Il reality è morto. Il reality resta morto. E noi l'abbiamo ucciso
Dopo le notizie sulla chiusura anticipata del Grande Fratello, rotola anche X-Factor: mai dati auditel così brutti, il 12,75% di share e 2.576.000 telespettatori. E' vero, c'era Milan-Olympique Marsiglia, bel rivale, che però non ha scalfito il successo di Chi ha incastrato Peter Pan? Niente da fare. I reality sono morti. La discesa è stata lenta, sempre meno spettatori, di settimana in settimana. Nonostante le tette al vento di una protagonista e i baci nella doccia, il fattore noia irrompe e spazza via tutto. Anche il Gf.
Più che perché ha senso chiedersi: che cosa è cambiato dai tempi del botto? E' probabile che semplicemente la formula abbia stufato. Nel millennio in cui la noia è un male esistenziale a quanti personaggi può appassionarsi il pubblico che se ne vede sfornare in continuazione, come pizze in un ristorante in centro il sabato sera? Di quante tette si potranno innamorare? Alla fine diventano tutti/e uguali e non basta aggiungere qualche trans per esaltare il pubblico voyerista.
Pascal, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e anche Heidegger si sono sforzati di chiarire la natura di un'esperienza che accomuna tutti gli esseri umani. Non solo, ma quando in epoca moderna la noia ha preso il sopravvento sull'accidia medievale, è stata protagonista, più o meno segreta, di molte opere letterarie e artistiche, poi di film e persino di canzoni rock. Possibile che i produttori non se ne siano accorti?
Basti pensare a Beckett, Bret Easton Ellis o Andy Warhol, per citarne solo alcuni. Hanno fotografato la noia come il lato oscuro di una società che, soddisfatti i bisogni fondamentali, è da tempo alle prese con una disperata fame di significati veri, o almeno di una novità qualsiasi, per riempire la voragine insaziabile del tempo libero. Anche Lars Fr. H. Svendsen, filosofo norvegese classe 1970 lo fa notare perfettamente nel suo Filosofia della noia...
Cari produttori, un po' di filosofia anche per voi



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