Reportage/ La Leopoli tra le due guerre nei ricordi di Stanislaw Lem

Mercoledì, 7 gennaio 2009 - 15:20:00

Di Massimiliano Di Pasquale

Geograficamente posta nella parte orientale dell’Impero, Leopoli, definita ‘grande città polacca, avanguardia della civiltà occidentale sulla steppa quasi asiatica’ – scrive Bozena Myciek ne Il viaggio sentimentale dei polacchi a Leopoli – era considerata in modo diverso a seconda dei punti di vista: per l’Occidente era una città orientale, ma per l’Europa Orientale era una città di tipo occidentale e in realtà possedeva le caratteristiche di entrambe le culture.” Fondata alla metà del 13° secolo – all’incrocio di due importanti vie commerciali, una che attraverso i Balcani portava fino alla Grecia, l’altra che univa il Nord Europa alla Persia – dal principe della Rus galiziana Danylo Romanovyc, che le diede il nome del figlio Lev, l’odierna Lviv ha attirato a sé sin dalla sua nascita gruppi etnici diversi.

Polacchi, tedeschi, cechi, ungheresi, rumeni, armeni, ebrei, tatari, italiani, greci, lituani e turchi hanno conferito alla città, nel corso dei secoli, quel carattere multietnico e cosmopolita che ancora oggi si riscontra passeggiando per le sue antiche vie. Se agli inizi del ’900 lo scrittore americano di origine armene William Saroyan nel racconto Malenka Manon, ne fa un ritratto a tinte fosche, contribuendo ad alimentare la leggenda di città arcana e misteriosa, qualche decade prima Leopold Von Masoch, nato qui nel 1836 da padre austriaco e madre russa, ne tesseva le lodi descrivendola come uno straordinario luogo di tolleranza fra popolazioni tanto diverse. Ne i Racconti di Galizia, libro ingiustamente offuscato dalla notorietà di Venere in Pelliccia, Von Masoch traccia una sorta di “guida sentimentale” lungo l’itinerario di una città – Lemberg – e di una regione – la Galizia – affascinanti ed ancestrali. Ad alimentare un'altra leggenda, quella di Leopoli come città abbandonata, hanno contribuito in tempi più recenti le pagine di scrittori esuli di nazionalità polacca.


Foto di Massimiliano Di Pasquale
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A cominciare da Marian Hemar che durante gli anni londinesi riversò in decine di articoli e poesie il suo amore per “la città dei leoni” fino a Stanislaw Lem, celebre autore di fantascienza, che ne Il Castello Alto fornisce uno dei ritratti più belli e completi della città nel periodo fra le due guerre. Uscito in Italia per la prima volta nei mesi scorsi (Stanislaw Lem – Il Castello Alto – Bollati Boringhieri, Milano 2008 - € 15) il libro di Lem, noto in Italia per Solaris, romanzo di fantascienza da cui il regista sovietico Andrej Tarkovskij trasse nel 1972 l’omonimo film di grande successo, sorprenderà non poco coloro che lo hanno apprezzato come scrittore di fiction capace di fondere mirabilmente le sue due grandi passioni: scienza e filosofia. Il racconto autobiografico, che ripercorre la sua infanzia nella Leopoli a cavallo tra le due guerre, ci presenta infatti un Lem insolito.

Romanzo di formazione dai tratti “proustiani”, Wysoki Zamek, è un vero e proprio viaggio alla ricerca del “tempo perduto” nella Lwow polacca degli anni ‘20 e ’30. Il fascino dell’opera sta nella ricostruzione, attraverso suggestioni cromatiche e olfattive, della Leopoli di inizio secolo che fa da sfondo ai ricordi del giovane Stanislaw. “All’epoca, tra tutti i monumenti e le attrazioni di Leopoli, quella che più calamitava la mia attenzione era la pasticceria Zalewski in via Akademicka… Ricordo branchi di maialini rosa con gli occhietti di cioccolato, ogni genere possibile di frutta, funghi, affettati, piante, selve e terreni accidentati: ci si poteva convincere che Zalewski sarebbe stato in grado di ripetere l’intero cosmo nello zucchero e nel cioccolato, dando al sole il luccichio delle mandorle perlate e alle stelle quello della glassa…”
Ancora oggi percorrendo le eleganti vie del capoluogo galiziano si ritrovano simili atmosfere.
A metà del viale intitolato al poeta ucraino Shevchenko, Veronica – raffinata pasticceria in stile austroungarico – è il luogo in cui le signore di Lviv si incontrano per il rito del caffè. I quadri in stile Gustav Klimt, che decorano le pareti del locale, non fanno che rafforzare l’impressione di essere stati catapultati, come d’incanto, in un café asburgico di fine ‘800.

Più avanti nel libro, ripercorrendo episodi di vita ginnasiale, Lem si sofferma su alcuni dei luoghi più celebri della città. “La strada da casa al ginnasio forse potrei percorrerla a occhi chiusi anche oggi: quel tragitto ripetuto infinite volte, si è conservato nella mia mente nel corso degli anni, diventando come una melodia, quella che gli psicologi chiamano ‘melodia cinetica’. Da qui il paragone con il topo che, orientandosi perfettamente nell’ambiente circostante, non è certo in grado di apprezzarlo da un punto di vista estetico… Indubbiamente passavo accanto a monumenti architettonici, alla cattedrale armena, alle antiche case sulla piazza del Mercato con in testa la famosa Casa Nera, ma non li ricordo affatto”. C’è nelle parole dello scrittore polacco il sapore agrodolce di una stagione della vita che non tornerà più.

La memoria offre conforto grazie al recupero nostalgico di straordinarie bellezze architettoniche quali la Casa Nera – suggestivo edificio che tuttora ammalia gli studenti d’arte di tutto il mondo per il suo bugnato esterno simile a quello del Palazzo dei Diamanti di Ferrara – che, ignorate in gioventù, vengono apprezzate ex post in virtù dello sguardo adulto e “lontano” dell’autore. Ma le pagine forse più toccanti del libro sono quelle dedicate al Castello Alto. Il luogo, ove oggi sventola solenne la bandiera giallo-azzurra dell’Ucraina e da cui si gode un panorama mozzafiato della città, è per Lem l’essenza stessa di Leopoli. Quello che le fa assumere una dimensione mitologica. “Per tutti noi il Castello alto era come il cielo per i cristiani. Ci si andava quando qualche lezione saltava per un’improvvisa indisposizione del professore, il che costituiva una delle sorprese più gioiose che, di rado, ci riserva il destino… al Castello alto […] andavamo apertamente, rumorosamente, in una legittima aureola di dolce far niente, ubriacati dall’eccesso di libertà che si era inaspettatamente creato”.

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