Clirim Muça, dall'Albania il 'poeta clandestino' & editore multietnico: "Scrivo per combattere le discriminazioni"

Mercoledì, 12 agosto 2009 - 10:25:00
di Antonio Prudenzano

La poesia è universale, nessun muro di pietre o diffidenza può fermare il suo viaggio. La poesia è vitale, e ha salvato Clirim Muça, il poeta clandestino, aiutandolo a non perdere mai la speranza e a lottare contro la discriminazione. “Si leggeva la paura nei suoi occhi / come una gazzella nella savana / era assalito dal suo destino. (…) / Il suo destino lo precedeva / effimero e incerto / come una nuvola di passaggio”. Questi versi sono tratti da una delle liriche più autobiografiche di Muça, “Clandestino”.

VIA DALLA DITTATURA - Nato nel 1965 in Albania, a Lushnje, da un’umile famiglia di contadini, Muça è arrivato in Italia nel 1991. Come tanti altri suoi connazionali, scappava dalla povertà e dalla censura della dittatura comunista di Enver Hoxha, che impediva a lui e ad altri artisti di esprimersi liberamente. Se a inizio anni Novanta migliaia di albanesi disperati hanno raggiunto il nostro paese via mare, “invadendo” le coste pugliesi, il protagonista di questa storia di integrazione umana e culturale ha invece fatto un percorso diverso, se possibile ancor più drammatico, via terra. “Sono passato per l’ex Jugoslavia, muovendomi a piedi, in treno o in pullman, come capitava. Era inverno, e fui anche costretto ad attraversare un fiume a nuoto. Per fortuna, il quaderno che mi ero portato, e su cui avevo annotato tutte le mie poesie, si salvò. Lo conservo ancora, è stato il mio angelo custode”.




Clirim Muça legge alcune sue poesia alla Fiera del Libro di Verona

POVERO E CLANDESTINO - Clirim Muça oggi è un uomo sereno: oltre alla poesia, la sua ragione di vita, ha infatti una famiglia, una moglie italiana, due figli, e tanti amici. Dopo aver fatto praticamente qualunque lavoro, compresi i più umili, attualmente gestisce un piccolo albergo in Toscana, dove di recente si è trasferito. “Quando sono arrivato a Milano, da clandestino, non avevo nulla, se non tanta fame e la nostalgia per la mia famiglia. Ero solo, con addosso la paura di essere scoperto e rispedito in Albania. Di notte, spesso ho dormito nei tanti vagoni dimenticati lungo i binari morti delle stazioni della città...”.  “Le luci delle vetrine / le luci delle strade / le luci dei semafori / le luci delle macchine. / Mi abbaglieranno queste luci! / Perché io sono diventato delicato e sensibile / perché io adesso ho spento ogni luce. / Le luci della nostalgia…”, da “Le luci della città straniera”, racconta proprio la violenza dell’impatto dello stesso Muça con la metropoli italiana.

(Segue/ Clirim Muça 'salvato' dai versi, fonda Albalibri, casa editrice multierìtnica e indipendenti che dà spazio ai nuovi autori italiani ed europei...)

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