Percival Everett ha scritto il suo "Il giovane Holden"...

Giovedì, 23 settembre 2010 - 10:23:00

everett nutrimenti

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Libri

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IL LIBRO -
Los Angeles, 1968. Nato dopo due anni di gravidanza isterica da una madre, la signora Poitier, non proprio sanissima di mente e che a memoria d’uomo non aveva avuto rapporti con l’altro sesso, Non Sono Sidney Poitier – sì, si chiama proprio così – porta già nello strampalato nome il segno del suo disadattamento e della sua diversità. Non Sono Sidney, pur somigliando come una goccia d’acqua fin dalla nascita al noto attore americano, e pur assomigliandogli sempre di più con il passare degli anni, non ha niente a che fare con lui, anzi quella sovrapponibilità sarà la sua croce, il perpetuarsi di un passaggio obbligato ogni volta che gli chiederanno chi è, fatto di parossistici distinguo e precisazioni che scateneranno il più delle volte l’effetto contrario: “E tu chi sei?”. “Non Sono Sidney”. “Ok, ma allora chi sei?”. “Te l’ho detto. Non Sono Sidney”. “Perché, qualcuno ti ha detto che sei Sidney?”. “Non hai capito: Non Sono Sidney”. La scalcinata e taccagna madre passa a miglior vita quando Non Sono Sidney ha undici anni, ma non prima di aver effettuato un lungimirante investimento nell’allora sconosciuta Turner Broadcasting System. In pochi anni, il giovane diventa così ricco che lo stesso Ted Turner decide di prenderlo sotto la sua custodia a Atlanta. Ma è la straordinaria somiglianza con Poitier e la vasta gradazione dei razzismi subiti ad animare l’odissea di Non Sono Sidney, un divertentissimo tour de force costruito ripercorrendo le trame dei più famosi film dell’attore americano. Deciso per noia a dare una sterzata alla sua vita, Non Sono Sidney si compra l’ingresso al college dove farà il fatale incontro con il professor Percival Everett, docente di Filosofia dell’assurdo, e si fidanzerà con Maggie Larkin, anche lei nera, seppur meno nera di lui (memorabile il rifacimento della scena clou di Indovina chi viene a cena). Ma sarà il desiderio di tornare alle origini – con un rovesciamento dell’idea di romanzo di formazione che fa di Non Sono Sidney un giovane Holden un po’ Uomo invisibile nelle picaresche vicende di Don Chisciotte – che lo porterà a essere accusato dell’omicidio di un uomo identico a lui.
Questo non è un romanzo di denuncia o contro il sistema, è una dura presa di posizione contro il vizio tipicamente occidentale di definire qualcuno per ciò che non è, ignorando che è proprio ciò che si è il dilemma che innesca la vita.

Percival Everett
Percival Everett
L'AUTORE - Percival Everett: personaggio schivo ma eclettico, è stato chitarrista jazz, addestratore di cavalli, rancher e professore di liceo. Attualmente è distinguished professor alla University of Southern California e le sue lezioni sono fonte di aneddoti. La scrittura è indubbiamente l’attività che gli ha riempito di più la vita, anche perché scrive sempre e solo a mano sugli inseparabili quaderni ad anelli. Di libri ne ha sfornati quasi venticinque in venticinque anni, tra romanzi, raccolte di racconti e poesie, saggi, passando in rassegna quasi tutti i generi letterari. La critica lo ha definito “uno dei più coraggiosi scrittori sperimentali degli ultimi anni”. I suoi libri sono tradotti e apprezzati in tutto il mondo.

IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL ROMANZO
(per gentile concessione di Nutrimenti)

Tutti i personaggi di questo romanzo sono di pura fantasia, nonostante le somiglianze con le persone tuttora esistenti e nonostante le omonimie. Anzi, si potrebbe addirittura sostenere che ogni omonimia è la prova lampante che ogni personaggio di fantasia di questo romanzo NON è in alcun modo il ritratto di persone vive, morte o immaginate da qualcuno che non sia l’autore stesso. Questo distinguo si applica anche al personaggio il cui nome coincide con quello dell’autore.

