Anteprima/ Su Affaritaliani.it il primo capitolo di "Rive lontane" (Voland) di Laurent Martin

Venerdì, 8 gennaio 2010 - 09:06:00

Quattro luoghi emblematici: una Città, una Fabbrica, la Caserma e il Panama. Una banlieue senza volto e foriera di rivolte. Operai dalle vite opache e monotone alle prese con uno sciopero e una serie di inquietanti omicidi. E il giovane Joseph, diciotto anni e un sogno da realizzare: vedere il Mississippi… Un romanzo inconsueto che non può lasciare indifferenti: è "Rive lontane" di Martin Laurent, in arrivo il 20 gennaio nelle librerie italiane per Voland.

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Il romanzo è ambientato in una non ben definita periferia francese, protagonista una "Fabbrica" anch'essa non ben tratteggiata, unico sbocco economico e lavorativo della zona. E' qui che si raccolgono personaggi di varia umanità, provenienza e cultura, che trascorrono un'esistenza statica, priva di scosse emotive e di prospettive sociali (un tipo di ambiente ben noto alla cronaca francese, che spesso si carica di tensioni sociali e politiche).

banlieue 10

 Tra questi il giovane Joseph, figlio di immigrati (della sua famiglia si sa poco, un padre misteriosamente scomparso del quale all'inizio neppure si parla, e una madre che sembra essere incapace di badare a sestessa), che inizialmente sembra volersi anche lui adeguare a una vita anonima di operaio.

banlieue

Poi però, complice anche una storia d'amore, Joseph comincia a sognare qualcosa di diverso, di più emozionante; comincia a progettare di andare via di casa, di abbandonare quella triste periferia e desidera raggiungere il Mississipi con il suo carico di avventure e di esotico. Contemporaneamente tutta la comunità verrà sconvolta da una serie di misteriosi omicidi (che sono poi il centro della narrazione), al quale si assoceranno anche una serie di proteste operaie, e che coinvolgono il giovane protagonista. Colpo di scena finale, che però non ti rivelo. Un libro privo di descrizioni, tutto di dialoghi, molto rapidi e immediati.

L'AUTORE -  Laurent Martin, prima di dedicarsi completamente alla scrittura, è stato libraio, e si è dedicato all'archeologia, e poi anche all'insegnamento. Nel 2003 ha ricevuto il Grand Prix de la Littérature Policiè ed è uno scrittore molto noto in Francia.

rive lontane libri voland
La copertina


In esclusiva su Affaritaliani.it il primo capitolo di "Rive lontane" di Laurent Martin, edito da Voland
(Traduzione di Sabrina Manca)

Da noi si crede ai fantasmi.
E a nient’altro.
La sete, come una malattia oscena, al suo passaggio porta via ogni esistenza, ogni resistenza. Ecco perché loro stanno là. Per dissetarsi, per sfogarsi, per trovare pace. Fuori il sole picchia, rende il respiro corto, i gesti lenti.
È l’estate.
Finisco di bere il primo bicchiere. Sorso dopo sorso. Ma gli altri, intorno a me, come ombre pallide, sono già al loro terzo o quarto bicchiere di bianco, bianco secco. Per placare la sete. All’improvviso una voce, e chiama me.
– Allora ragazzo mio, sei già qui a perder tempo coi mascalzoni?
È Lucienne che mi parla. Da lontano, mentre scende gli scalini, quasi gridando. La sua voce aspra riempie la sala. Lucienne è la puttana del bar. Una che vive qui da tempo, che è già vecchia, ma che conserva ancora qualche traccia di tenerezza. Siamo in parecchi ad averla persa tra le braccia robuste di Lucienne, la nostra innocenza. René, il padrone, le dà una stanza. Lucienne ogni tanto vi attira qualche cliente. Raramente. Allora lui si fa pagare l’affitto in natura, con Lucienne. René serve il suo bianco, un’annata speciale, a chi ne vuole, senza preoccuparsi dello stato fisico ed emotivo di ciascuno. Dice che non è nel suo stile fare la morale agli avventori. E gli affari ci guadagnano. Qui ci sono solo clienti abituali. Bisogna davvero essersi smarriti per approdare al Panama. Per noi è diverso. Non abbiamo altra scelta. È il solo caffè in quest’angolo di mondo. È tutto in lunghezza, in tavoli, in legno, in sentori pesanti di alcol e di fumo.
