Moda/ "I grandi brand vendono falso made in Italy a prezzi elevati". Il j'accuse di Federico Sangalli ad Affari

Giovedì, 30 aprile 2009 - 12:00:00

Di Enrica Governi

“Ho aperto il mio atelier nel 2005, ma prima di questo ho lavorato sodo facendo una gavetta durissima per vari anni, nel primo e vecchio atelier di mia zia, Maria Sangalli, in C.so Vittorio Emanuele a Milano. Lo frequentavo già da bambino, lì sono cresciuto e ho imparato il mestiere di stilsta, una vera e autentica passione”. Così esordisce Federico Sangalli, classe 1972, giovane designer rampante, nella sua intervista ad Affaritaliani. Racconta di sé, del suo percorso stilistico, delle sue ambizioni, di aspirazioni e progetti futuri, ma attacca anche i”vecchi” brand della moda che a suo parere “sdoganano” come autentico un Made in Italy in realtà falsissimo.

E’ stato difficile per lei imparare il mestiere di stilista, o le è “venuto” facile?
Da bambino sgambettavo e mi divertivo, poi con gli anni è subentrata la passione, autentica passione per questo mestiere, sottolinea. Quello che ho appreso è stato sul campo, e quello di mia zia era il “vecchio” atelier d’alta moda di un tempo, non ho frequentato nessuna scuola di moda. Dalla zia, gli abiti erano d’alta sartoria, le sarte erano esperte e bravissime, e  le sfilate delle mannequin organizzate a regola d’arte. Loro esibivano in mano il numerino che si riferiva al capo indossato, in modo che le clienti inviate ne potessero prendere nota, è una tradizione che non si è mai interrotta, e che continuo ancora adesso. Era frequentato dall’alta società milanese, da noi arrivavano nomi illustri, la contessa Vacca Agusta, abbiamo seguito Paola Marzotto nell’Alta Moda a Roma, avevamo gli Alemagna, la crème della creme milanese.


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E’ stato una buona scuola l’atelier di famiglia? Che studi ha intrapreso?
E’ stata un’ottima scuola, sicuramente. Avere imparato sul campo è stato un privilegio per me, è stata “la scuola”, o forse la scuola migliore. Ho un’ottima conoscenza dei tessuti, ho imparato le tecniche dell’alta moda, quella vera, di scuola milanese, e questo sicuramente è un valore aggiunto, un “plus” che mi sta dando molto, una marcia in più, senza presunzione, rispetto a colleghi stilisti che vengono qui, che contatto, e che hanno frequentato delle normali scuole di moda. Dopo avere fatto il liceo classico ho frequentato la facoltà di Giurisprudenza a Milano, è stata la mia seconda passione mi sono laureato, ma mentre già lavoravo nell’atelier della zia.

Cosa l’ha indotta ad aprire un atelier tutto suo?
Solo l’idea che venisse perso questo bellissimo mondo dell’haute couture per me era devastante. E’ stata una sfida vera, volevo che  il mio atelier fosse però una realtà nuova, è stata una scommessa con l’ignoto, non sapevo se le clienti che erano state di mia zia mi avrebbero seguito. E invece sì, e dopo di loro, le figlie, le nipoti….
E’ così che ho deciso, al di là della pura retorica di continuare il percorso della mia famiglia, con i mobili storici dell’atelier, le foto delle mannequin degli anni‘60 appese alle pareti.

Dove disegna e produce i capi per le clienti?
Per ora ho un laboratorio qui, sullo stesso piano, con alcune sarte che lavoravano ancora da mia zia, la premiere era la stessa. Sto allevando mani nuove che scovo con grandi difficoltà ma che trovo, e di cui sono molto soddisfatto e contento. E’ arrivata da me una ragazza giovane, 30 anni, bravissima, una fortuna per me. Tenga presente che le sarte esperte di alta moda e di alto livello vanno dai 55 anni ai 70, parlo di quelle che hanno fatto grande la moda italiana e soprattutto l’alta moda. Io disegno i capi, ma devo sottolineare che le mani delle mie sarte sono fondamentali, senza di loro non sarei nessuno.

Nel 2005 parte con l’Alta Moda. Quando ha iniziato a disegnare e produrre il pret –à- porter?
Nel 2006, ed è quello che io per primo, ci tengo a sottolinearlo ho definito “couture –à- porter”. E’ un pret-à porter  molto alto, la mia idea è di creare capi quasi unici, inimitabili. Consiste nel trasfondere le tecniche tipiche dell’ alta moda anche nel pret- à- porter. Ho già fatto 3 collezioni, una piccola distribuzione in Italia, una decina di negozi,una è la Giò Moretti, e una decina in Francia, e altri qua e là a livello europeo, sono ancora all’inizio….

E’ soddisfatto di avere vinto il concorso per giovani talenti creativi indetto dalla CNMI?
Sì, molto, forse la cosa più importante che mi è capitata, e a cui ho partecipato quasi per gioco nel 2008. L’ ho vinto, e ha consacrato due anni di valore del mio lavoro a cui la stampa tutta, sia italiana che internazionale ha dato rilievo. Ma non solo, questa vittoria mi ha dato la possibilità di far sfilare le mie collezioni a Milano prima e a Tokio poi,  dandomi un’eccezionale visibilità.

(Segue - "I vecchi brand hanno delocalizzato la produzione e ora spacciano per made in Italy prodotti di cattiva qualità e li vendono a prezzi elevati...")

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