La volta che mi sono perso/ "I grandi autori aiutano a ricordarci chi siamo"
di Sonia Bianco
Massimiliano Santarossa è nato nel 1974 a Villanova (Pordenone), dove ancora oggi lavora. Ha studiato, poco, da falegname. Ha lavorato come operaio in una fabbrica di materie plastiche. Dal 1994 è grafico e redattore dei libri delle Edizioni Biblioteca dell¹Immagine. Dal 2003 pubblica racconti in diverse riviste letterarie e antologie. Suoi racconti vengono rappresentati a teatro. Lo si può trovare, non di rado, tra i tavoli dei bar di Villanova, intento ad ascoltare le vere storie nate in periferia. E' considerato uno dei giovani scrittori italiani più promettenti.
Nel 2008 ha vinto il premio letterario "Parole Contro". Nel 2009 ha ricevuto la menzione speciale del premio letterario nazionale "Tracce di Territorio". "Gioventù d'asfalto" è il suo nuovo libro.
![]() Massimiliano Santarossa |
Ti sei mai perso o sentito tale?
"Mi sono perso innumerevoli volte. E va bene così, perché è l'unico modo per trovare la strada. C'è una forte vena narrativa centrata sul perdersi, grandi maestri della letteratura come Kerouac, Fante, Bukowski, o i più recenti Wallace, Palahniuk, Welsh, e molti altri del perdersi hanno fatto scuola. Io mi sono perso da bambino, dentro una classe chiamata dei diversi, quando ero analfabeta totale. Poi mi sono perso da adolescente, quando il fuoco dell'anima mi spingeva dentro notti labirintiche e senza uscita. Mi sono perso negli studi, e poi lungo l'asfalto di periferia. Poi, dopo tante curve e infinite salite, ho trovato un porto, appunto la letteratura e prima ancora la mia famiglia, mia moglie Katia e mio figlio Giacomo, che sono il punto d'arrivo del mio vagabondare. In tutto questo vortice, i libri sono stati una salvezza, prima quelli dei grandi autori, oggi anche i miei, che rileggo spesso per ricordare dove sono ora".
I tuoi libri scandagliano il male di vivere di una gioventù che ha ereditato miti di carta e la convinzione che il materialismo esasperato sia la cartina di tornasole della felicità. Quando presenti i tuoi libri, tuttavia, quella stessa generazione che rappresenti, non sempre approva di sentirsi dire "che sono morti che camminano" e che non hanno ideali. Dove trovi la forza di scrivere storie che si scontrano per lo più con un muro di gomma, con la tendenza a nascondere le ombre di un malessere generalizzato?
"La forza la trovo nella rabbia che nutro verso questa moderna società cieca e drogata dalla tv e da una certa informazione. Una volta reagivo in maniera diversa, a volte anche con i pugni, oggi ho scoperto che un pugno di pagine è mille volte più potente d'un pugno chiuso. A me non interessa il giudizio che mi viene appeso addosso. Anzi più mi giudicano più mi rafforzano. Pasolini sosteneva che un pensiero condiviso è un pensiero morto. Ecco io non descrivo ragazzi che appendono lucchetti ai ponti, non parlo di una generazione da film o da reality, non creo moda con le parole, i miei racconti denunciano una piaga sociale, denunciano la condizione di una generazione, la nostra, completamente esclusa dal mondo. Figli di periferia che non possono partecipare. Dimenticati dai padri. Esclusi dai padri. Poi, chi ha il coraggio di entrare nelle mie storie, capisce subito che non descrivo i ragazzi come gente senza ideali, li descrivo come persone che faticano, che cercano una propria salvezza, un proprio posto al mondo, scansando gli ideali precostituiti e confezionati da quei padri che tendono appunto ad escludere i figli. I miei eroi fragili non sono senza ideali, hanno invece costruito ideali loro, magari sballati e non corretti, ma coscienti di ciò che facevano. E' un modo di reagire a questo mondo di cellophane".
Nel tuo ultimo libro, racconti, tra l'altro, la storia di una ragazza borghese cresciuta nella bambagia, tra vestiti griffati e una famiglia adorante. Quando la sua famiglia ha subito un tracollo finanziario, la giovane ha scelto di non rinunciare alla bella vita diventando "l'accompagnatrice che fa paura a molti imprenditori con i quali ha diviso il letto". Un tema, quest'ultimo, di scottante attualità. Poco dici, invece, circa le reazioni della sua famiglia. Secondo te, giustifica questa scelta?
"La sua famiglia non giustifica né condanna. La famiglia oggi semplicemente non esiste. Per Alice, la protagonista del racconto, come per altri miei personaggi, il concetto di famiglia vale solo per gli sviluppi superficiali della vita. Una famiglia dove portare risultati, una famiglia dove andare a cenare, un luogo dove andare a dormire. Basta. Il concetto di famiglia dove condividere il pensiero, l'amore, l'unione tra individui è completamente saltato, e i miei personaggi stanno lì a denunciare questo. Per cui Alice, come tantissimi altri, riesce bene a vivere questa sua condizione estrema all'insaputa della famiglia. Perché alla famiglia di Alice interessa solo l'apparenza di Alice, non ciò che lei fa o potrebbe fare nel mondo. Così è per lei che si prostituisce, così è per i tanti che usano sostanze, così è per chi in vari modi decide di annullarsi. Con costanza da anni denuncio tutto questo, perché ancora vive in me una speranza. La speranza che la mia generazione, dopo aver vissuto l'abbandono dei padri a danno dei figli, sia capace di ripartire da zero, di annullare i torti, di pensare nuovi approcci al mondo e ai sentimenti. Confido che da questa mia gioventù d'asfalto possano un domani sbocciare sentimenti colorati. Perché soffrire, spesso, aiuta ad essere migliori".



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