L'etica dei ricordi
di Giulia Busnelli
La nostalgia e il ricordo sono entrambi aspetti della capacità di memoria che l’uomo possiede e può esercitare. Ma esiste un modo giusto di ricordare, una sorta di etica, di “comportamento sostenibile” della memoria? La nostalgia, dal greco “sofferenza per la lontananza”, si trova a essere strettamente legata alla nozione di ricordo. Il ricordo della casa lontana e dei propri cari, come ci rammenta il leggendario Ulisse. Il ricordo degli anni passati incarnato dal vecchietto protagonista del recente cartone animato Disney-Pixar Up che trascorre gli ultimi anni della sua vita nella realizzazione di un sogno, come promesso in gioventù alla moglie: il raggiungimento delle Cascate Paradiso! Il ricordo del lavoro che abbiamo perso, del fidanzato che abbiamo lasciato…
È così per tutti noi, non possiamo fare a meno di ricordare. Infatti la memoria ha specifiche basi biologiche e proprio attraverso specifiche aree neurali avviene il processo con cui noi codifichiamo, immagazziniamo e recuperiamo le informazioni. Il ricordare parrebbe per ognuno di noi qualcosa di immediato e spontaneo, un fenomeno inconscio, eppure dall’antichità a oggi la società, le convenzioni, le Sacre Scritture, la morale corrente, impongono che alcune cose debbano essere obbligatoriamente ricordate e che altre, invece, debbano essere dimenticate.
Il rischio di questa mancata spontaneità è la distorsione del ricordo e dunque un rapporto patologico con il passato, che nei casi più estremi è strettamente connesso con alcune forme di depressione. In altri casi il ricordo tende a divenire ideale, a costrursi da sé nella mente di chi lo genera. E’ il comportamento tipico della memoria implicita quando nel cervello del soggetto, in situazioni traumatiche, lavora separata dalla memoria esplicita. Se la memoria implicita o emotiva risponde a connessioni automatiche, nell’esercizio della memoria esplicita (o delle emozioni) si ricorda con la consapevolezza di essere i soggetti di quel ricordo. E dunque anche la nostalgia può, in questa accezione di “ricordo monitorato”, distorcere il passato in forme più o meno accentuate.
Anche la memoria necessita di una sorta di appropriato “comportamento sostenibile”. Edward Bloom, nel film di Tim Burton Big Fish racconta al figlio storie più o meno vere, ma pur sempre straordinarie, del suo passato, in grado di rendere uniche le loro vite e di permettere loro di affrontare il dolore. Il protagonista, raccontando i suoi stravaganti incontri di fantasia, ora con una strega ora con un lupo mannaro, diventa quelle stesse storie: e il racconto passato si fa identità presente. Il ricordo si configura come una cura e colui che ricorda è come medico di se stesso. Il ricordo non è più una convenzione, un’idealizzazione di ciò che è stato, di ciò che deve rimanere e ciò che invece deve essere cancellato, bensì una forma di verità etica.
Ricordare è utile per ritrovarsi, capirsi, apprezzarsi o meno e potersi migliorare. La nostalgia non è dunque solo quel legame di sottesa, ma a volte profonda, tristezza per il nostro passato, che deforma il ricordo perché venga accettato da noi stessi e dagli altri, bensì qualcosa che può donarci un futuro più sano, più vero: è un’auto-terapia. Questo effetto benefico e salvifico della nostalgia migliora se lo “scambio di memorie” avviene in gruppo.
La memoria collettiva permette il confronto, permette di evitare una serie di meccanismi al servizio del sé che il singolo mette inevitabilmente in atto, salva dall’effetto autoreferenziale, dalla tendenza a ricordare in modo più efficace le informazioni relative a noi stessi. Libera dalle valutazioni retrospettive, ovvero quelle distorsioni nel giudizio legate a elementi del momento presente e che modificano il ricordo, cambiandone anche il valore.
Condividere un’esperienza, uno scambio di ricordi significa costruire un ”comportamento sostenibile” della memoria e guardare al passato con autenticità e verità per andare verso il futuro. Oggi, modelli esemplari di questa condivisione, spopolano nei social network. Essi, dietro a questa modalità diffusa e solo apparentemente superficiale di contatto, in cui pare che tutti abbiano un insaziabile bisogno di mostrare una fitta rete di amici, fanno in realtà appello alla verità della memoria. Abbiamo bisogno di ritrovarci, di riprendere contatti con il nostro passato, con i legami dei tempi della scuola, con la nostra vita.
Questa possibilità di ritrovare ciò che ha fatto parte di noi in anni passati, può essere per alcuni un modo di rimettersi in gioco, di riscattarsi, magari chiedendo scusa alla compagna di banco per averla “torturata” per diversi anni. Un modo di far tesoro dei ricordi per guardarsi più da vicino, poter rivivere il proprio percorso e fare sempre meglio. Tuttavia per altri può voler dire scavare in qualcosa che non vuole essere ricordato, che non si vuole riaprire e che procura un po’ di angoscia. La nostalgia può essere in questo caso un ripiegarsi su se stessi, un rifiuto del passato. Ma, da un’altra prospettiva , la nostalgia è un modo per andare avanti nella verità: Bisogna conoscere le proprie radici perché "il ricordo è un modo di incontrarsi" (Kahlil Gibran, poeta, pittore e filosofo libanese).



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