In libreria il giallo di Peppino Basile, vittima del "Sistema" pugliese

Venerdì, 19 giugno 2009 - 17:01:00

basile
Giuseppe Basile
“In Sicilia si chiama Mafia, in Campania si chiama Camorra; qua non c’è più la Sacra Corona Unita, c’è il Sistema”. Giuseppe Basile non perdeva occasione o piazza per gridarlo in paese. Poi, una notte di metà giugno del 2008, il consigliere comunale e provinciale dell’Italia dei Valori venne massacrato a coltellate, sotto la sua casa, a Ugento, provincia di Lecce. Più di quindici coltellate e un cadavere sulla strada. Pista passionale, si disse all’inizio. Era un donnaiolo, lo sapevano tutti in paese. Un "mezzo analfabeta", col vizio delle donne e della politica.

"QUELLA SERA PEPPINO NON DOVEVA ESSERE UCCISO" - Eppure, a un anno dall’omicidio, le indagini vanno avanti, senza uno sbocco concreto o una pista consistente. Non si sa il movente, non si conosce il colpevole. Due libri, in uscita in questi giorni, tentano di far luce sulla storia. Il primo, Sistema, a cura della redazione de Il Tacco d’Italia, raccoglie tutte le battaglie del consigliere. Il secondo Il giallo di Ugento, di Lino De Matteis, mette a fuoco gli elementi noti della vicenda, li analizza e li incrocia per proporre una conclusione originale. "Quella sera Basile non doveva essere ucciso – racconta ad Affari il giornalista pugliese autore del libro - doveva essere solo intimorito. E non per un fatto specifico. Peppino rompeva le scatole, in generale, a chi controllava il territorio di Ugento. Lo scontro che ha avuto con gli assalitori è degenerato. Immagino la scena: i due uomini minacciano Peppino; tirano fuori un coltello, per far vedere che fanno sul serio; ma rimangono spiazzati dalla reazione fisica di Peppino, un tipo piuttosto impulsivo. Quindi lo feriscono; una volta che è uscita la prima goccia di sangue, sanno che devono finirlo: lasciarlo in vita significa rischiare una denuncia".

IL BRACCIO DI FERRO CON I NEMICI - Peppino, in paese, è tenuto in poco conto dagli alleati e considerato innocuo, perché lontano dalle istituzioni, dai nemici. "La situazione cambia – continua De Matteis - quando diventa consigliere comunale e provinciale dell'Italia dei Valori. Denuncia le irregolarità nella gestione del territorio, il sistema di smaltimento dei rifiuti, gli abusi della discarica Burgesi. Qualcuno allora, infastidito dall’attività di Basile, ingaggia dei delinquenti, affinché li diano soltanto una strigliata. Tutti sappiamo com’è finita". La tesi di De Matteis spiega l’anomalia del delitto - "se vuoi uccidere qualcuno, gli spari un colpo in testa e basta" - e la difficoltà da parte della Magistratura a trovare un movente preciso. "Basile era minacciato da ben prima di quella notte. Aveva trovato dei bossoli nella buca delle lettere, una testa di cane mozzata davanti casa e delle scritte ingiuriose sui muri. Continuava a sfidare i suoi nemici. Li invitava ad ammazzarlo, ingaggiando con loro una sorta di braccio di ferro".

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Il luogo del delitto
LE MINACCE A UN ANNO DALL'OMICIDIO - Il paese di Ugento non si è ancora ripreso dalla notte dell’omicidio. Vive nel terrore delle intimidazioni e degli attentati, con il parroco, Don Stefano Rocca, minacciato di morte per aver sfidato l’omertà. “Il messaggio degli intimidatori è chiaro: ‘Qua comandiamo noi. Fatevi i fatti vostri’”. A marzo il paese è stato messo sotto assedio dalla Polizia: “C'è stata un escalation di attentati. Una bomba nella casa dell'imprenditore Bruno Colitti, responsabile della denuncia alla discarica Burgesi, un attentato alla macchina del nipote dello stesso, iscritto all'Italia dei Valori, un'irruzione nella sede cittadina del Partito Comunista, e così via”.

IL "SISTEMA" PUGLIESE - Sono tutti segnali del “Sistema”, di quel “potere criminale occulto” di cui tanto parlava Basile? Secondo Pino Arlacchi, sì. La Sacra Corona Unita, la storica mafia pugliese fondata dal mesagnese Pino Rogoli nel 1984 e imperante nel tacco d’Italia per tutti gli anni ’80, “esiste ancora, benché ridotta ai minimi termini da un'offensiva giudiziaria di prim'ordine”. L’esperto di criminalità organizzata, ideatore della Direzione Investigativa Antimafia e autore della prefazione del libro, spiega: “Il Sistema cui si riferiva Peppino è un’entità che ha in parte sostituito la Scu, mantenendone le caratteristiche propriamente mafiose, dal controllo del territorio all'intimidazione dei cittadini. Tuttavia non ha una struttura piramidale. E’ una rete orizzontale di gruppi di potere politico-economico-criminale, diffusi nelle varie città della Puglia, che vogliono controllare e gestire il territorio. Sono formati da boss locali, esponenti della politica e dell’imprenditoria, che non esistano, se necessario, a ricorrere alla violenza assassina. Esercitano la loro influenza sul singolo Comune, al limite su più paesi. Tuttavia, hanno contatti di primo livello e sanno venir fuori intatti dalle indagini giudiziarie, attraverso meccanismi di disattivazione o incentivazione dell'inefficienza degli apparati giudiziari”.

ARLACCHI: "INDAGINI SVOGLIATE" - Pino Arlacchi critica l’operato della Magistratura nel caso Basile: “Hanno condotto le indagini in modo svogliato. E’ chiaro che la pista da seguire era quella politico-mafiosa, e non quella passionale. Peppino ha fatto molte battaglie, certo. Ma i bandoli della matassa non sono 3mila, sono 3 o 4. Insomma, Basile non è stato ammazzato a New York o a Londra. E' stato massacrato in un paese di 10mila abitanti. Ognuno di essi, sa che se si avvicina alla vicenda viene minacciato o intimorito”. Esattamente come accadde a Peppino Basile.

di Francesco Oggiano

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