Noi spesso restiamo in piedi. Così scende meglio. A quest’ora, mezzogiorno, ci sono solo i più vecchi, i più invalidi, i più disoccupati. Gli altri lavorano. O fanno finta. A seconda del temperamento. C’è Adolphe, un tizio un po’ poeta. Un poeta etilico. Non ha mai scritto nulla ma ha bevuto molto. Recita versi cupi quando l’alcol e le idee amare gli invadono la testa. Cioè spesso. E ha sempre la stessa aria, un misto di assenza e profondità che lo rende incomprensibile alla maggior parte della gente. Si sa che non può più lavorare. Il fegato, le mani, gli tremano senza posa.
Ci sono Ivan e Serghej. Due fratelli gemelli. Ucraini per via del sangue. Rifugiati per via delle lacrime. Da tanto, tanto tempo. Due facce tonde, rubiconde. Due occhi a mandorla che paiono spenti, talmente sono infossati in quelle facce. Nemmeno un dente in bocca ma un sorriso diabolico. E un accento rauco preso nelle pianure del Dnepr. E Polo, e Raul, e Luigi. Vecchi che aspettano al bancone, con noi, che il giorno si consumi, e Itsik, più vecchio ancora, con i suoi capelli lunghi e pieni di nodi, ma che resta seduto al tavolo, da solo, a guardare il vuoto davanti a sé.
Gli altri arriveranno o sono già andati via. Questi qui sono i più fedeli, i più accaniti.
Lucienne è venuta a mettersi vicino a me. Sa di fiori appassiti. Uno di quegli odori penetranti che ti fanno vomitare l’anima. Ordina un bicchiere a René. Lo scola d’un fiato.
– Che sete!
– È normale, fa caldo.
Ha occhi neri brillanti già annegati nel vino. Una sorta di umidità grassa le ingarbuglia la vista. Qui l’alcol aiuta a far passare la vita.
– Ti ho già raccontato come mi sono fatta cacciare da scuola?
Me l’ha già raccontata questa storia, ma l’ascolto. Una storia di sorveglianti, direttori, disciplina. Mentre parla, con la mano si attorciglia nervosamente i capelli lunghi e un po’ biondi.
– È stato dopo che ho rimpianto la scuola, quando ho dovuto cavarmela da sola.
E se ne va senza aggiungere altro. Il suo corpo vibra leggermente d’emozione. Risale nella sua camera. Io ho l’aria di un idiota.
Sopra al Panama c’è un hotel. Un piccolo hotel. Quattro camere. Non di più. Quella di Lucienne, che ci combina i suoi affari. Quella di MacArthur, uno scozzese. Lo chiamiamo Mac. Eccolo che entra, con una busta in mano. Saluta borbottando quelli che non ha ancora visto. Gli si è rotta la macchina. Voleva andare in India o in Asia o altrove. Ma lontano dalla Scozia, dalla noia, diceva. Da qui non è mai ripartito. Cercando bene, si può ancora trovare nella discarica, quella che è cresciuta proprio dietro le abitazioni, qualche pezzo arrugginito della sua vecchia auto.
Ha lavorato per vent’anni alla Fabbrica. Poi si è ammalato. Il cuore. Ha avuto qualche soldo di indennizzo. Fischiando e farfugliando, come sempre, sale in camera. Le altre stanze, invece, sono vuote. Sono per la gente di passaggio. Ma nessuno passa mai. O di rado. Per sbaglio.
E continuo a guardarle, queste ombre pallide e fedeli, mentre si agitano come per mostrare che non sono ancora del tutto morte. Adolphe che ride. Gli ucraini che urlano. Gli altri, salvo Itsik, che emettono sospiri d’accompagnamento. René che alza un po’ la voce.
– Ragazzi, bisogna abbassare il tono. Vi sentono da fuori.
Gli ucraini che rispondono.
– Da! Da! Sì! Sì! Padron René.
Ma continuano a urlare il loro miscuglio di slavo, francese e alcol. Nemmeno loro capiscono quello che stanno dicendo, ci scommetto. René alza gli occhi al cielo come se non ci fosse più niente da fare. E gettandosi lo strofinaccio sulla spalla, grattandosi il cranio, liscio e lucido, si rimette al lavoro. Attraverso la vetrata, ornata di un vecchio pizzo, vedo passare Vincent.
