Aldo Moro/ A 33 anni dalla morte, in esclusiva su Affari un memoriale che svela fatti sconvolgenti

Venerdì, 13 maggio 2011 - 10:00:00

FORUM/ Cosa pensi del rapimento di Aldo Moro? Credi alla versione ufficiale dei fatti? Chi l'ha ucciso, secondo te? Di' la tua

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Il memoriale di Giovanni Gennari sarà pubblicato in esclusiva su Affaritaliani.it in tre puntate:

PRIMA PARTE (clicca qui per leggerla):
- Un parcheggio in una strada sconosciuta: via Caetani
- Come un preannuncio per "Todo modo", tra Sciascia e Petri
- 1978: un anno cruciale. Quell'insulto di Francesca Mambro
- 16 marzo/9 maggio. Quelle notti accanto a Zaccagnini

SECONDA PARTE (clicca qui per leggerla):
- Il falso dilemma: fermezza o trattativa. Non ci fu mai alcuno "spiraglio" credibile con le Br
-  Paolo VI, il Vaticano e la vicenda Moro all'epilogo

TERZA PARTE (clicca qui per leggerla):- Quei passi "strani" delle lettere: gli anagrammi, Sciascia, il povero Bachelet, il pittore e qualche giornale
- Primo fatto. Gli "amici" di Moro e gli anagrammi delle lettere
- Secondo fatto. Vittorio Bachelet informò gli inquirenti
- Terzo fatto. Leonardo Sciascia e il suo "Affaire Moro"
- Quarto fatto. Freato, Cazora, e la N'drangheta
- Quinto fatto. La vicenda arriva su "Paese Sera"
- Sesto fatto. Due riscontri inattesi.
- Settimo fatto: 1988. La pubblicazione su "Giochi Magazine" e la fine "improvvisa" della rivista.
- Verso una conclusione: tanti interrogativi non senza ragione, e nessuna risposta, finora…
- Un ultimo pensiero: rasserenante almeno in parte
- Conclusione



Le notti di trattativa con i vertici Dc, il ruolo di Paolo VI e del Vaticano, i falsi "spiragli" di apertura delle Br, il giallo degli anagrammi nelle lettere, il coinvolgimento della P2 e della 'ndrangheta...

Nel 33esimo anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, Affaritaliani.it pubblica in esclusiva la memoria di Giovanni Gennari, teologo e giornalista, che ripercorre quei giorni dal suo punto di vista, prima personale di uomo di religione, e poi professionale di cronista.


 

Gennari è una voce di prima mano nella vicenda del rapimento, che ha vissuto a diretto contatto grazie alla sua vicinanza a Benigno Zaccagnini, allora segretario Dc, e al comitato che seguiva le trattative per la liberazione del leader democristiano. Dal suo racconto, "Moro, 33 anni tra enigma e tragedia" (che diventerà anche un libro), emergono scenari ed episodi sconvolgenti, mai emersi nell'ambito delle numerose inchieste giudiziarie, delle commissioni parlamentari e dei libri pubblicati su questa parte della storia d'Italia.

I funerali di Moro (leggi nelle pagine seguenti il testo integrale del racconto)/ Il segretario Dc Zaccagnini proibì a Fanfani di partecipare, ma lui furbescamente ubbidì a metà: si fece trovare al cimitero, quando arrivò la bara per la sepoltura…

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LA CONFIDENZA/ "Macché favorevole al compromesso storico... Zaccagnini era pronto alle dimissioni, ma rinunciò per il caso Moro..."

Un ultimo pensiero: rasserenante almeno in parte

Non voglio concludere questa memoria anche drammatica senza un accenno di ottimismo. Ricordo quindi un altro incontro con il mite e forte insieme Benigno Zaccagnini, che negli anni seguenti ebbe un ufficio proprio nei pressi di "Paese Sera". La cosa fu occasione di incontri vari, sempre amichevoli, fino a poche settimane prima della sua morte. Ma qui ricordo un'altra vicenda. Qualche settimana dopo la morte di Moro, quando Giovanni Leone fu ingiustamente costretto alle dimissioni, una sentii Benigno al telefono. Erano i giorni delle votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica, e lui mi disse era molto addolorato perché gli uomini della Dc, Piccoli e altri, non volevano votare Pertini come presidente. Bettino Craxi si era convinto su quel nome, anche il Pci era d'accordo, ma c'erano i franchi tiratori Dc che sabotavano l'elezione. Era molto preoccupato, Benigno, e allora gli chiesi se a suo parere la scelta di Pertini fosse giusta e opportuna. Mi rispose che era anziano, talora irruento e imprevedibile, ma galantuomo e pulito. A me, allora, venne in mente la sua confidenza sulle dimissioni che avrebbe voluto dare lo stesso 16 marzo, dopo l'approvazione del Governo Andreotti, e che rientrarono per il rapimento di Moro, e gli dissi di botto: "tu stasera dovresti chiamare i tuoi 'amici' Dc e dire loro che se domani non votano Pertini tu ti dimetti!" Il giorno dopo Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica, e a parte qualche particolare critica, tutti sappiamo come la sua figura abbia onorato il nostro paese. Il mite Zac aveva fatto la sua parte anche in questa vicenda: come sempre.