Sono lo sventurato frutto di una gravidanza isterica eppure, perquanto possa essere un tipo strano, isterico non lo sono affatto. Anzi, sono piuttosto calmo, qualcuno potrebbe dire apatico. Sono alto e nero e tutti mi trovano uguale identico a Sidney Poitier, cosa che la mia povera, disturbata e ormai defunta madre non poteva certo immaginare quando, appena nato, mi ha battezzato Non Sono Sidney Poitier. Sono nato dopo una gestazione isterica durata due anni e chissà cosa accade nella mente di chi aspetta qualcosa di atteso così a lungo. Due anni. Almeno così mi hanno raccontato. Per fare breve e triste una storia lunga e triste, ecco la mia ricostruzione dei fatti: mia madre, famosa per la sua smania di avere un figlio e allo stesso tempo famosa in quanto stramba, strampalata e stravagante agli occhi di tutti quelli che la conoscevano e ancora più famosa perché erano secoli che non vedeva un uomo, un giorno ha detto ai vicini, e anche ai lontani, di essere incinta. Tutti hanno annuito in modo opportuno e comprensibilmente solidale e, se non proprio con fare esplicitamente paternalistico, benevolo ma poi con loro grande sorpresa, orrore per alcuni, sconcerto per quasi tutti, la pancia di mia madre si è cominciata a gonfiare. Stando ai resoconti le era venuto proprio un bel pancione ma, passati i circa nove mesi canonici, del bambino non c’era traccia. Quella gestazione completa e ben presto più che completa, forse troppo completa, era stata preceduta da due aborti isterici, entrambi di dominio pubblico e di pubblico ludibrio, e quindi di elementi per dubitare ce n’erano eccome. Dopo dieci, undici, dodici mesi si vedeva solo la pelle nera della pancia tirata come quella di un tamburo sopra qualcosa che per molti era solo un pallone da volley, e così tutti avevano deciso che quella pazza di mia madre, malgrado i teorici del pallone da volley, stesse patendo, o forse simulando, l’ennesima gravidanza isterica o, per essere più precisi, folle. Invece dopo ventiquattro mesi sono nato io e mica tanto in sordina, devo dire, visto che mia madre, in preda al panico, ha svegliato un mucchio di gente prima bussando a tutti e poi ululando come un coyote, e così il mio arrivo è stato seguito e documentato da pochi vicini scioccati che
l’hanno raccontato a tanti altri vicini scioccati, ai quali fregava poco o nulla. Come potrete immaginare, anche il parto è stato piuttosto isterico. Le grida di mia madre hanno attirato l’attenzione di una vicina che ne ha chiamata un’altra e ben presto sono diventate tre, acquattate come cospiratrici intorno alle gambe spalancate di mia madre, a fissarle le parti intime, convinte che da lì non ne sarebbe venuto fuori un bel nulla. Ad una di loro è venuta l’idea di chiamare il medico del quartiere e l’ha chiamato. Appena è arrivato, il medico, un tipo brevilineo e barcollante con gli occhi arrossati e la luna storta, ha fatto una domanda abbastanza sensata: “A che settimana è?”. “La centoquattresima”, ha risposto la prima vicina. L’affermazione è stata confermata da tutti i presenti, compresa mia madre, anche se pare che le sue esatte parole siano state: “Troppe, troppe!”, per poi lanciarsi in un ululato: “E adesso fatevi da parte, ragazze! Sono due anni che mangia e cresce qui dentro, e ora sta per uscire!”. Annebbiato dai fumi di un infimo vinaccio, il dottore le ha prese tutte per pazze mentre il gruppo dei vicini pensava che lo fosse solo mia madre. A quel punto ha tirato fuori lo stetoscopio e ha auscultato a lungo il pancione. Si è alzato e ha detto: “Ebbene sì, questa donna sta per partorire”. Altro ululato di mia madre. “E direi che sta per partorire ora”. “Vuole che metta a bollire dell’acqua?”, ha chiesto una delle donne. “Se non le dispiace”, ha risposto il medico. “Gradirei un tè”. Ma il mio arrivo non era così imminente come mia madre forse avrebbe gradito visto che il travaglio è durato una quarantina di ore, una quarantina di ore che, con la scusa delle