Le ombre della guerra non oscurano la pace
Proprio un episodio della vita professionale del fratello di Cornell, il celebre Robert Capa, consente di approfondire il tema del rapporto che intercorre fra un’immagine fotografica e il proprio soggetto. La mattina del 6 agosto 1944, Robert Capa documenta lo sbarco in Normandia prima di svenire per la tensione. Un tecnico di camera oscura, per l’emozione e la fretta, sbaglia temperatura e rovina per sempre l’emulsione. Dei centosei fotogrammi scattati se ne salvano soltanto undici, mossi e sgranati. Life pubblica le immagini definendole “leggermente fuori fuoco” e attribuendo la causa di questo difetto alla paura che avrebbe fatto tremare la mano del fotografo. Un banale errore tecnico ha finito per acquisire un importante valore semantico, traccia inequivocabile di una documentazione autenticamente partecipata. La fotografia, dunque, costituisce l’interpretazione di un evento attraverso la propria grammatica, e ciò che la rende unica è esattamente il fatto di costituire ogni volta il punto d’incontro fra il visibile ed un suo specifico osservatore. Walter Benjamin scrive che “non vi è mai documento di civiltà che non sia al tempo stesso documento di barbarie”. Susie Linfield si spinge oltre affermando: “Ogni testimonianza di barbarie, mostrandoci quello che la civiltà non è, ci ricorda il significato della parola civiltà”, e continua Lynn Hunt dichiarando che “siamo assolutamente certi che è in gioco un diritto umano quando veniamo sconvolti dalla sua violazione”. La fotografia di guerra, allora, è un modo per parlare di civiltà attraverso la sua negazione. Per questo motivo ad essa si è sempre attribuito, al fianco dello scopo di divulgazione giornalistica, anche un ideale riformativo.
Una fotografia può costituire il primo tassello di un cambiamento, la scintilla di un rivolgimento civile, oppure può essere utilizzata come prova fondamentale per stabilire il corso degli eventi e determinare gli assetti del dopoguerra. Questo è accaduto nel caso delle immagini di Ron Haviv, uno fra i primi fotogiornalisti a documentare la Guerra Civile in Bosnia. Durante la sua permanenza in quei territori viene rapito, accusato di essere una spia, interrogato e picchiato per tre giorni, per poi essere rilasciato grazie all’intercessione dei diplomatici occidentali. Le fotografie che riesce a scattare in quei momenti vengono in seguito acquisite come prove dal Tribunale dell’Aja nel processo contro Slobodan Milosevic. Come fa con ogni suo soggetto, la fotografia è un fondamentale supporto per tenere a memoria i fatti della guerra. La fotografia deve servire come monito per evitare il ripetersi di errori sempre uguali, immani tragedie che trascinano alla morte migliaia, milioni di persone. Agli obiettivi di breve e medio termine (documentare l’attualità e sensibilizzare l’opinione pubblica al fine di produrre un effetto tangibile sugli eventi) si aggiunge il proposito di ancor più ampio respiro di rimanere nella storia della rappresentazione per potere migliorare quella degli uomini.
Con queste parole, invece, James Nachtwey, sempre in prima fila nei luoghi e nei momenti più critici del nostro tempo, accompagna le proprie fotografie del Vietnam: “Gli eventi che ho documentato non devono essere dimenticati e non devono ripetersi”. Ogni sua immagine è una notizia e spesso anche un antidoto contro la rimozione. Al culmine di questo processo, vi sono alcune immagini di guerra divenute icone e per questo capaci di mettere in moto una riflessione universale e non più riferita ai singoli fatti documentati. La célèbre fotografia ripresa da Stuart Franklin in Piazza Tienanmen nel 1989 riceve il premio del World Press Photo e diventa un vero proprio simbolo di resistenza civile. L’incredibile semplicità del gesto dello sconosciuto ragazzo che da solo fronteggia la violenza del potere con in mano due buste della spesa e niente più, diventa uno di quei simboli che fanno tirare un respiro di speranza al polmone dell’umanità. Nel 1998 la rivista Time includerà “Il rivoltoso sconosciuto” fra “Le persone che più hanno influenzato il XX secolo”. Come scrive Susan Sontag, “una fotografia non può costringere. Non può svolgere il lavoro morale al posto nostro. Ma ci può mettere sulla buona strada”.
MOSTRA FOTOGRAFICA - OMBRE DI GUERRA
venerdì 20 novembre – domenica 10 gennaio 2010
Rotonda di Via Besana, Via Enrico Besana 12, Milano
In collaborazione con il comune di Milano e a cura di Contrasto



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.

