Gli faccio un cenno. Entra velocemente. Poi esce di nuovo. Giusto il tempo di salutarmi, di salutare gli altri. Ha gli occhi e il corpo gonfi di fatica. Ma ha sempre quel sorriso di arcangelo caduto, che serba intatto il ricordo degli anni di disperazione. Vincent è mio amico, il mio amico d’infanzia. Siamo sempre stati insieme, anche se ha due anni più di me.
Vado a sedermi a un tavolo. Tiro fuori un libro dalla tasca. Un libro consunto a forza di letture. Per qualche istante percorro le rive e i meandri del Mississippi che conosco già a memoria.
New Orleans. Baton Rouge. Natchez. Saint Louis. Saint Paul. Saint Cloud…
Come una lunga immersione nell’altrove, nella lontananza. La campana rintocca. Il suono acido si spande nell’aria calda del Panama, poi si arresta. Un uomo entra.
Alto, curvo, stempiato malgrado i suoi vent’anni. Gli sguardi, vibranti di vino bianco secco e di inquietudine, fucilano l’intruso. Ci sentiamo presi da una sorta di disagio, di malessere. Il caldo raddoppia. Avvampiamo.
Lui si avvicina al banco.
– Un rum piccolo.
René lo serve. Guardiamo. Studiamo in dettaglio ogni suo gesto. Lui inghiotte il liquido con un rumore di risucchio. Poi sbatte il vetro contro il bancone. Sussultiamo. Lui grida.
– Capo! Un altro.
Tutti l’hanno riconosciuto, il grande Louis. Lui dice, più per sé stesso.
– Ne è passato di tempo.
Sì! Ne è passato di tempo. L’avevamo quasi dimenticato. Due anni che non lo vedevamo. Due anni che scontava la sua pena.
René domanda.
– Hai l’aria di essere in piena forma. Quando sei uscito?
– Non più tardi di ieri.
Ci guarda, con disprezzo. E aggiunge.
– Ma ne conosco molti che avrebbero preferito sapermi ancora al fresco.
– Non dire sciocchezze. Hai visto tuo padre? Tua sorella?
– Non ancora.
Il grande Louis getta sguardi penetranti su tutti. Osserva con minuzia ogni nostra reazione. Arriva a me.
– Sei cambiato, ragazzino. Sei quasi un uomo.
Io abbozzo un sorriso.
Lucienne è ridiscesa. Per vedere. Per sapere. Lui grida.
– Ancora qua, tu? Sai che ti dico? Cadi proprio a pennello. È passato parecchio tempo da quando ho toccato un corpo di donna. Una di queste mattine devo proprio farti una visitina. Lei non risponde. Il grande Louis fa per tirare fuori il denaro. René glielo impedisce.
– Lascia, offro io.
Gli fa una faccia storta, il grande Louis. Gli domanda, con voce spezzata.
– È il premio per il mio ritorno?
– Ma no!
– Non ne ho nessun bisogno, non ho bisogno della tua pietà. Io pago i miei debiti sull’unghia. Poi afferra qualche moneta. La poggia sul bancone. Esce tirando su col naso.
René emette un grosso respiro. La clientela si distende, ordina altri bicchieri di vino bianco e secco. Io mi ricordo bene. Sono trascorsi già due anni da quando il grande Louis si è fatto beccare. Una sera. Alla Fabbrica. Voleva rubare la cassa. È il Direttore, il signor Frémont, che l’ha sorpreso. La giustizia gli ha fatto pagare caro il suo bisogno di denaro.
Lui viene dalla Caserma, come noi, ma non ha mai voluto lavorare, vendersi, arrendersi. Suo padre, Albert, continua ad ammazzarsi di lavoro, alla Fabbrica.
Sua madre è morta quando lui aveva sette anni. Di un rodimento del corpo. Ha pure una sorella.
Una cosa è sicura: avremmo preferito che restasse in prigione.
E la sua presenza è come un presagio di cattiva sorte.
Attraverso la Strada passando per la drogheria. La Strada fonde sotto il sole cocente. L’asfalto si espande in grosse masse liquide.
La Strada è il viale Colonnello de la Barre. Un tipo nato nella regione, che si è reso celebre morendo da valoroso in una battaglia qualsiasi. Ma noi, noi lo chiamiamo la Strada, questo viale. È più semplice. E di tizi che muoiono da valorosi ce n’è più d’uno alla Fabbrica. Solo che non hanno ancora una via dedicata a loro.
