Musica/ La "Pop Opera" di Katherine Jenkins, la Winehouse della lirica
di Antonio Prudenzano
Si chiama “Pop Opera”, e non solo suona bene. In Gran Bretagna piace (basta dare un’occhiata alle classifiche), e vende anche tanto, anche in tempi di magra come questi per l’industria discografica e non solo. E soprattutto, ha trovato un volto, un simbolo, sensuale, dotato vocalmente, e con quel pizzico di “maledettismo” che certo non guasta: si tratta di una lei, la 28enne bella e biondissima mezzosoprano Katherine Jenkins, ex modella scozzese, tra le più pagate al mondo nel suo ambito. Stiamo parlando di un nuovo genere musicale, evidentemente già di massa: l’opera, appunto, che si ibrida al pop. Il risultato? Andrea Bocelli, volendo semplificare al massimo. Niente di nuovo, verrebbe da pensare. Un ibrido simile è già stato sdoganato da qualche anno, almeno in Italia. Oltremanica, invece, il fenomeno è più recente. E di sicuro, in Italia non c’è una Katherine Jenkins che, nella sua autobiografia appena uscita in Inghilterra, ha dichiarato, tra le altre cose, di aver fatto uso di droghe in passato. Subito l’etichetta imposta da critici e tabloid, naturalmente: è la Amy Winehouse della lirica…
Katherine Jenkins e Andrea Bocelli
Nata il 29 giugno 1980, la Jenkins si è diplomata alla “Royal Academy of Music” di Londra. Già otto gli album all’attivo in pochi anni di carriera: l’esordio, “Premiere”, è del 2004. L’ultimo disco è invece “Sacred Aries”, uscito l’anno scorso. Quattro milioni di cd già venduti (record per un genere fino a pochi anni fa destinato a un pubblico ridottissimo) e un mega-contratto targato Warner da oltre otto milioni di euro… Certo, l’avvenenza aiuta, ma senza una buona voce farcela nella “Pop Opera” è impossibile.
Si diceva all’inizio che non c’è solo l’ “ape regina” del genere, e cioè la Jenkins. Per esempio, ci sono “Il Divo” (niente a che vedere con il film omonimo di Sorrentino su Andreotti), i “Take That della lirica”. O, se preferite, e non è una bestemmia, i “Sex Pistols della Pop Opera”, dipende dai gusti… Perché il paragone sacrilego con l’ex gruppo di Robbie Williams e/o con quello di Johnny Rotten? Come la (pop) boy-band che ha dominato le classifiche nei ’90, e come il quartetto che ha legittimato il punk duro & puro nel mitico ’77, anche i quattro (bei) ragazzi de “Il Divo” non si sono formati da sé, ma sono stati “costruiti” da uno o più manager e da una squadra di esperti di marketing. Ciò nulla toglie alle loro qualità, sia chiaro. Ma fa comunque pensare.
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A “inventarli”, l’impresario Simon Cowell che, “resta colpito e comprende il fascino della musica classica sentendo cantare Andrea Bocelli e Sarah Brightman la canzone “Con te partirò”, e decide di formare quindi un quartetto internazionale, di giovani istruiti classicamente e di bell’aspetto, il quale sound avrebbe dovuto somigliare a quello dei Tre Tenori (Pavarotti, Domingo e Carreras, ndr)”. Bei propositi… Il risultato, dopo una ricerca di due anni (!) condotta a livello mondiale, è il quartetto formato dal tenore americano David Miller, dal baritono spagnolo Carlos Marin, dal cantante pop Sebastién Izambard e dal tenore svizzero Urs Bühler. Il primo album de “Il Divo”, omonimo, è uscito nel 2004. L’inizio di un successo (quasi) globale. Se una volta si parlava dell’Inghilterra come della patria del rock, forse è arrivato il momento di cambiare la frase fatta per eccellenza in ambito musicale. Il presente è Pop (Opera).



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