Il western di Percival Everett... L'incipit in anteprima su Affaritaliani.it
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attonito e impotente un drappello di farabutti vestiti da indiani bruciare il suo ranch, ammazzargli il cane e rapirgli la moglie. Potrebbe intervenire, sparare, ma la sua mano tentenna. Guarda la scena dall’alto, assiste alla sua vita andare in fumo. Marder è codardo, razzista, avido, imbroglione; è uno di cui è meglio non fidarsi, è un disertore e a star con lui si rischia di finire sulla forca. Mosso più dall’istinto che dalla rabbia, Marder decide di ingaggiare Bubba, ex schiavo di colore e tuttofare di talento, a quanto pare il solo in grado di scovare qualcuno in mezzo al deserto. È questo l’inizio di un lungo viaggio avventuroso e surreale tra le terre selvagge e desolate del West, che porterà la bizzarra coppia a familiarizzare con indiani, coloni, soldati e a scontrarsi con personaggi stravaganti come un predicatore blasfemo che vende Bibbie contraffatte, un’iraconda prostituta e un insolito generale Custer in camicia da notte. Come nel precedente Ferito, Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western per ottenere un effetto parossistico. La sua attenzione è concentrata sul peccato originale: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. Con uno stile essenziale ma ricco di invenzioni linguistiche, Everett analizza vizi e virtù della vecchia America in un western insolito, divertentissimo e feroce che fa ridere perfino nelle scene più agghiaccianti.
L’autore - Percival Everett (1956) è nato a Fort Gordon, in Georgia, ed è docente di letteratura alla University of Southern California. Ha scritto venti romanzi e numerose raccolte di racconti e poesie, ha conseguito alcuni dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali ed è considerato uno dei migliori talenti americani degli ultimi anni. Di Everett Nutrimenti ha pubblicato Glifo, La cura dell’acqua, Ferito (vincitore del premio Vallombrosa –Von Rezzori 2010), Deserto americano e Non Sono Sidney Poitier. 
L'autore
IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT DEL LIBRO
(per gentile concessione di Nutrimenti)
La prima cosa che ho visto è il fumo. Troppo fumo perché uscisse solo dal camino, così ho spronato il leardo e ho scollinato di gran carriera. Altro che fuocherello domestico, era la mia canchero di casa a ferro e fuoco. Le fiamme rosse e gialle guizzavano alte nel cielo appena sotto una cappa di fumo denso. E tutt’attorno una combriccola di banditi, poco raccomandabili anche a un miglio di distanza, cavalcavano in tondo e schiamazzavano come ossessi. Un paio continuavano a scagliare torce verso la casa, altri due scoccavano frecce a destra e a manca, e un altro aveva sistemato la mia mogliettina sulla sua sella a mo’ di tappeto. Sentirla smoccolare in tutte le lingue m’ha fatto sentire orgoglioso, diavolo. Non distinguevo le parole esatte, ma il tono era quello di chi sacramenta con tutti i crismi.
Una freccia se l’era presa anche il mio povero segugio e metteva una gran pena vederlo correre di qua e di là, vorticando su sé stesso manco fosse finito dentro una tromba d’aria. Avevo una mezza idea di fiondarmi giù per la collina e cantargliene quattro, ma non era che una mezza idea, e non credo proprio che m’avrebbero dato retta in quel momento. Cinque uomini nel delirio di un saccheggio. Impossibile ragionare nel delirio di un saccheggio. Ma non me ne sono rimasto con le mani in mano. Ho estratto la pistola dalla fondina e ho tenuto la posizione.
Alla fine se ne sono andati con uno sfacciato e chiassoso ragliare di cavalli che ho trovato inutile e di cattivo gusto. Sono partiti al galoppo con la mia Sadie a bordo e hanno lasciato il caro vecchio Tristo lì stecchito e tutto insanguinato. Quando il polverone si è abbassato sono sceso a dare un’occhiata. Che disastro! La casa e il fienile, almeno quello che ne restava, erano un mucchio di macerie che sfrigolavano e scoppiettavano, e il fumo mi faceva lacrimare. Non avevano lasciato un canchero di niente. Non c’era più niente di sacro? Ho chiesto al cielo: “Non c’è più niente di sacro?”. E il vasto, impietoso cielo del West ha fatto un gran sorriso e non ha detto niente.
Ho guardato tutte quelle frecce infilzate ovunque e ho pensato che le avevano sparpagliate in giro per dare la colpa agli indiani. Mi sono seduto a terra e ci ho rimuginato sopra. E se quelli invece erano indiani travestiti da bianchi per indirizzare i sospetti nell’altra direzione? Mi sono alzato e ho raccolto il caro vecchio Tristo, sollevandolo dalla freccia che lo aveva infilzato, sono rimontato in sella e sono partito verso il paese vicino con Tristo come prova che, chiunque fosse stato, aveva sparato delle frecce.
