Parigi, indossa il burkini e le vietano di entrare in piscina

Lunedì, 17 agosto 2009 - 11:15:00

Di Gianni Pardo

Nei dintorni di Parigi è stato proibito ad una donna l’accesso ad una piscina perché indossava, invece di un normale costume da bagno, un “burkini”, cioè un indumento che copre tutto il corpo salvo il viso, le mani e i piedi. La musulmana si è rivolta alla polizia e il responsabile della piscina si è giustificato con “norme di igiene”. Sembra di sognare.

In primo luogo, si è sorpresi perché le questioni d’abbigliamento, nel nostro mondo, sono veramente insolite. Da noi ognuno può uscire come vuole. Solo ogni tanto si sente la notizia di qualche sindaco che cerca di proibire il bikini fuori dalla spiaggia e il risultato, in chi legge la notizia, è un leggero fastidio: “Che gliene importa, di come vanno vestite le villeggianti?” Nella nostra civiltà, per quanto riguarda le donne, si reputa inappropriato che si lascino scoperti i capezzoli e la parte bassa del pube: per il resto, libertà completa. Addirittura, nei campi dei nudisti, non ci sono neppure queste pressoché ipocrite limitazioni.

burqa a
Ragazze con il burqa

La verità è che certi problemi nascono per reazione. Forse la moglie avrebbe sopportato la partita di calcio del marito, in tv, se prima lui non le avesse detto che la soap opera è “volgare”. A questo punto lei s’è ricordata che anche il calcio è volgare e non certo intellettuale. Nello stesso modo, quel proprietario di piscina non avrebbe scoperto l’intolleranza vestimentaria – a Parigi, poi, un tempo l’unico posto in cui si potevano vedere belle donne a seno nudo! – se in Occidente non avessimo incominciato ad assaggiare l’intolleranza islamica. Da noi si scherza sulla Sacra Famiglia da tempo immemorabile ed ecco succede un putiferio per un paio di innocenti vignette danesi in cui si parla di Islam. Da noi si tollerano i comportamenti più diversi e qualcuno viene a dirci che siamo una società di immorali. Nelle nostre aule scolastiche c’è un arredo cui non bada nessuno, il crocifisso, e vengono a dirci che questo offende i musulmani, mentre noi non dobbiamo essere offesi da una folla di musulmani che toccano terra con la fronte in Piazza del Duomo, a Milano.

Il contatto con la civiltà islamica non ci sta solo provocando dei problemi, nel Terzo Millennio, ci sta letteralmente peggiorando. Se ci si sente in dovere di proclamare la parità fra donna e uomo, la parità è incompleta. Se siamo costretti a riaffermare il nostro diritto di scherzare su qualunque cosa, di vestirci come vogliamo, di mangiare ciò che preferiamo e di mettere dietro la cattedra qualunque simbolo ci piaccia, è segno che questi diritti sono in pericolo. È segno che stiamo tornando al momento in cui essi erano ancora una novità. E la reazione di quel proprietario di piscina si spiega come un riflesso di legittima difesa. Come se avesse detto: “Le mie clienti, anche praticamente nude, sono delle persone per bene. E il vostro burkini non le renderebbe più fedeli ai mariti, eventualmente: per toglierlo, non ci vuole molto più tempo di quanto ce ne voglia per togliersi il bikini. Fate il bagno nel Golfo Persico, se volete farlo col cappotto”.

C’è chi vieta il burkini e c’è chi, in nome di un rispetto suicida delle altrui usanze, vorrebbe che l’Occidente si inclinasse rispettoso dinanzi ad ogni diversità, incluse l’infibulazione e la poligamia. Per costoro, ogni difesa della nostra civiltà è un errore. In realtà l’errore è permettere che altri ci metta in condizione di doverci difendere. A chi piacerebbe essere costretto a dimostrare che la propria moglie non è una prostituta?

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

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