un'altra splendida pagina di psicologia sociale, anch'essa particolarmente attuale: la descrizione della giornata frenetica di chi vaga, da mattina a sera, per la città, alla ricerca di incontri, di cose da fare, senza motivi precisi, ma spinto da qualche misteriosa (e sconosciuta) molla o speranza: Seneca non parla di tensioni alla ricchezza, al potere, o altri achievements; con ciò meglio sottolineando la totale irrazionalità di certo comportamento umano. "Mi chiedi quale rimedio si debba usare contro questo tedio della vita", dice Seneca, avviando la parte educativa del dialogo, che presenta uno sviluppo, come si è detto, più ricco e più aperto degli altri. Seneca non ha dubbi nell'indicare, in via prioritaria e fondamentale, la vita "attiva", l'impegno pubblico, in prima fila, da araldo della virtù, con l'esempio e la guida (sarà il motivo è centrale e unico di un altro dialogo, La vita felice). Ma qui si aggiungono altre ipotesi e possibilità; quella - altrettanto opportuna - della vita "ritirata", dedicata agli studi, alla frequentazione di pochi, ma buoni amici: perché "la virtù diffonde i suoi effetti anche da lontano e stando nascosta". Ma torniamo al trattato di psicologia, e a due interessanti "istruzioni", efficacemente analizzate: la prima che sottolinea l'importanza di arrivare a conoscere bene se stessi, le proprie attitudini, propensioni, capacità, per adattare a esse gli impegni, le occupazioni, evitando di imboccare strade sbagliate o comunque senza via d'uscita. La seconda riguarda l'importanza di imparare ad adattarsi, a non ostinarsi troppo sui propri intendimenti, a sapersi comportare in funzione delle circostanze. E questo, rispetto alla rigida morale stoica, costituisce una bella novità!
La tranquillità dell'animo propone, ovviamente, molti altri classici temi senecani, che è inutile qui commentare: vale però la pena di ricordarne uno, anche perché costituisce un altro esempio di eccezione alla morale stoica: quello dove Seneca parla dell'utilità di far riposare, di tanto in tanto, l'animo, di allentare la tensione, di prendere qualche vacanza rilassante. Non si resta certo impressionati dal ricordo dei grandi personaggi che facevano la pennichella nel pomeriggio o rifiutavano di leggere le lettere arrivate dopo una certa ora, quanto - piuttosto - dall'elogio del bicchiere di vino o addirittura di qualche occasionale e contenuta sbornietta, capaci - dice Seneca - di eccitare la mente, sollevarla come per un'ispirazione divina e farla cantare con voce sovrumana. Perché, "finché la mente ha sempre il controllo di sé, non può esprimere nulla di sublime e di elevato: occorre che si scosti dall'abituale, si slanci, morda il freno e trascini il suo cavaliere, portandolo là dove egli avrebbe paura di salire".
* * *
Il tema del tempo è centrale ne La brevità della vita (De brevitate vitae), un testo che non si può leggere (o rileggere) senza essere colpiti dalla sua attualità. Quante volte, alla fine di una giornata o, peggio, in un momento di riflessione sulla nostra vita, abbiamo dovuto tristemente riconoscere che tanta parte di essa se ne è volata via, bruciata dal "tragico quotidiano"! E sorge allora profondo il rammarico, il senso di colpa per non aver saputo spenderla meglio verso noi stessi e gli altri. La vita, in realtà, non è breve, il tempo che la natura ci concede non è poco; è che ne sprechiamo tanto: questo il messaggio di Seneca, attuale perché forse mai come oggi il tempo della vita ha avuto dimensioni e problemi al cui confronto quelli della Roma imperiale, pur senza sottovalutarli, appaiono irrisori. Basti pensare per un verso al fenomeno del "tempo libero", grande conquista della democrazia e del progresso, e per un altro verso a quello della "società dell'informazione", dominata dalla presenza invasiva dei mass media. Realtà che da un lato dilatano la dimensione del tempo, ma dall'altro la restringono, soffocandola.
Mai come oggi, quindi, appaiono importanti il messaggio senecano e le sue raccomandazioni, in primo luogo quella di dedicarsi anzitutto a se stessi. "Cerca di ricordare quando sei stato fermo nei tuoi propositi; quante giornate sono trascorse proprio come avevi stabilito; quando sei stato padrone di te stesso, e il tuo volto è rimasto impassibile e il tuo animo intrepido; cosa hai realizzato in una vita così lunga e quanto della tua vita ti è stato sottratto dagli altri senza che ti rendessi conto di quel che perdevi; e il tempo che ti hanno portato via l'inutile dolore, la sciocca allegria, un'avidità insaziabile, il frivolo conversare… Vedrai quanto poco, in definitiva, te ne sia rimasto del tuo; allora capirai che muori prematuramente".
Ma qual è la ragione di questo disperdersi, di questa prodigalità nel concedere il proprio tempo? È la convinzione che la vita non ha limiti, è la mancanza di consapevolezza della sua precarietà. Così dice Seneca: molte persone fanno progetti sul proprio futuro ("a cinquant'anni mi ritirerò dagli affari, a sessanta abbandonerò ogni incarico pubblico"), ma chi può garantire loro che le cose andranno come desiderano? Di più, non è comunque sciocco riservare a se stessi solo le briciole della vita e dedicare al perfezionamento del proprio spirito solo il tempo che non può essere impiegato in altro modo? A questa illusione molti, anche non sciocchi, hanno creduto, a cominciare dal divino Augusto; egli non cessò mai di sperare di poter vivere, un giorno, soltanto per sé; speranza che - sfortunatamente per lui - non si avverò. Ma almeno Augusto non poteva del tutto rimpiangere il tempo che gli era stato tolto dal difficile compito di creare e reggere un impero: come giustificare invece quelli - la grande maggioranza - che dissipano disonorevolmente la propria vita nei vizi e nell'incoscienza o si lasciano assorbire dagli affari, nella ricerca e nella cura della ricchezza, del successo?
Fra le pagine più felici di questo Dialogo vi è certamente la lunga digressione contenuta nel decimo capitolo sul conforto per l'uomo giusto nel riandare al passato, nel rievocare la sua vita spesa bene, una vita non scandita dal tempo cronologico (chrónos) ma da eventi memorabili (kairós). "La vita si divide in tre periodi: passato, presente e futuro. Di essi quello che viviamo è breve, quello che vivremo incerto, solo quello che abbiamo già vissuto è sicuro… Questa è l'unica parte della nostra vita sacra e inviolabile, al di sopra di tutte le vicende umane, che sfugge al dominio del fato e non è più sotto l'influenza della povertà, né della paura o delle malattie… Nel presente sono davanti a noi solo i giorni, uno a uno, e questi momento per momento; mentre quelli del passato, quando vorrai, ti si presenteranno tutti insieme per essere riesaminati e trattenuti quanto a lungo preferisci…
Solo gli spiriti tranquilli e sereni possono ripercorrere ogni istante della propria vita, mentre quelli sempre carichi di impegni, come fossero sotto un giogo, non possono voltarsi e guardare indietro. La loro vita, dunque, si perde negli abissi del tempo e come non serve a nulla versare grandi quantità di liquido in un vaso senza fondo, così non ha alcuna importanza la quantità di tempo concesso se non ha un luogo per raccogliersi, ma passa attraverso delle vite sconnesse e incapaci di trattenerlo".


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