La Strada bisogna immaginarla come una carreggiata molto diritta e molto triste che porta da un lato alla Città, dall’altro in nessun luogo. Separa la Caserma dove si vive, dalla Fabbrica dove si lavora. Quelli che lavorano, s’intende. Gli altri passano il tempo a guardare il tempo che non passa, o che passa troppo in fretta. A seconda dei casi. Françoise, la moglie di René, gestisce l’unica drogheria della Caserma. C’è un po’ di tutto. Con il bar e la drogheria quei due hanno il monopolio dei generi alimentari. Da queste parti i generi alimentari sono importanti. Altrimenti bisogna prendere un autobus, andare fino in Città, e caricarsi tutto sulle spalle. Non sono in parecchi ad avere un’auto o un qualunque trabiccolo a motore. Fortuna che René e la moglie non gonfiano troppo i prezzi. Passando afferro una mela. Lo so che Françoise mi ha visto ma tanto lei non mi dice mai nulla. Rumore sordo! Rumore sporco! La Fabbrica ronfa, ruggisce, geme.
Le due ciminiere sputano a pieni polmoni tutta l’anidride e il carbone che possono. Il fumo sale fino in cielo e forma nuvole cupe e grigie. Raggiunge lo spazio. Qualche volta, quando ha il vento a favore, questo fumo puzzolente se ne va verso la Città, e noi ne siamo ben contenti. Altre volte, ma è più raro, ci si piazza proprio sulla testa e allora è un continuo tossire e spolmonarsi. Soprattutto i vecchi. Soprattutto d’inverno. Sono più di cento a logorarsi la pelle, gli occhi, le mani, dentro la Fabbrica. Uomini soprattutto. Gli uomini più in gamba della Caserma. E qualche donna, anche. Non hanno scelta. Non c’è nient’altro nel quartiere. È come un destino collettivo subìto e accettato, la Fabbrica. Le offrono la maggior parte del loro tempo e delle loro forze. E delle volte nemmeno
fa giorno per gli uomini della Fabbrica, oppure non se ne accorgono. Che è tutto dire.
Arrivo. Attraverso il cortile. Casse. Scatole. Materia prima. Ovunque. Non si sa con certezza quello
che si produce nella Fabbrica, quello che si trasforma, quello che si fa. I più vecchi dicono che è per l’Esercito. Altri, che è per l’esportazione. Maurice è dentro. Sempre in tuta blu ma con i capelli in ordine e le mani pulite. È logico. Maurice è il rappresentante sindacale della Fabbrica. Il difensore degli operai. Viene verso di me.
– Buongiorno, ragazzo! Che ci fai qui?
– Vengo per un lavoro.
– Cosa?
– Sì. Voglio lavorare.
– Alla Fabbrica? Ti ha dato di volta il cervello? E gli studi?
– Quali studi? Della scuola non so che farmene! Ne ho abbastanza. Voglio lavorare. Voglio aiutare mia madre.
– Vuoi finire come noi? Malato, stanco, logorato?
– No! Io non finirò mai come voi. Io ho dei progetti. Voglio andare in America. Per vedere scorrere il Mississippi. Ma prima voglio lavorare. Ne ho bisogno. Per ora. Dopo si vedrà.
– Stai davvero facendo una fesseria, ragazzo. E il tuo fiume è troppo lontano.
– Può darsi. Ma ci andrò lo stesso. Mi guarda dritto negli occhi. Deve vederci, nel profondo, una violenta determinazione. Mi fa, con aria sconfitta.
– Bene! Vieni con me. Mi mette una mano sulla spalla. Mi vuole bene. È come uno zio per me. Mi guida attraverso la Fabbrica. Attraverso il calore. Attraverso il frastuono. Mi salutano. Qui conosco tutti. E tutti conoscono me.
– Ehi, Joseph!
– Ma guarda, il piccolo Jo.
Joseph, Jo, sono io.
Arriviamo in un corridoio. Saliamo una scala in ferro. Sbuchiamo in un’anticamera. Ci sono tre porte. Contabilità. Spedizioni. Direzione. Entriamo nell’ufficio della direzione. Maurice non ha nemmeno bussato. È di casa, qui. La direzione è una grande stanza con due scrivanie, quella della segretaria e quella del Direttore.
Maurice fa.
– Buongiorno, buongiorno.
La segretaria, Valérie, una bella brunetta, la figlia di Albert, la sorella del grande Louis, risponde.
