Paolo Sortino: "Il self-publishing e l'editoria tradizionale devono restare alternativi...". L'intervento
Dopo l'inchiesta di Affaritaliani.it sul self-publishing e gli interventi di Giorgio Vasta e Nicola Lagioia, dice la sua anche lo scrittore Paolo Sortino (autore di "Elisabeth", Einaudi). E lancia l'allarme: "Non ci si riconosce più tra simili. L'individuo prende il sopravvento, quindi si sottrae al giudizio di un sistema comune, alla giustizia. Questo sarebbe il self-publishing, almeno in Italia". E aggiunge: "(...) se gli editori tradizionali lo avallassero, altro non farebbero che rendere normativo, autorevole, il comportamento di quell'individuo 'alterato' che in vero aspira al contrario del senso stesso della pubblicazione...". L'INTERVENTO COMPLETO E LO SPECIALE
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Dagli Usa all'Italia i grandi editori puntano sul self-publishing. Lagioia: "Operazioni suicide". Vasta: "Addio al filtro..."
LO SPECIALE
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L'inchiesta sul self-publishing della scorsa settimana (nel box a destra i particolari, ndr) continua a far discutere. I duri interventi di Nicola Lagioia e Giorgio Vasta pubblicati da Affaritaliani.it dividono scrittori, aspiranti tali e addetti ai lavori. Sull'attualissimo tema dell'auto-pubblicazione ora dice la sua Paolo Sortino, che ha esordito nel 2011 per Einaudi con "Elisabeth", uno dei debutti italiani più importanti degli ultimi anni.

di Paolo Sortino
Non ci si riconosce più tra simili. L'individuo prende il sopravvento, quindi si sottrae al giudizio di un sistema comune, alla giustizia. Questo sarebbe il self-publishing, almeno in Italia. Premesso che parliamo di un fenomeno di là da venire, c'è da dire che se gli editori tradizionali lo avallassero, altro non farebbero che rendere normativo, autorevole, il comportamento di quell'individuo "alterato" che in vero aspira al contrario del senso stesso della pubblicazione. Il ruolo dell'editore si ridurrebbe a quello di tipografo, e a quel punto il suo catalogo somiglierebbe alla brochure di un negozio di sanitari.
Mi pare che oggi la superbia di chi scrive - sacrosanta, se ci si vuole misurare con gli autori del passato - quindi di chi aspira a diventare scrittore, esca dalla profondità delle opere che non ha ancora scritto e diventi comportamento dell'autore come uomo, che a quel punto non gioca più secondo regole comuni ma creandone di sue. Una forma di autismo che non si potrà nemmeno definire "culturale", perché là dove venisse eletta a sistema non ci sarebbe più nessuna comunità di riferimento, nessuna civiltà.

In ultimo dobbiamo notare che quel sistema di giudizio che è l'editoria per come l'abbiamo pensata fino a oggi, è il solo "tribunale privato" in grado di funzionare in quanto tale, perché giudica ed è giudicato solo da chi decide di parteciparvi spontaneamente. Chi vuole essere scrittore non può considerare il mondo dei libri (nel quale deve essersi formato) un processo sommario nei suoi confronti. Persino un processo di quel tipo, direbbe Kafka, deve essere meritato.
Per tagliare la testa al mostro, in ogni caso, si può concludere che anche là dove il self-publishing avesse senso, questo certamente dovrebbe configurarsi quale alternativa reale all'editoria; dovrebbe essere il risultato di una scelta chiara da parte di uno scrittore: o si decide di pubblicare in modo tradizionale, felici di passare per quel giudizio, oppure se ne prendono le distanze radicalmente, abbandonando la speranza di avere un marchio in copertina.


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