Dagli Usa all'Italia i grandi editori puntano sul self-publishing. Lagioia: "Operazioni suicide". Vasta: "Addio al filtro..."

L'INCHIESTA/ Nell'editoria libraria il self-publishing è "il tema" dell'anno. Il fenomeno avanza e fa perdere fatturato agli editori tradizionali (già in difficoltà, con un mercato che rallenta) che, dagli Usa (vedi Penguin) all'Italia (Mondadori, a quanto risulta ad Affaritaliani.it avrebbe affidato a Edoardo Brugnatelli il progetto già annunciato dal dg Cavallero) si adeguano e studiano progetti legati all'auto-pubblicazione. E mentre da noi hanno successo Ilmiolibro.it e Lulu.com, con Amazon che cavalca l'auto-pubblicazione e "detta le regole", due scrittori italiani (entrambi anche editor e membri di Generazione TQ) come Nicola Lagioia e Giorgio Vasta criticano duramente questa tendenza. Sì perché in futuro basterà pagare per pubblicare con un "marchio parallelo" legato a un prestigioso editore tradizionale (vedi Penguin). Lagioia ad Affaritaliani.it: "Fare business in questo modo è avvilente e alla lunga anche un po' autodistruttivo. Ma perché allora lavorare in una casa editrice e non vendere saponi? Una casa editrice per la quale il self-publishing significhi eliminazione del filtro editoriale si candida al suicidio". E ancora: "Ci sono addirittura delle scuole di scrittura che appoggiano le pubblicazioni a pagamento...". Vasta: "Il self-publishing solleva tutti – editori e lettori – da un comportamento, quello che si concretizza nella scelta (un comportamento che ha una sua raffinatezza interna, una sua complessità, e che ha un valore strettamente politico...)... L’attuale articolazione del self-publishing sta determinando una percezione dei 'no' come guasto inammissibile, come torto inaccettabile... Il self-publishing sostituisce tout court il criterio del filtro (opinabile, ma necessario) con una pura e semplice transazione economica". IL PUNTO SUL FENOMENO DEL SELF-PUBLISHING IN ITALIA E NON SOLO, I RETROSCENA SULLE MOSSE DEGLI EDITORI E LE INTERVISTE

Mercoledì, 8 febbraio 2012 - 08:59:00

 

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di Antonio Prudenzano

La previsione è scontata: in questo 2012 il self-publishing sarà uno dei temi più dibattuti dall'editoria libraria mondiale. Stando a una ricerca presentata nei giorni scorsi a Milano durante "If book then" e realizzata da A. T. Kearny e Bookrepublic, infatti, grazie soprattutto alla spinta di Amazon l'auto-pubblicazione, nelle sue varie forme, sta avanzando, togliendo quote di mercato all'editoria tradizionale. Del resto basta scorrere le classifiche di vendita di Amazon per notare la crescente presenza di testi frutto di auto-pubblicazioni. Tra l'altro, nel 2011, in termini di volume, il mercato del self-publishing ha costituito tra il 3 e il 5% del mercato dell'e-book (con circa 15 milioni di download). La stessa ricerca stima una perdita di fatturato per gli editori, causa self-publishing, compresa tra i 70 e i 120 milioni di dollari.

NEGLI USA I GRANDI "CEDONO" AL SELF-PUBLISHING – Negli Usa, non a caso, il direttore dello sviluppo della Penguin Molly Barton ha annunciato il lancio a breve di una piattaforma per l'auto-pubblicazione: l'aspirante esordiente paga per pubblicare a marchio Penguin il proprio testo, supervisionato dal prestigioso editore. E anche Harper Collins e Harlequin si muovono nella stessa direzione...

IN ITALIA CRESCONO ILMIOLIBRO.IT E LULU.COM - In Italia (dove da sempre impera la "febbre da pubblicazione") esiste da tempo il portale "Ilmiolibro.it" (sostenuto dal gruppo l’Espresso, in accordo con Feltrinelli): 140 mila circa gli utenti registrati finora, e 16 mila le opere pubblicate (i diritti vanno all'autore). Ottimi numeri nel nostro Paese anche per "Lulu.com", progetto fondato da Bob Young (che può contare su 1,1 milioni di autori in tutto il mondo) e attivo da noi sin dal 2006.

