Mostre/ A Genova il mondo di Faber diventa multimediale

Sabato, 10 gennaio 2009 - 14:00:00

Di Antonello Catacchio

“Quando la morte mi chiamerà/ forse qualcuno protesterà/ dopo aver letto nel testamento/ quel che gli lascio in eredità”. Quanto si è sbagliato Fabrizio De André. Certo, abbiamo protestato duramente contro quel dio senza misericordia che lo ha portato via dieci anni fa. Ma nessuno può protestare per quel che ci ha lasciato in eredità. Senza di lui siamo orbi, ci manca quel punto di vista eccentrico, capace di ribaltare le logiche correnti e del senso comune. E allora, per cercare di vederci meglio e di cogliere l’eredità dal valore inestimabile che ci ha lasciato vale la pena di puntare verso Palazzo Ducale a Genova dove si è inaugurata La mostra (aperta sino al 3 maggio).

Un titolo semplice, minimalista che nasconde una miniera. E un titolo anche sbagliato perché quella allestita dai curatori (Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia con la complicità di Studio Azzurro e la disponibilità della Fondazione De André) non è una mostra è un viaggio virtuale nell’universo di Faber. Un viaggio che andrebbe compiuto in piccoli gruppi di amici per poter gustare appieno tutte le sfumature e gli approfondimenti proposti, mentre una mostra suona un po’ come un viaggio di quelli organizzati in cui troppe persone convergono sullo stesso posto e impediscono di stabilire il proprio contatto con l’oggetto in questione. In questo caso non l’oggetto, ma il soggetto: Fabrizio de André. Si entra e ci si immerge subito nel suo universo con enormi schermi trasparenti che parlano e testimoniano di amore, guerra, ultimi, anarchia e libertà, Genova e morte, corredati da oggetti reali e fiancheggiati da un’infinità di scritti di Faber e dei famigliari.



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Letterine infantili, pagelle disastrose, buoni propositi e idee annotate sui libri, testi di canzoni con tutti i dubbi poetici del caso. Ecco, siamo in un mondo altro, nel senso che il mondo è quello che tutti conosciamo, ma cominciamo a scoprire un punto di vista eccentrico, quello per cui gli eroi sono i disertori, le puttane, i transessuali, i barboni, quelli che vanno in direzione ostinata e contraria. Poi si entra nella sala della musica. Qui l’interattività offre percorsi fantastici. Ogni disco di Fabrizio è a disposizione, lo si colloca su un tavolo che ha tre diversi spazi. Uno per le canzoni, l’altro per i collaboratori, l’altro per il contesto e a seconda della collocazione si ottengono informazioni diverse dai video che si diffondono.

Nella sala dei Tarocchi è ancora possibile interagire con i personaggi creati da Faber, ma è quando si arriva nell’altro spazio, dedicato alla vita che nuove prospettive si schiudono perché una serie di pannelli trasparenti offrono squarci di rapporti e di vita con le persone più care a Fabrizio. Infine una piccola sala di proiezione con cinque ore di materiali che scorrono e completano il quadro. E ancora, insieme alla mostra chiunque può contribuire portando materiali su Faber, poi Fabio Fazio e la Rai lo omaggeranno nei prossimi giorni, alcuni dei luoghi della sua Genova saranno segnati dalla sua presenza leggera e ingombrante, comunque ineludibile, da poeta anarchico, cantautore che non deve spiegare, uomo perennemente sulla cattiva strada, sempre schierato coi perdenti, sin dall’infanzia era per i troiani e per gli indiani d’America. Quello che in Il testamento proseguiva “quando la morte mi chiamerà/ nessuno al mondo si accorgerà/ che un uomo è morto senza parlare/ senza sapere la verità/ che un uomo è morto senza pregare/ fuggendo il peso della pietà”. Per fortuna si è sbagliato, ha parlato, magari senza sapere la verità, ma offrendo a tutti un dubbio da coltivare con amore.

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