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Clamoroso/ Spunta il  coinvolgimento di un ex magistrato, nome importantissimo comparso negli elenchi della P2, proprietario di una villa con un sotterraneo...

L'episodio è raccontato nel capitolo "Sesto fatto. Due riscontri inattesi". Si parla di possibili anagrammi nascosti nei testi delle lettere inviate da Aldo Moro, molto competente in fatto di enigmistica e rebus,  dai quali sembrava emergere il possibile luogo della prigionia di Aldo Moro.   

"In realtà quasi immediatamente quella pubblicazione su "Paese Sera" un riscontro lo ebbe. Qualche settimana dopo - fine '86/inizio '87 - arrivò in redazione a Roma, a via del Tritone, un anziano distinto signore, chiedendo degli autori di quegli articoli sugli anagrammi. Mi telefonò il leggendario "portiere" del giornale, che si era informato sull'autore del pezzo, e gli dissi di inviarlo da me. Si chiamava Viktor Aurel Spachtholz, e si presentò con biglietto da visita, che conservo ancora, come pittore e grafico di fama internazionale, membro dell'Accademia Goncourt di Parigi e Senatore dell'Accademia Burckhardt di Zurigo, residente da decenni in Italia, a Vettica di Amalfi. Raccontava di aver combattuto nella resistenza antinazista, poi era rimasto in Italia. Di fronte al Direttore di "Paese Sera", Claudio Fracassi al collega ed ex direttore Piero Pratesi, che avevo subito chiamato e a me, egli disse che sulla base di quello che avevamo pubblicato era in grado di indicare la prigione di cui gli anagrammi parlavano.



LE IMMAGINI

Secondo lui essa era nel sotterraneo della villa di un ex magistrato, importantissimo, il cui nome era comparso nelle liste della P2.
Raccontò, Spachtholz, davanti a noi tre, che verso il 1976 aveva dato lezioni di pittura a questo ex magistrato nella sua villa in zona Formello, e che una volta era sceso con lui, per brindare alla fine delle lezioni, nella cantina della villa, un vero e proprio bunker fortificato. Sorpreso dallo scenario inatteso egli aveva esclamato così, "Ma questa è una prigione!", ed il padrone di casa gli aveva replicato pressappoco così: "Noi da qui incendieremo l'Italia, e la salveremo"…
Era noto che proprio Moro, presidente del Consiglio, aveva avuto forti contrasti, ufficiali, con questo magistrato, che aveva dovuto dimettersi da ogni carica in relazione alla vicenda Sindona…

Il racconto di Spachtholz aveva risvolti notevoli: se il discorso cadeva su quella persona, ovvio che entrasse in gioco anche tutto lo scenario della P2, dei Servizi Segreti deviati, della infiltrazione di piduisti nel comitato incaricato proprio in quei mesi di coordinare tutto quello che riguardava la gestione delle ricerche di Moro, della sua prigione, dei suoi sequestratori, dei mandanti e degli esecutori della strage di via Fani e del rapimento…Lo Spachtholz si offrì, subito, di accompagnarci a vedere la villa, ma era tardo pomeriggio, si doveva "chiudere" il giornale del giorno dopo, e con decisione immediata l'offerta fu per il momento declinata. Ci lasciammo con l'intesa che ci saremmo risentiti…

Va aggiunto, per la cronaca, che egli poche settimane dopo morì: fu trovato morto dai vicini nella sua casa di Vettica di Amalfi. Era anziano, sicuramente, ma era anche un personaggio singolare. Ho letto anche di recente su "Storia in Rete", una rivista che va in edicola ma soprattutto su Internet, parecchie pagine interessanti e cariche di stranezze e misteri…

Tornando a quel magistrato indicato da Spachtholz come padrone della "prigione", tutti mi dicevano, allora, che era già morto. E invece ne parlai con un notissimo avvocato romano, il Dr. Zupo, cui mi indirizzò un conoscente comune, il Dr. Pietro Mascioli, il quale mi fece avere le fotocopie delle lettere di Moro e mi assicurò che allora, nel 1986, il soggetto era ancora vivo, rinchiuso nella sua casa presso Genova, e rifiutava di incontrare e vedere chiunque. Anche mons. Cesare Curioni, di cui ho già parlato, che per ragioni professionali lo aveva conosciuto ai tempi in cui era in carica come Ispettore generale presso il Ministero, e che aveva conoscenza di quella sua casa in zona Flaminia-Cassia, mi confermò che allora era vivo…

Ma alla pubblicazione su "Paese Sera" ci fu anche qualche altro riscontro. Ennio Peres, l'anagrammista che aveva firmato il suo pezzo da esperto di enigmistica, cominciò a trovare sulla sua segreteria telefonica messaggi singolari con ripetute minacce anonime, che si ripeterono per un po'. Di più: un notissimo personaggio presente nelle cronache dei tempi del terrorismo italiano degli anni '70, Mario Merlino, che lo conosceva da anni, incontrandolo lo prese ripetutamente in giro chiamandolo "Aldo"…