felicitazioni, hanno visto sfilare per casa una torma di ficcanaso e guardoni: c’era chi si faceva un caffè, chi sgranocchiava popcorn e tutti disquisivano di quella gestazione bizzarra e dell’ancor più bizzarra presenza di un bambino vero. Al medico quella chiamata non era andata giù anche perché, nonostante il giuramento di Ippocrate, pensava di avere qualcosa di meglio da fare, non ultimo terminare la bottiglia che aveva dovuto lasciare a metà, seppure alla fine le vicine di casa si erano messe ai fornelli per cucinare qualcosa che lui aveva trovato di suo gusto. Poi finalmente, di punto in bianco, sono spuntato fuori io, anche se forse “spuntato” non è la parola giusta visto che prima sono usciti i piedi e solo alla fine la mia testolona, cinque chili di bambino che hanno quasi sventrato mia madre, e tutto con grande lentezza. Le sue grida hanno squarciato il silenzio proprio come fanno le grida. La nascita ha lasciato il quartiere di sasso, ma forse nessuno più di mia madre, che in me vedeva nientemeno che un’immacolata concezione. Le troupe televisive sono accorse perfino da San Diego e un paio di sociologi e biologi universitari hanno fatto un salto per vedere con i loro occhi. Per me l’unica spiegazione plausibile resta che quella di mia madre sia stata davvero una gravidanza
isterica e che verso il quattordicesimo mese sia riuscita in un modo o nell’altro a trovare e utilizzare gli organi sessuali di mio padre (termine che uso in senso strettamente zoologico, ovvio),che forse era Sidney Poitier o forse no, e a rimanere incintasul serio, e così eccomi qua. Secondo la leggenda i mesi nell’utero sono stati ventiquattro, motivo per cui da piccolo venivo raramente chiamato con il mio strano nome, Non Sono Sidney, ma più spesso con soprannomi tipo Elephant Boy, oppure, a volte, Tardo Ritardo, e una volta Speedy Sidney da un ragazzino che si era trasferito a Los Angeles dall’Ohio. Ma questa io non l’ho mai capita. Come ho detto, il parto è stato a dir poco travagliato, un inferno, a dirla tutta, di sicuro una cosa spaventosa, un’esperienza quasi mortale per mia madre, quasi vitale per me. Era ossessionata dall’idea che la gravidanza non avrebbe dovuto avere un epilogo così doloroso, e quell’idea ha innescato una campagna che lei prendeva molto sul serio, una campagna contro tutti i parti vaginali. La nostra casa era piena zeppa di magliette e poster con la stessa immagine e lo stesso slogan: una vagina dentro un
cerchio sbarrato e la scritta mai fa pace che stava rozzamente per “madri in favore del parto cesareo”. Sebbene mia madre, che si chiamava Portia Poitier, fosse completamente, indubbiamente, certificabilmente pazza, non era sprovvista di risorse. Forse era semplicemente fortunata, ma questo non lo saprò mai e quindi nemmeno voi. Nel 1970, quando io avevo due anni, aveva investito fino all’ultimo centesimo in una società poco nota chiamata Turner Communications Group che più tardi sarebbe diventata la Turner Broadcasting System. Tutto quello che aveva ammontava più o meno a trentamila dollari, frutto in gran parte di un risarcimento in seguito a un infortunio in ascensore nella compagnia telefonica dove lavorava – una bella sommetta per l’epoca e una vera fortuna per il nostro quartiere. Quella cifra era bastata a renderla schifosamente, oscenamente, fastidiosamente ricca. Non tanto schifosamente ricca quanto sarebbe diventata se fosse vissuta un po’ più a lungo. Invece schifosamente e follemente ricco sono diventato io. Aveva così tante azioni che Ted Turner è addirittura passato a trovarla poco prima che lei morisse. Io avevo sette anni e ricordo ancora un bianco esagitato che irrompeva in casa nostra come un pallido e baffuto tornado parlante. “Ciao, marmocchio”, mi ha detto con un pesante accento del Sud, accattivante e spaventoso allo stesso tempo. “Hai l’aria simpatica, giovane”. Al suo arrivo mi trovavo sul portico e un paio di tizi che passavano di lì in bicicletta hanno gridato: “Ehi! Dove hai lasciato la proboscide, Elephant Boy?!”