– Buongiorno Maurice, buongiorno Joseph.
Io le faccio un gran sorriso. Lei continua il suo lavoro di segretaria.
Ci avviciniamo al Direttore.
Maurice chiede.
– Disturbo?
Il Direttore, Paul Frémont, delle industrie Frémont et Compagnie, butta lì una vaga risposta negativa. Maurice attacca.
– Ti presento Joseph. Vuole lavorare alla Fabbrica. C’è un posto alle spedizioni.
Il signor Frémont mi squadra.
– Al momento non è proprio possibile. E poi è troppo giovane. Quanti anni ha, questo Joseph?
Io rispondo con orgoglio e importanza.
– Quasi diciotto. Fra sette giorni.
– Non si direbbe. Hai l’aria di un ragazzino.
– Eppure è vero!
Maurice annuisce con la testa. Il Direttore non può far altro che crederci.
Mi domanda.
– Come fai di cognome? Chi è tuo padre? Di chi sei figlio?
Esito.
Maurice riprende pronto la parola.
– È Pozzo. Joseph Pozzo. Il figlio di Marie Pozzo. Il Direttore scuote la testa, con un’aria come per dire che ha capito chi è mia madre, anche se mia madre non lavora alla Fabbrica. Si schiarisce la gola. Si allarga un po’ il colletto della camicia. Bisogna ammettere che fa caldo nell’ufficio della direzione malgrado un ventilatore continuamente in funzione. Gli occhi al soffitto, sembra riflettere, il Direttore.
– Non lo so. È un po’ piccolo.
Allora dico. – Ho voglia e bisogno di lavorare. Non la deluderò.
Maurice mi spalleggia.
– Sono sicuro che puoi farlo, per lui e per Marie. E inoltre, parla un po’ di inglese. Per le spedizioni è utile.
Il Direttore gira la testa quasi grigia verso Maurice.
– E va bene. Solo perché sei tu.
Poi mi guarda, con il fare paterno che lo caratterizza.
– Ragazzo mio, puoi ritornare il giorno dei tuoi diciotto anni. Ti faremo firmare un contratto.
– Grazie, grazie, grazie, signor Direttore.
E si immerge di nuovo nelle sue carte. Senza aggiungere altro.
Maurice e io ce ne andiamo. Uscendo facciamo un cenno di saluto a Valérie. Dalla porta, lo sentiamo urlare, il Direttore. Reclama il suo caffè.
Maurice dice.
– Vedi che non è poi un cattivo diavolo, Paul.
– Sicuro!
Riattraversiamo la Fabbrica. Due grandi atri in ferro. Macchine un po’ dappertutto. Due macchine che fumano. Due macchine che vibrano. E davanti, uomini che si svuotano della loro acqua, della loro energia, per farle andare, quelle macchine. Maurice alza spesso il braccio. Incoraggia l’uno. Sbraita contro l’altro. È il rappresentante sindacale della Fabbrica. Un uomo potente. Un padre adottivo per tutti quegli orfani della vita. Sto dietro a lui, mentre continuano a rivolgermi cenni, buongiorno e saluti. Io rispondo come un uomo, come un futuro compagno, come un futuro cane. Ma io, io ho dei progetti...
A un tratto si sente come un grido, un urlo di bestia. Seguito da un suono d’allarme. Seguito da un’agitazione. Maurice capisce subito.
– Presto, più presto!
Si mette a correre. Lo seguo. I compagni fermano le macchine. Tutte le macchine. Un silenzio si diffonde nella Fabbrica. A parte l’urlo di bestia. A parte l’allarme. Nuvole di vapore attraversano i due grandi atri. In ogni direzione. Arriviamo. Lui è là. Un portoghese minuto di nome Jesus Pereira. La mano destra inghiottita, ingurgitata, ingollata dalle fauci ferrose di una macchina. Valérie, la segretaria, si precipita, con la valigetta del pronto soccorso in mano. Lei fa anche l’infermiera, alla Fabbrica. E ha parecchio lavoro. Il povero Jesus diventa bianco di dolore. Ora non ha più il coraggio né la rabbia per gridare. Alcuni compagni lo sorreggono. Valérie si avvicina. Gli parla con dolcezza. Tira fuori una siringa dalla valigetta e la immerge in un liquido. Poi punge il braccio destro di Jesus. Maurice mi dice all’orecchio che è morfina. Per il dolore. Il signor Frémont, il Direttore, ci raggiunge a grandi passi. È nervoso. Ha il viso contratto in una smorfia d’inquietudine.
