Il "Racconto di Natale" di Dickens "rivisto" da Michele Mari
Cavallo di Ferro manda in libreria in una nuova edizione con numerosi inediti "
![]() Michele Mari |
| L'INTERVISTA Michele Mari ad Affaritaliani.it: "I critici letterari sono diventati pigri..." LO SPECIALE
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SU AFFARITALIANI.IT IN ESCLUSIVA L'INEDITO SU DICKENS 
LA COPERTINA
(Per gentile concessione dell'editore)
Fra le cose più crudeli e insieme più commoventi di Dickens bisogna riservare un posto speciale al Racconto di Natale. Favola edificante che utilizza i fantasmi a fini didascalici, il Racconto sceneggia come uno psicodramma la redenzione morale del vecchio Ebenezer Scrooge. Passato alla storia come l’archetipo del ricchissimo avaro (e dunque di zio Paperone, appunto uncle Scrooge), il protagonista è in realtà un semplice benestante, e ciò che veramente lo distingue per iperbolica oltranza è la sua misantropia. Scrooge odia tutto: gli altri in quanto altri, i poveri in quanto potenziali questuanti, il mondo perché fatto di cose che costano, che richiedono manutenzione e attenzione (per questo adora l’oscurità, perché è gratuita e viene da sola e altrettanto da sola se ne va); ma soprattutto, com’è dei veri misantropi, odia la felicità, la mera ipotesi che qualcuno possa essere felice o anche solo non star troppo male su questa terra. Per questo il 25 dicembre è il suo giorno più nero: nessuno lavora, le famiglie si riuniscono, tutti simulano spudoratamente una felicità a cui la sua intelligenza si rifiuta di credere. Deducendo l’infelicità natalizia di Scrooge non dall’invidia della felicità altrui, ma dall’incredulità e da un senso di offesa alla propria intelligenza, Dickens si conferma scrittore raffinatissimo. La redenzione di Scrooge coincide con una presa di coscienza, resa possibile dalla visione (organizzata in tre tempi dallo Spirito dei Natali passati, da quello del Natale presente e da quello del Natale futuro) di tutto il bene che egli avrebbe potuto compiere in vita e non ha compiuto, condannandosi così a un lunghissimo destino purgatoriale di fantasma tormentato (Henry James non credeva ai fantasmi, Dickens non credeva ai fantasmi tormentanti). Di quel bene si sarebbero giovati non solo gli altri, ma lo stesso Scrooge, che nella prima visione, sicuramente la più struggente, vede se stesso bambino, prima da solo in una classe deserta, poi ancora da solo nella camerata di un collegio, poi sempre e comunque solo: e la pena e la pietà, l’amore anzi che egli prova per quel se stesso bambino, toccano già l’apice della sua commozione e dello scioglimento del suo cuore indurito e ghiacciato, come se Dickens ci stesse dicendo che voler bene al prossimo è un dettaglio, e che tutta la partita si gioca dentro di noi. Assolto al loro compito maieutico, fatto di Ebenezer Scrooge un uomo buono (prima si augurava che i poveri morissero per risolvere il problema della sovrappopolazione, adesso gli basta vedere la stampella di un bambino morto per sentirsi mancare), gli Spiriti si dileguano. Riconciliato con il mondo, Scrooge fa del bene e del bene riceve: ma si può dire per questo, eudemonisticamente parlando, che la sua vita sia migliorata? Egli è stato male durante le visioni, quando si è trovato di fronte alla solitudine del bambino che fu o al cospetto del suo stesso cadavere; quando ha partecipato da fantasma alle cene delle famiglie proletarie cui basta l’occasione natalizia per essere felici, o quando può ascoltare cosa gli altri dicono di lui: ma prima, quando era catafratto nelle sue spietate certezze («chiuso in sé come un’ostrica»), quando la cattiveria gli dava una straordinaria energia, la sua vita non era altrettanto risolta? Non altrettanto piena? Il nuovo Scrooge non ha memoria del vecchio così come il vecchio non poteva sognare il nuovo: per questo entrambi ci appaiono appagati e privi di rimorsi, paradossalmente equipollenti. Del resto, mezzo secolo dopo, anche Jekyll e Hyde saranno entrambi felici ognuno a suo modo, e la sola infelicità risiederà nella memoria di Jekyll di essere stato Hyde, e nella paura di tornare a esserlo.



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