Personaggi/ "Il teatro? Un lusso irrinunciabile". Dacia Maraini risponde a Baricco
di Giovanni Zambito 
Dacia Maraini
Incontrare Dacia Maraini costituisce un’occasione a livello letterario di continuo arricchimento e di naturale bellezza anche dopo l’ennesima volta e questo vale sia quando si mette a parlare dei suoi libri, degli argomenti cari alle donne e alla letteratura, della vocazione teatrale e così via. Presso la libreria Mel Bookstore di Roma il pubblico ha potuto godere di nuovo della sua voce e della sua compagnia durante la presentazione del saggio di Gioconda Marinelli e Angela Matassa ''Dacia Maraini in scena con Marianna, Veronica, Camille e le altre'' (pagg. 96, € 9,90), edito da Ianieri Edizioni di Pescara.
Un libro per celebrare le donne, protagoniste assolute del teatro di Dacia Maraini ripercorrendo alcune delle opere teatrali più significative dell'autrice, con trentasei illustrazioni, molte delle quali foto inedite, che ''raccontano'' anche visivamente l'impegno da lei profuso nel corso della sua lunga carriera di cui ricorda con particolare affetto gli inizi. “Ho cominciato a fare teatro - afferma - dal basso, poveramente, nelle cantine, stancandomi molto. Stavo tutto il giorno chiusa in queste cantine dove facevo di tutto: dal piantare chiodi, dipingere le pareti, preparare le scene, recitare con gli attori, la regia, servo di scena, suggeritore…”.
Tutto ciò si è poi rivelato utile?
“Certamente. La vicinanza pratica del teatro dall’interno mi ha insegnato molte cose: quando scrivevo a tavolino conoscevo davvero il linguaggio della scena, ch’è un linguaggio speciale”.
Perché?
“È un linguaggio diverso da quello delle parole che in scena sono importantissimo ma non possono funzionare da sole: c’è bisogno della voce umana, degli attori, della scenografia, delle luci. Ho imparato che facendo teatro occorre mescolarsi e mettersi in un rapporto dialettico con i diversi linguaggi”.
Ci può fare un esempio?
“Prendiamo il linguaggio delle luci: se io non l’avessi fatto con quei pochi riflettori che avevamo non l’avrei imparato. Quando si fa buio è un arresto del respiro, una pausa, un silenzio, un moto di tempo. Le luci da basso, per esempio, ingigantiscono e fanno alzare il personaggio; quelle dall’alto lo schiacciano, le luci dal fianco tendono a isolare dallo spazio e rendere tutta presente una carnalità. Tutto questo s’impara facendolo”.
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A che serve oggi continuare ad andare a teatro?
“Il teatro è l’unico luogo dove il linguaggio scritto della letteratura si sposa con quello parlato della strada e dei salotti: assume così una funzione normativa, cioè il linguaggio viene normato dalla scena”.
Che ne pensa della provocazione di Baricco che invita a dare alle scuole e alla tv i fondi destinati al teatro?
“Sentendolo mi sono messa le mani nei capelli: le scuole devono avere i finanziamenti ma per conto loro senza toglierli al teatro; in quanto alla tv non ne ha bisogno grazie alla pubblicità cosa che per fortuna non c’è a teatro. Non ha senso: il teatro è finanziato in tutto il mondo perché è un lusso di cui non si può fare a meno come la scuola”.
In che senso?
“Nel senso che lì per lì non è produttiva nel senso immediato del termine: produce il cittadino ma dopo tanti anni e tante fatiche e alla fine emergono gli esiti. Il teatro è uno di quei luoghi che non dà immediati guadagni e infatti nessun teatro al mondo guadagna quello che spende, quindi ha bisogno di finanziamenti, che non sono però a perdere, un inutile spreco buttato via.”
Quali i motivi per i quali continuare a sovvenzionarlo?
“In teatro si testano e sperimentano i nuovi linguaggi che poi saranno usati dal Paese; poi è il luogo dove ancora ci si incontra fisicamente quando tutto è oramai diventato virtuale. Anche al cinema c’è un’immagine filmata tempo prima su cui gli spettatori non possono intervenire: costerà meno ma vuole mettere? A teatro sia sul palco che in platea possono intervenire: c’è una fortissima intesa e la platea con una risata, con un’attenzione o la disattenzione, la tensione nervosa, un’attesa o una partecipazione più o meno forte può influire sulla scena e questo non succede da nessuna parte. Si può dire che il teatro è rimasta l’ultima piazza della vecchia società dove si parlava, si discuteva e confrontavano le idee. E tutto ciò va pagato perché è un lusso che cambia la scena culturale del Paese: è giusto pagarlo e non sono quindi assolutamente con Baricco. Il teatro morirebbe perché non ce la fa”.
(Segue - "Falcone e Borsellino...? Più modelli da seguire che eroi...")



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