Segrate Mondadori

A SEGRATE SI LAVORA A UN PROGETTO SUL SELF-PUBLISHING (CON BRUGNATELLI)... - Dopo averlo anticipato a fine estate 2011 a Prima Comunicazione ("Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori..."), qualche settimana fa Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Trade del gruppo Mondadori, ha confermato a Silvia Truzzi del Fatto Quotidiano che a Segrate stanno lavorando per creare entro giugno "una piattaforma su cui chi scrive si possa pubblicare e confrontare con altri lettori”. Per Cavallero, “in italiano vanity publishing e self publishing si traducono nello stesso modo. Ma sono due cose diverse, e come al solito l’inglese, nell’espressione vanity press, coglie immediatamente il senso dell’atto. Scrivo un libro, me lo pubblico e sono contento. Con la rete il self-publishing, che è un po’ il Facebook della scrittura, contribuisce a formare una comunità di amanti dei libri. Da questo mondo si può imparare". A quanto risulta ad Affaritaliani.it, del progetto si starebbe occupando Edoardo Brugnatelli, già ideatore della collana Strade Blu.

 

IL TORNEO DI GEMS - Dal canto suo Gems organizza "Io Scrittore", torneo letterario giunto alla terza edizione, che finora ha visto il gruppo editoriale dare il suo marchio a 30 opere in formato e-book e a ben 6 in edizione cartacea. Come ha spiegato in una recente intervista ad Affaritaliani.it il presidente e ad Gems Stefano Mauri, "sotto il profilo del merito, che interessa ai lettori che non vogliono perdere tempo leggendo cento romanzi brutti per uno bello, l'editoria normale è un campionato al quale partecipano solo concorrenti giudicati idonei dagli editori e il più bravo vince una coppa. 'Io scrittore' è una maratona come la 'StraMilano'. Tutti si possono iscrivere, anche se non vincono si divertono e migliorano, ma tra migliaia emergono i talenti naturali che poi possono diventare campioni e cominciare a vincere le loro meritate coppe". Ma, come argomenta Mauri, "Io scrittore" non va confuso con il self-publishing: "L'auto-pubblicazione equivale ad andare a comprare una coppa in argenteria, rifiutando il giudizio di uno degli 8mila editori italiani e la competizione".

Martin Angioni Amazon

INTANTO AMAZON... - Nel frattempo (anche per ora non arrivano conferme ufficiali) Amazon potrebbe diventare editore anche in Italia (nella foto a destra il country manager di Amazon.it Martin Angioni, ndr). Per quest'anno quasi certamente non se ne parlerà: stando alle voci, l'anno giusto potrebbe essere il 2013. Negli Usa, per sviluppare (non senza polemiche) Amazon Publishing, Jeff Bezos si è affidato al veterano Laurence Kirschbaum. Anche in Italia si punterà su una figura d'esperienza?

 
 
{C}{C}lagioia

MA COSA NE PENSANO GLI SCRITTORI? LA DURA ANALISI DI LAGIOIA... - Ma cosa pensano del self-publishing gli scrittori italiani pubblicati? Mentre, dagli Usa all'Italia, molti grandi editori tradizionali lavorano a progetti legati all'auto-pubblicazione, abbiamo chiesto a due autori ed editor affermati (entrambi membri di generazione TQ), come guardano all'idea che presto basterà pagare (vedi il caso di Penguin) per vedere il proprio libro pubblicato da un editore storico e prestigioso (anche se, va precisato, dovrebbero essere create apposite collane e/o marchi paralleli, in modo da evidenziare, anche graficamente, una distinzione con i libri "tradizionali", in cui gli autori non pagano, ma sono pagati).