Mentre percorrevo il sentiero allontanandomi dal fumo e dalla cenere che erano stati la mia vita, ho ripensato al viso della mia Sadie. L’ho visto lì, che rimbalzava sulla sella del farabutto che se la stava portando via, un po’ più paffuto di quando c’eravamo conosciuti, proprio come il resto del corpo, mi sa, ma pur sempre il viso della mia donna. Naaa, mica era il faccino di una di quelle donzelle di Dodge City che cantano e ballano, ma il viso accanto al quale mi ero abituato a svegliarmi, e ballonzolava sulla sella di uno sconosciuto diretto chissaddove. Andava verso qualche terribile situazione che trovavo sgradevole anche solo immaginare, ma la vita è così, piena di selle e di sconosciuti.
Il caldo picchiava duro, e non mollava, tanto da inzupparmi di sudore la fascia del cappello e scorticarmi l’interno delle cosce contro la sella. Il mio cavallo andava ormai a passo di lumaca, ma non c’era nemmeno una fonte per farlo dissetare. Ciondolavo sull’orlo dello svenimento, finché non sono crollato in avanti e mi sono accorto che Tristo era scivolato via dalla freccia chissaddove lungo il percorso, ma non aveva importanza perché la gente avrebbe esaminato la freccia anche senza quel fardello di carne.
Il paese non era granché a vedersi, e in fondo nemmeno a visitarsi. Aveva un nome dannatamente imbarazzante, tanto che mi urtava perfino dire alla gente che vivevo nei dintorni. E visto che questa qui è la mia storia, quel nome non lo dico. Eccolo lì, quell’accrocco infame di baracche e stalle. Mi stava venendo un infarto nel vedere solo quelle catapecchie fatiscenti dietro un muro d’afa che saliva da terra e faceva tremolare quel postaccio come in un sogno. Ho cavalcato fino al centro del paese e sono capitombolato sull’arida terra tutta crepe, che all’urto è sembrata anche polverosa. Nessuno è accorso in mio aiuto e ho pensato che forse era l’afa a rallentare i corpi, ma mi ha messo tristezza pensare che alla gente non gliene importava più un fico secco del prossimo. Poi, in piedi sopra di me, è apparso Terkle, il piccolo barman dai capelli rossi, che ha detto qualcosa.
“Curt Marder, buono a nulla, scroccone, peccatore incallito, bestemmiatore, figlio d’un cane che non sei altro, mi devi tre dollari!”, ecco cosa ha detto.
Io l’ho fissato a bocca aperta, poi mi sono guardato, impolverato e disteso lì per terra e gli ho detto: “I banditi mi hanno bruciato la casa”.
“Tre dollari, non ti ho addebitato un centesimo d’interessi. Se c’avessi un briciolo di buonsenso, non ti farei più credito. Nossignore”.
“Mi hanno bruciato pure il fienile”.
“E anche Petersen giù all’emporio ha qualcosina da dirti”.
“Hanno pure rapito mia moglie”.
“Stavolta non ti approfitterai della nostra carità cristiana”.
“Mi hanno fatto fuori il cane”.
“Ti hanno fatto fuori il cane?”.
“Con questa freccia qui”. Ho alzato quello strumento di morte e gliel’ho mostrato. “Il cane era infilzato qui, ma me lo sono perso per strada”.
Lui s’è seduto accanto a me. “T’hanno accoppato il cane?”. Ha scosso la testa. “Che razza di selvaggi girano dalle nostre parti?”.
“Gente che sa il fatto suo”. Ho guardato il cielo e ho capito che non c’era altro tempo da perdere. “Ho bisogno d’aiuto”.
“Sei arrivato a casa e hai trovato il cane infilzato con questa, è così?”.
“Non proprio. Li ho visti quei manigoldi. Li ho visti scoccare questa freccia qui al mio cane e sghignazzare mentre lui girava su sé stesso davanti ai loro occhi”.
“Gli hai sparato?”.
“Beh, erano fuori tiro, capisci? Però ho sfoderato la pistola e acciderbola se non se la sono filata a gambe levate”.
“Caspita, Marder, sono mortificato di averti aggredito così dopo che avevi appena assistito all’accoppamento del tuo cagnolino e tutto il resto”, ha fatto Terkle.
“Non importa, Terk. In effetti non è facile capire che c’è qualcosa che non va in un tizio sdraiato per terra con una freccia insanguinata in mano”.
“Forse hai ragione”. Terkle ha respirato a pieni polmoni e ha guardato il cielo. “Dài, vieni in taverna che ti offro un goccetto”.
Mi ha dato una mano ad alzarmi. “Davvero gentile da parte tua”.
“Così il debito sale a tre dollari e dieci centesimi”.
(continua in libreria)



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