"Prigionieri del Paradiso" (Iperborea). Il ritorno del finlandese cult Paasilinna. UN CAPITOLO IN ESCLUSIVA
Venerdì, 27 novembre 2009 - 16:10:00
Il giovanotto tornò a sedersi al mio fianco e chiacchierammo del più e del meno per una mezz’oretta. La tempesta sembrava raddoppiare d’intensità e quando gli chiesi un altro bicchiere ebbe difficoltà a portarmelo. Lui non beveva. Dalla fila prima di me si sentiva arrivare un leggero stridio. Sbirciai nella fessura tra i due sedili e vidi una ragazza bionda che si stava limando le un-ghie. Mi rivolse uno sguardo amichevole, ma non scambiammo parola. Lo steward si aggrappava allo schienale davanti. L’aereo ballava a più non posso e io facevo una fatica tremenda a non rovesciare il bicchiere.Lo steward si girò verso di me e disse a bassa voce, per non farsi sentire dagli altri passeggeri, che non aveva la più pallida idea di dove ci trovassimo. Quando chiesi stupefatto come fosse possibile, rispose a voce ancora più bassa che secondo lui neanche il comandante aveva un’idea più precisa sull’argomento. Non avrebbe dovuto dirmelo, aggiunse, ma tanto ormai non faceva molta differenza: il nostro aereo si era perso. Suggerii che forse era il caso di avvertire gli altri passeggeri. Mi chiese se ne ero proprio convinto, perché l’aveva pensato anche lui. Si alzò e si allontanò con passo vacillante verso la cabina di pilotaggio. Poco dopo dagli altoparlanti la voce del comandante annunciò che stavamo volando a una quota di diecimila metri in direzione sud-est. Quanto alla posizione dell’aereo, che avrebbe dovuto essere nota con precisione, di fatto non lo era. Altitudine e direzione erano le uniche informazioni disponibili.
Il comandante si presentò come Taylor e proseguì l’annuncio sciorinando una serie di raffinate spiegazioni, secondo le quali non ci eravamo proprio persi, ma era semplicemente difficile deter-minare la nostra posizione esatta per via delle particolari condizioni atmosferiche, e che non c’era motivo di preoccuparsi. Pregò i passeggeri di allacciare le cinture e chiese ai fumatori di spegnere le sigarette. Le hostess portarono dei cuscini da mettere sulle ginocchia e spiegarono il funzionamento delle mascherea ossigeno. Fu indicata la collocazione delle uscite di sicurezza e dei giubbotti di salvataggio. Tastai sotto il sedile alla ricerca del mio e pensai a quanto sarebbe stato sgradevole doverlo davvero indossare.Ricordai allo steward che avevamo già visto quelle dimostrazioni qualche ora prima, al decollo a Tokyo.“Questo non vuol dire necessariamente che siamo in pericolo”, mi fece notare lui con scarsissima convinzione. Dal tono della voce capii che la situazione cominciava a essere realmente allarmante.Mi domandai se avrei mai messo piede in Au-stralia: erano due anni che progettavo quel viaggio. Di lì a poco avrei avuto ben altre preoccupa-zioni. L’aeroplano in effetti s’inclinò di colpo sul lato sinistro. Io ero seduto sul lato destro vicino al finestrino. Cercai di guardare fuori, ma era buio pesto. Il mio bicchiere cadde sul pavimento, senza che lo steward se ne accorgesse. Rotolò tintinnando per tutto il corridoio e finì la sua corsa contro lo stipite della cabina di pilotaggio, dove si frantumò in mille pezzi. I vetri rotti portano buono, mi dissi senza crederci molto. L’aereo oscillava spasmodicamente da un lato all’altro, poi le luci si spensero. Avevo la sensazione che il motore situato alla mia destra si fosse fermato. Non era una sensazione. Il Trident scendeva in picchiata verso il mare. La voce gracchiante del comandante proruppe dagli altoparlanti. Non era più tanto calmo. Chiese ai passeggeri di tenersi pronti a evacuare l’aereo. Di notte, in piena tempesta, in mezzo al Pacifico. Le donne cominciarono a lanciare urla laceranti. Avevo le orecchie tappate e le lacrime agli occhi. L’aereo continuava a precipitare dritto verso l’acqua. Dopo una lunga picchiata, tutt’a un tratto l’apparecchio si rimise in una posizione più confortevole e si sentì di nuovo la voce del comandante che annunciava nel buio: “Stiamo attualmente planando sopra l’oceano. Il reattore destro è fuori uso. Tra pochi istanti tenteremo l’ammaraggio.”Esortando i passeggeri a mantenere la calma, aggiunse che con un pizzico di fortuna avremmo potuto trovare un’isola nei dintorni. Inoltre informò che un velivolo di quel tipo poteva resistere all’impatto senza danni ingenti e che i passeggeri avrebbero avuto il tempo di abbandonare l’aereo dalle uscite di sicurezza prima che affondasse. Mi resi conto che l’aereo inclinato su un lato cominciava a descrivere dei cerchi sopra la superficie dell’acqua e dedussi che forse il nostro meraviglioso pilota stava cercando un luogo propizio, un’isola con una spiaggia di sabbia sufficientemente lunga da consentire un atterraggio d’emergenza.



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