Salinger è come Holden, immortale
di Virginia Perini
Rimanevano spesso stupiti, quelli che avevano letto Il giovane Holden, nello scoprire che quel romanzo così inspiegabilmente magico, che per loro era stata una lettura d'evasione, in America era considerato come da noi I Promessi Sposi: il libro che ti costringono a leggere a scuola. Paradosso della letteratura che per assurdo ha reso J.D.Salinger quasi più apprezzato in Europa che nella sua terra natia.
Heidegger diceva che solitamente un pensatore nella vita ha una sola idea illuminante, e attorno a questa costruisce il suo intero apparato filosofico. Allo stesso modo, spostandoci di campo, potremmo dire di Salinger, che ha scritto relativamente poco e, fondamentalmente, è rimasto imprigionato nel giovane Holden Caulfield.
E così parlare di Salinger, per chi non ha avuto l'occasione di conoscerlo di persona, è possibile solo pensando a Holden. Un ragazzino infelice, prima che l'infelicità diventasse di moda. Un ragazzino indeciso, prima che l'indecisione diventasse la cifra stilistica dei ventenni e poi dei trentenni. Un ragazzino che è arrivato in libreria nel 1951 ma che nonostante questo è tutti i ragazzini del mondo senza esserne nessuno. Un personaggio che scivola tra le pagine leggero, che con una semplicità disarmante entra nei locali di New York, parla con gli adulti o con la sorella. Che non sa che cosa vuole senza essere vuoto. Che sceglie una direzione, ma lascia il lettore a chiedersi se è davvero lì che vuole andare.
Con una scrittura piena di punti e di frasi che sembrano a metà, come i pensieri di Holden, Salinger ha creato un personaggio immortale, dai passi timidi e affrettati, che forse poi gli ha anche rubato la scena. Oggi probabilmente Holden si sta chiedendo se sia giusto partecipare al funerale di chi gli ha dato la vita. E probabilmente alla fine ci andrà. O forse no.



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