Dà l’ordine di aprire la macchina per estrarne la mano di Jesus. I compagni si mettono all’opera. Lentamente liberano la barra di bloccaggio. Lentamente sollevano la leva della pressione. Solo allora, la macchina, rende la sua preda. La mano è rossa, di un rosso pesto, di un rosso mostruoso. Jesus si accascia. La cosa migliore da farsi. Lo sostengono. Nello spaventoso silenzio della Fabbrica bloccata, tra i vapori furiosi delle macchine addormentate, dove ora l’allarme non suona più, sentiamo una sirena che si avvicina. I due uomini dell’ambulanza arrivano con una barella.
Maurice mi dice che Jesus ha finito di lavorare. E per sempre. Perché la sua mano è morta. Poveraccio. Fortuna che c’è la cassa di soccorso del sindacato e il premio che il signor Frémont dà ai feriti della Fabbrica. Jesus viene disteso sulla lettiga. Maurice parte con l’ambulanza. Va ad accompagnare il ferito in ospedale. Giusto il tempo di uscire e respirare un po’ d’aria, e tutti hanno ripreso il loro posto, ciascuno davanti alla propria macchina, come dei sopravvissuti, sollevati per non essere stati, in questo giorno, vittime di quell’orda famelica che sono le macchine della Fabbrica. Domani, forse! Anche se per loro domani non esiste.
Raggiungo la Caserma. Il nostro sobborgo è una vecchia caserma dell’Esercito riconvertita in un agglomerato di abitazioni per operai. Il suo vero nome è città-giardino. Ma non c’è mai stato alcun giardino. Giusto un prato squallido con un albero spelacchiato al centro. E tutt’intorno, tre lunghi edifici di quattro piani in mattoni. Costruzioni messe così, le une perpendicolari alle altre, a formare una sorta di largo spiazzo quadrato, aperto da un lato sulla Strada. Ognuno può vedere il suo vicino. E in piena estate, nelle ore calde, con le finestre spalancate, lo si sente vivere, mangiare, respirare quasi. Non sono peggiori degli edifici moderni. Non ce ne lamentiamo. C’è un vecchio guardiano, Raul, ma è diventato sordo. E lui è più spesso al Panama che in portineria. Si accontenta di portare fuori la spazzatura, di cambiare le lampadine rotte, di occuparsi dei dettagli. Un giorno Raul morirà. E nessuno si occuperà più dei dettagli. Il sole brilla. Non una nuvola. Il blu ha inghiottito ogni cosa.
Passo davanti a Ramdam. Lui bela. Ramdam è un montone. Un vero montone. Con quattro zampe e il pelo lungo e sporco. È stato Mustafà a comprarlo due anni fa per l’Aid el Kébir, una festa delle sue parti. Lui voleva sgozzarlo con le sue mani, nella vasca da bagno, per piacere al suo Dio, al suo Profeta e alla tradizione dei suoi avi. Ma i figli hanno fatto un tale baccano che la povera bestia è stata risparmiata, e Dio, e il Profeta, e gli avi, devono aver storto il naso non vedendo arrivare l’anima del montone. Mustafà si è consolato dicendosi che tipi come quelli dovevano aver ricevuto ben altri sacrifici per resistere sino all’anno successivo. Da allora Mustafà ha un po’ perso la fede. E Ramdam, il montone, gironzola in mezzo al prato. Bruca quello che può, quello che trova. Gli hanno costruito una sorta di riparo con un vecchio barile in ferro e una tavola di legno. Gli lanciano da mangiare avanzi, scarti, dalle finestre degli appartamenti. Se la cava piuttosto bene. Nemmeno lui si lamenta. Io gli gratto la testa. Lui mi lecca le dita con la lingua rasposa.
Adolphe si avvicina zigzagando. Ciondola. Recita, urla qualche verso.
– La mia donna è morta, sono libero...
Con gli altri, quelli che si sono affacciati sulla porta, ci domandiamo se riuscirà a raggiungere il suo appartamento, se riuscirà a mettersi a letto, se riuscirà a farsi strapazzare da Lili, sua moglie, al rientro dalla Fabbrica. Senza dubbio. Come ogni giorno. Mi lancia un sorriso pieno di vuoto. Sa che lo osserviamo.