Ultimo fatto: alcuni mesi dopo il direttore di "Paese Sera" di allora, Fracassi, fu senza grandi spiegazioni pubbliche, dimesso dal suo incarico…

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Gennari teologo
Il teologo Gianni Gennari

Nato a Roma nel 1940, padre falegname ebanista, madre casalinga, da 15 anni è autore di una rubrica giornaliera su “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani; collaboratore di emittenti radiofoniche e televisive; dal 1979 giornalista alla Rai e durante gli Anni '80 editorialista di Paese Sera, quotidiano della sinistra del tempo, uno dei giornali storici di Roma che diede spazio ai cattolici di sinistra, come Piero Pratesi che ne fu condirettore,e che con Raniero La Valle fu consigliere comunale ai tempi delle prime giunte di sinistra.

"MORO, 33 ANNI TRA ENIGMA E TRAGEDIA": LA PRESENTAZIONE DELL'AUTORE GIANNI GENNARI

A 33 anni dall’epilogo del dramma di Aldo Moro, che ha cambiato alla radice la vita della Repubblica, avviando in concreto una serie di eventi che hanno portato alla fine della prima fase di essa e aprendone una seconda ancora in singolare evoluzione problematica, la memoria di una persona ripercorre la vicenda dal suo punto di vista, prima personale di uomo di religione, poi professionale di giornalista, che ha avuto diretto contatto con la vicenda, e nel suo racconto emergono dubbi, coincidenze, resistenze, drammi e contrasti personali e politici, si aprono scenari inquietanti e non se ne chiude nessuno…

L’Autore difende soprattutto la memoria di Paolo VI, di Benigno Zaccagnini e anche di Enrico Berlinguer con testimonianza diretta, e nel suo racconto si intrecciano enigmi singolari sia per contenuto che per modo di presentarsi, tra analisi e coincidenze, possibili piste di ricerca e blocchi improvvisi…

Emerge anche qualche scenario inquietante nuovo, tra cui quello di un luogo eccellente singolarmente raccontato in relazione alla tragedia nella sua essenza. Si parla della strategia della cosiddetta “fermezza” opposta a quella della “trattativa”, in realtà mai possibile… Moro, Paolo VI, Zaccagnini, Berlinguer, Craxi, mons. Macchi, mons. Curioni, i Gesuiti di Civiltà cattolica, illustri ed enigmatici personaggi delle cronache politiche, criminali e giudiziarie in un intreccio di vari “enigmi”, di anagrammi misteriosi e di complicità irrisolte anche di ambito internazionale.

Trentatré anni di dubbi e di domande: ancora tutte lì, davanti a tutti, quasi per uno scrupolo di debito ad una memoria che riguarda tutti, e a tutti è comunicata senza altro scopo che quello di continuare ad interrogarsi ed a cercare una non impossibile verità…

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CAPITOLO Paolo VI, il Vaticano e la vicenda Moro all'epilogo

Dunque non ci fu alcuno "spiraglio" vero verso una via concreta di salvezza per Aldo Moro. La disponibilità ad uno "spiraglio" - ricordo quante volte gli ho sentito sospirare questa parola - vale certissimamente per Zaccagnini, e vale anche altrettanto per Paolo VI. Tutte le informazioni che ho avuto, su questo argomento, le debbo proprio a mons. Cesare Curioni, grande amico di tanti anni, uomo che come nessun altro, in Italia, ha vissuto per decenni dentro le carceri italiane, da cappellano a san Vittore e poi da ispettore capo di tutte le carceri italiane per l'assistenza religiosa. Eravamo molto amici: bontà sua. Ricordo che la sera nella quale fu approvata definitivamente la legge sull'Ispettorato per l'assistenza religiosa nelle carceri italiane Don Cesare volle festeggiare la cosa a casa mia, in via dei Pettinari, e c'erano anche l'on. Rosa Russo Iervolino, Giglia Tedesco e Tonino Tatò…Don Cesare era stato vicino a Paolo VI fino dagli anni di Milano,  e proprio Montini lo volle a quella carica ufficiale, a Roma, e lo chiamò accanto a sé anche nei giorni tremendi del dramma. Abbiamo parlato tante volte di tutta la vicenda. Non ha mai voluto, prima di morire, che si dicesse del suo ruolo…Sono passati 15 anni: ora è diverso.
Montini e Moro, dunque. Si conoscevano dagli anni '40. Montini stimava Moro e gli voleva bene, ricambiato. Avevano vissuto momenti difficili, insieme, a cominciare da quando Moro, appoggiato proprio dal giovane monsignor Montini, fu allontanato dalla presidenza della Fuci e sostituito con Giulio Andreotti, su proposta di mons. Giuseppe Pizzardo, poi cardinale, vicino al "partito romano" di mons. Ronca e del celebre Egilberto Martire, che nel '54 si sarebbe vantato di aver fatto "cacciare" da Roma proprio Montini, che andò a Milano. Nove anni dopo sarebbe tornato da Papa.

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