Piangere e ridere? 'Lady D' insegna

Lunedì, 20 luglio 2009 - 10:33:00

di Lodovica Maria Zanet

Che cosa ci sarebbe di più personale, di più tragicamente irriducibile alla possibilità che altri ne facciano un’esperienza analoga alla nostra se non il riso e il pianto? Provate a dire a qualcuno che la risanante risata che si è appena fatto non fosse sua. Oppure provate a dire a una persona che ha subito un grave lutto che non sta piangendo veramente: in questo caso il mondo sembra franarle addosso, eppure il suo pianto potrebbe essere interpretato come la manifestazione "illusoria" di un dolore in realtà assente.

Per quanto assurda questa prospettiva possa sembrare, specie in questi giorni in cui si è tornati a piangere e a ridere, o anche a piangere e a ridere insieme (e ognuno penserà ai suoi eroi), si tratta né più nemmeno della tesi sostenuta dal filosofo Maurizio Ferraris (il quale si rifà a LadyD e al deuil collettivo in suo onore apparso ad alcuni irrazionale, ad altri profondamente giustificabile oltre che legittimo) nel recente feuilletton "Piangere e ridere davvero".

Florilegio ironico e divertente (come potrebbe esser altrimenti, se si tratta di mettere a nudo i segreti dell’animo umana?): in cui ci vive spiegato, per esempio, come mai piangono e ridono veramente, "per davvero", persone a cui saremmo propensi a non riconoscere questo status di ilari o piangenti, e perché invece sorga spesso più di un dubbio sull’autenticità del pianto o del riso di persone (apparentemente) prostrate dal dolore o pervase da un irrefrenabile impulso alla risata.

La risposta non è semplice, tanto più che obiezioni e contro obiezioni alla teoria “classica”, secondo la quale il pianto e il riso richiederebbero un presupposto di sincerità, si moltiplicano a dismisura ed è d’obbligo prenderle seriamente in considerazione. I contro-esempi, in questo caso, abbondano: si va dal classico "pianto da cipolle" (quello, per intenderci, in cui ci capita di incorrere preparando un soffritto e che è lì, pronto al varco, per "trasformare Tropea in una valle di lacrime") al "pianto chimico" di chi avesse l’ubriacatura infelice; dal ridere per il solletico all’essere istericamente ilari.

Tonalità emotive felici si possono accordare benissimo a manifestazioni esteriori tristi, e tonalità tristi dar fuori in risate per niente allegre. E c’è il piangere per un ricordo (ovvero "coscientemente ma senza un oggetto presente") e il piangere in sogno (ovvero "inconsciamente ma senza un oggetto presente"). Senza dimenticare due pianti "strani", che qualche fenomenologo oserebbe definire pseudo-pianti, come il "piangere per errore a causa di oggetti che in un secondo momento di rivelano fasi" e il "piangere di felicità" che è piangere sì, ma "senza tristezza".

C’è il pianto di chi è colpito da un dolore reale e il pianto di chi si commuove per il personaggio (fittizio) di un romanzo. C’è, dice Ferraris, chi non riesce a piangere per la propria moglie eppure singhiozza disperatamente per la fine della povera Anna Karenina. E c’è chi ha pianto a dirotto per la morte di Lady D annunciata in mondovisione ma, in compenso, non è stato capace di versare una sola lacrima nel compiere quell’omicidio che l’ha portato a scontare la dura lex di un carcere americano. Volgiamo il pianto nel suo corrispettivo lieto, il riso, e riscontreremo le stesse anomalie.

Nell’uno o nell’altro caso, sostiene Maurizio Ferraris, "piangere (e ridere) veramente è difficile, sia perché gli altri sono impenetrabili, almeno se vogliamo dar retta agli esistenzialisti, sia perché, nel piangere e nel ridere, e nella legittimità di farlo o di non farlo, si nasconde un potente elemento normativo". Insomma, "si può piangere o si può ridere solo a certe condizioni, e se uno piange o ride senza rispettarle, allora si esclude che pianga o rida veramente".

E tra questa condizioni non figura l’esistenza: le nostre emozioni, sostiene Ferraris, non sono più vere per il fatto che si riferiscono a cose presenti. "Se le cose fossero vere, si piangerebbe meglio? È tutto tranne che certo". Montaigne racconta di aver pianto al solo ricordo di un amico che non c’era più. E tutto Proust potrebbe essere un’esemplificazione di questa tesi.

Un’altra prova (per certi aspetti paradossale) di questa singolare affermazione? La nostra cara contemporaneità, la quale sarebbe affetta dalle bizzarre sindromi della "tamarizzazione del sublime" o, alternativamente, della "sublimazione del tamarro", inequivocabilmente identificabili con la tendenza a fare di tamarri elegantemente tali un surrogato del sublime estetico, togliendo di mezzo il vero sublime come si fa per le griffe passate di moda, e spacciando un falso sublime per sublimità allo stato puro quando il sublime kantiano sarebbe, oggettivamente, troppo poco a buon mercato, oltre che un tantino demodé. In questi casi, ci si commuoverebbe addirittura per eroi non eroici, fatti da noi per il  nostro uso e consumo.

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