Lagioia argomenta: "Una casa editrice per la quale il self publishing significhi - come mi pare - eliminazione del filtro editoriale (cioè: paghi e ti pubblichiamo il libro) si candida al suicidio, culturalmente parlando. Operazioni del genere vedo che stanno prendendo piede anche in Italia, e mi pare (per le case editrici di rango o i grandi marchi che lo praticano) si tratti di un modo tutto sommato imbarazzante per arginare la crisi. Una cosa un po' da Wanna Marchi del filo refe. Da una parte c'è la credulità popolare. Dall'altra l'antichissimo gioco delle tre carte. Fare business in questo modo è avvilente e alla lunga anche un po' autodistruttivo. Alla sua base non c'è una vera idea, un gesto creativo, ma il bisogno micragnoso di rattoppare qualche strappo economico. Non è profondo, non è cool, non è sexy, non è niente. E' il messaggio in totale funzione del medium, e il medium serve a fare soldi con la logica degli spacciatori di cattivi prodotti". A questo punto lo scrittore barese (pubblicato da Einaudi) si chiede (e chiede): "Ma perché allora lavorare in una casa editrice e non vendere saponi? I grossi marchi che vogliono farsi pagare per pubblicare dovrebbero ascoltare di più il presidente Monti. Mobilità. Se non hai più voglia di fare l'editore, perché non cambi mestiere? O se no: fatti venire una bella idea, sei pagato per quello! C'è invece una grande profonda disperata stanchezza imprenditoriale nel chiedere soldi per pubblicare libri che non avranno mai una vera vita fuori dalle illusioni degli autori, e infatti non la stanno avendo. Una situazione da commedia all'italiana, pure se made in Usa, insomma. Da quello che mi dicono ci sono addirittura delle scuole di scrittura che appoggiano le pubblicazioni a pagamento, e allora io mi chiedo che insegnamento ci può essere in una cosa del genere. Concludo che se non c'è un insegnamento c'è però un bisogno: ripianare i debiti, far quadrare i bilanci, comprare la macchinetta ai figlioli o all'amante. Poi finalmente arriverà qualcuno che - utilizzando il digitale, la Rete etc. - se ne verrà fuori con un'idea che sia una, e spazzerà di torno i piazzisti del web 2.0". Nicola Lagioia nelle sue dichiarazioni pubbliche ha sempre dimostrato "apertura" verso l'e-book (il libro digitale, dati alla mano, è strettamente legato al fenomeno del self-publishing). Ecco perché abbiamo approfittato per chiedergli se, da autore ormai affermato, in futuro pubblicherebbe un suo libro direttamente su Amazon (che, ribadiamo, presto potrebbe diventare - pure in Italia – editore): "Anche qui, vincerà chi avrà l'idea migliore. La rivoluzione digitale rivoluzionerà per forza di cose anche l'editoria. A quel punto diventerà appetibile chi sarà riuscito a costruire intorno a sé la miglior operazione culturale possibile. Che si tratti di Amazon, di Mondadori, o di due ragazzetti talentuosi chiusi in un garage non fa differenza. Per adesso i grandi editori mi sembrano disorientati, in debito di creatività, e Amazon non va oltre un algoritmo poco affascinante. Avere grandi idee e creare intorno a sé qualcosa di bello non è da tutti. Ci vuole talento. Non tutti hanno talento. Lo stato dell'arte credo lo dimostri ampiamente".