. Mia madre, che con Turner aveva parlato molte volte al telefono, lo chiamava Teddy. I vicini ci fissavano dal loro cortile e da dietro le finestre. Mia madre, più per istinto che per diffidenza, era riuscita a occultare la nostra ricchezza non spendendo più di quanto non sembrasse normale. Per chi non bazzicava per casa nostra era molto difficile capire come spendesse i soldi: libri, musica e lezioni di inglese per me, oltre a scarpe buone e comode e quindi brutte. Spendeva centinaia di dollari per un paio di scarpe per cui nessuno ne avrebbe scuciti più di trenta. Le mie camicie Oxford bianche e azzurre venivano dalla londinese Savile Row, mi diceva, anche se io non capivo perché avesse tanta importanza. Sapevo solo che odiavo quelle camicie perché non le portava nessuno, avrei tanto voluto una maglietta o una felpa qualsiasi. Turner ha fatto schioccare la lingua contro quei denti impossibilmente bianchi e ha dato un’occhiata al quartiere. Sembrava a suo agio, cosa che, nello stare con lui, mi metteva a mio agio. “La tua mammina è una vera donna d’affari, caroilmiobamboccio, ha un gran fiuto”. Ho tirato un calcio ad alcuni giocattoli per levarli dal centro della stanza. “Giochi con i lego? Adoro i lego. Quand’ero bambino io non esistevano, avevo il meccano. Probabilmente non sai nemmeno cosa sia. Mi tagliavo le dita tutte le sante volte, sangue su tutte le viti e i bulloni. Mi è sempre piaciuto costruire cose. È profumo di biscotti al cioccolato quello che sento? Non mi dire che la tua mamma fa anche i biscotti al cioccolato? Non ti fanno impazzire appena sfornati, tutti caldi e appiccicosi
e con un profumino paradisiaco? Cioccolato sopra le viti e i bulloni. Eh già, ha il fiuto per gli affari la tua mamma”. Era fatto così e devo dire che mi piaceva, e a lui mia madre piaceva davvero e adorava il fatto che lei avesse riposto una tale fiducia nel suo progetto. E a lei piaceva lui: come ho detto, lo chiamava Teddy. Quando le ha chiesto come mai i ragazzini mi chiamassero Elephant Boy, lei ha risposto che era tutta invidia. Lui ha assaggiato un biscotto mentre continuava a fissarmi; sembrava soddisfatto della risposta. “Senti, Portia, che razza di nome è Non Sono?”, ha domandato. “Non Sono Sidney”, l’ha corretto mia madre. Turner è rimasto spiazzato per un momento, poi ha annuito con quel testone ed è scoppiato a ridere. “Ma certo, come no!”. A rimanere spiazzata a quel punto è stata mia madre. Io, la storia del mio nome non l’ho mai saputa. Si potrebbe credere che per mia madre il nostro cognome, alquanto raro, rischiasse di creare confusione con Sidney Poitier, l’attore, e quindi io avrei dovuto essere Non Sono Sidney Poitier. Ma la sua espressione sbigottita in quel momento mi ha fatto pensare che il mio nome
non avesse niente a che vedere con l’attore, che Non Sono Sidney fosse solo un nome che lei si era inventata, senza alcun riferimento al mondo esterno. Le piaceva, tutto qua. Mia madre è morta poco dopo la visita di Ted Turner. È stata colpita da una malattia. Ecco come me l’hanno spacciata: “Tua madre è stata colpita da una malattia”. Nel giro di poche settimane la morte se l’è venuta a prendere. Se n’è andata nel sonno e mi hanno detto che era una bella cosa: nessuna sofferenza, nessun dolore. Già allora mi sono chiesto perché fosse una bella cosa. Non avevamo parenti, e certo nessuno del vicinato voleva farsi carico dell’abietta discendenza di una pazza, il frutto di una gestazione prolungata così stramba e con ogni probabilità demoniaca. Avessero saputo che valeva milioni di dollari, Elephant Boy sarebbe diventato un filo più allettante, ma loro non ne avevano idea e comunque non ci avrebbero mai creduto, nemmeno se io o chiunque altro, perfino Ted Turner, gliel’avesse detto, ammesso e non concesso che sapessero chi era Ted Turner.(continua in libreria)

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