Fa una sorta di segno con la mano. Poi rientra nel suo caseggiato, il caseggiato a, gridando, sbraitando.
– La mia donna è morta, sono libero...
Indugio ancora qualche istante. Degli istanti deserti. La biancheria appesa alle finestre sembra asciutta. Il sole comincia a calare e fa tornare le ombre. Il calore si esaurisce lentamente. Solitarie, ora che Adolphe e i suoi muggiti sono andati via, le grida della Fabbrica turbano il silenzio. A volte con qualche respiro sordo, di gente che riposa, dorme, sogna. E il belare di Ramdam.
Entro nell’edificio c. Quello di Juliette. Sulle scale, seduto su un gradino, un libricino in mano, c’è Itsik. Anche lui ha lasciato il Panama. Approfitta di una corrente d’aria che dal tetto raggiunge le scale per rinfrescarsi. Gli racconto dell’incidente. Si dispiace per la sorte toccata al povero Jesus Pereira. Ha una sorta di accento, un po’ tedesco, un po’ strano. So che è venuto da solo, molto tempo fa, da un angolo sperduto della Polonia. È rimasto solo tutta la vita. Itsik non lavora più. Troppo vecchio. Ma ha lavorato, come gli altri, alla Fabbrica, negli uffici. Mi dice, mentre vado via.
– Dio sia con te.
Parla sempre di Dio. Non so perché. Qui, alla Caserma, Dio non è un tipo che amiamo frequentare.
Probabilmente perché la gente ha parecchie cose da rimproverargli. Gli faccio un cenno col capo e proseguo per la mia strada. Al secondo piano suono. È la madre di Juliette ad aprire la porta.
– Buongiorno Joseph.
– Buongiorno signora. C’è Juliette?
– Sì! Nella sua stanza. Vai pure!
Entro nell’appartamento. Nel salone la radio urla, gracchia. Antonio, il padre di Juliette ascolta il Tour de France.
– Buongiorno signore!
– Sei tu Joseph?
– Sì!
Antonio è vestito con una tuta multicolore, un vecchio paio di galosce, un cappellino. Seduto su una bicicletta modificata, adattata, pedala, pedala, senza sosta, sentendo alla radio che un tipo è andato in fuga, e un gruppo si è lanciato all’inseguimento. È un bagno di sudore, Antonio. Pedala nel grande vuoto, nel grande nulla, cieco com’è. Ha perso la vista in seguito a un incidente, alla Fabbrica, più di dieci anni fa. Un’esplosione di fumi che gli ha bruciato gli occhi. Per tutto l’inverno si allena sulla sua bici, e quando arriva l’estate fa il suo Giro insieme ai campioni, a casa sua, ascoltando la radio. Gli chiedo, per fargli piacere.
– A che punto è? Comincia la salita?
– Comincia, comincia, ragazzo, puoi ben dirlo!
Mi hanno distaccato sulla salita del Galibier. Ma mi rifarò nella discesa.
Vedo che fa fatica e soffre. Ecco che si mette a gridare.
– Rifornimenti! Buon Dio!
La moglie arriva con una borraccia e una gelatina di frutta. Uscendo dal salone, gli dico in bocca al lupo.
– Grazie ragazzo.
Apro la porta della stanza di Juliette. Un profumo di vaniglia e dolcezza m’invade. Juliette è alla scrivania. Lavora. Scrive. Vuole scrivere libri, fare la giornalista.
– Sono io.
Si volta e mi trafigge con lo sguardo.
– Dov’eri?
– Da nessuna parte. In giro. Commissioni per mia madre.
– Joseph, non raccontare balle. Non a me. Ti hanno visto entrare alla Fabbrica.
Alla Caserma non si può fare molto senza che tutti ne siano al corrente. Mi siedo sul letto.
– Sono andato a cercare lavoro.
– Lavoro? Un vero lavoro?
– Sì! Alla Fabbrica.
– Alla Fabbrica? Ti sei ammattito? E il liceo? Ti manca ancora un anno per finirlo.
– Lo so, non importa. Non sono come te. Non ho intenzione di continuare gli studi. Ho solo bisogno di lavorare.
Lei si dispera. Alza gli occhi al cielo.
– Perché fai così? Pensavo d’avere un po’ d’influenza su di te!
Mi alzo. Mi avvicino. Le afferro le mani.
– Più di quanta tu non creda!
– Non capisco!
–Non dovevi passarmi il libro sul Mississippi, quello di Mark Twain.

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