{C}{C}Giorgio Vasta

PER VASTA L'EDITORIA STA ABDICANDO A UNA FUNZIONE CARDINE: FARE FILTRO - Intervistato da Affaritaliani.it, Giorgio Vasta, dal canto suo analizza: "Per quanto mi riguarda, osservando quanto sta accadendo la reazione non è tanto di fastidio quanto di stupore e preoccupazione. Mi sembra che l’editoria italiana si stia confrontando con un bisogno strutturale di cambiamento, una metamorfosi nel corso della quale si rischia però di abdicare definitivamente a una funzione che continuo a considerare cardine, vale a dire il fare filtro, il farsi carico di svolgere una regia culturale. In altri termini, la sensazione è che il self-publishing sollevi tutti – editori e lettori – da un comportamento, quello che si concretizza appunto nella scelta (un comportamento che ha una sua raffinatezza interna, una sua complessità, e che ha un valore strettamente politico)". E aggiunge: "Non credo che quanto stiamo vedendo accadere sia un fenomeno circoscrivibile al solo ambito editoriale: penso invece che sia in atto un mutamento ampio e diffuso, trasversale e profondo, una rottura paradigmatica che probabilmente riusciamo a riconoscere e descrivere con maggiore cognizione di causa in editoria ma che è fondamentalmente una metamorfosi socioculturale. A essere in discussione sono una serie di presupposti (e di metodologie) che per tanto tempo abbiamo considerato legittimi e in sé significativi: l’idea cioè che la pubblicazione di un libro fosse legata alla scelta operata da qualcuno che si incaricava di 'filtrare'. Una scelta di volta in volta opinabile, è chiaro, ma una scelta che secondo me ha un senso perché rimanda a un criterio dialettico. Ovvero – e riprendo qui uno spunto di Andrea Libero Carbone sviluppato collettivamente all’interno di TQ (da Andrea, da Alessandro Raveggi, da Vanni Santoni e da me) in un testo presentato lo scorso ottobre al Forum del Libro di Matera: QUI a definire il profilo di una casa editrice, il suo stile, la sua visione del mondo, la sua strategia culturale, è il confronto dialettico tra i sì e i no, tra ciò che una determinata casa editrice decide di pubblicare e ciò che invece sceglie di non pubblicare. Questo confronto dialettico, che può esprimersi anche nella forma di un fertilissimo conflitto, è un patrimonio da salvaguardare. Un metodo, appunto, che non riesco a considerare obsoleto". L'autore palermitano de "Il tempo materiale" (minimum fax) prosegue: "Quello che sta invece accadendo è uno sbriciolamento di questo criterio. L’attuale articolazione del self-publishing sta determinando una percezione dei 'no' come guasto inammissibile, come torto inaccettabile, la violazione di un diritto che niente e nessuno dovrebbe permettersi di compromettere. I sì, a questo punto, tutt’altro che essere una possibilità – ciò che accade quando tramite studio e competenza un editore decide di pubblicare un testo – si trasformano in una merce acquistabile. Perché la vera regola del self-publishing è la transazione economica. Il sottotesto taciuto del claim di ilmiolibro.it – 'Se l’hai scritto, va stampato' – è: “Se l’hai scritto – e sei disponibile a pagare, ovvero ad acquistare un sì – va stampato”. Citando la canzone, il sottotesto complessivo di questo self-publishing potrebbe dunque essere 'nessuno mi può giudicare'. In sostanza, e ancora cercando di riflettere sul senso – a volte palese altre volte meno immediato – di questo fenomeno, è come se la pura e semplice azione fisica della scrittura ('Se l’hai scritto…') generasse da sé, automaticamente, per riflesso, le ragioni di una pubblicazione ('… va stampato': è vero che il termine usato è 'stampato' e che la pubblicazione, implicando la distribuzione, è un’altra cosa, ma la mia impressione è che il termine 'stampato' confidi proprio nella ingenuità degli interlocutori ai quali si rivolge, nella loro disponibilità a immaginarsi 'pubblicati' nonostante non si sia avuto accesso ad altro che a una operazione tipografica; credo che il cuore di questo self-publishing si dia proprio in un complesso di piccole mistificazioni e nell’allucinazione di realtà che ne discende)". A questo punto della sua analisi vasta torna, per praticità, sul claim di ilmiolibro.it: "'Se l’hai scritto, va stampato', abbiamo detto. E abbiamo detto che a essere cruciale, silenziosamente cruciale, è quel 'e sei disponibile a pagare' che collega implicitamente la prima alla seconda parte della frase. Il self-publishing sostituisce tout court il criterio del filtro (opinabile, lo ripeto, ma necessario) con una pura e semplice transazione economica. Descrive l’accesso a quella similpubblicazione come una liberatoria democratizzazione dell’autorialità, cercando di però non far notare che il criterio regolatore è esclusivamente economico. Al posto di un confronto dialettico, al posto di una scelta determinata da una visione del mondo, subentra un esborso. Lo 'scrittore' si fa editore nonché cliente, i ruoli diventano indistinguibili e si costruisce un pastone indifferenziato che nella sostanza garantisce tutti rimandando l’assunzione di questi ruoli non a un lavoro intellettuale (allo studio e alla competenza a cui mi riferivo prima) ma a una capacità d’acquisto". Quindi lo scrittore conclude con una precisazione: "Rispondendo ho sempre sottolineato, fino alla pedanteria, che non mi sto riferendo al self-publishing in sé, in tutte le sue molteplici valenze, ma a questo self-publishing, vale a dire a una sua particolare interpretazione. Esiste una pratica di self-publishing che ha un portato realmente critico, una capacità di messa in discussione della pratica editoriale tradizionale, una vera e propria dimensione politica. Il self-publishing del quale stiamo invece parlando mi sembra che nasca da presupposti e da obiettivi del tutto diversi. Allude (in modo intenzionalmente vago) ai limiti dell’editoria tradizionale (limiti che esistono, che sono sempre più evidenti, che andrebbero affrontati e risolti: nessuna difesa da parte mia delle pratiche editoriali attuali, soltanto fortissimi dubbi sul fatto che il self-publishing sia l’antidoto che risolverà a monte limiti e storture), saltando a piè pari il problema: il fatto che le logiche culturali della scelta siano costrette a essere subalterne al ritorno economico".

 



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