"Mi chiamo Scrivo (Benvenuti nella mia testa)" della 19enne esordiente milanese Ju Amoruso. In esclusiva su Affaritaliani.it i primi due capitoli del romanzo edito da Elliot...
LO SPECIALE
Il 2010 per l'editoria italiana è l'anno degli esordienti, si sa. Tutti (o quasi) gli editori sono a caccia di autori giovanissimi. Compresa Elliot, che porta in libreria la 19enne milanese Ju Amoruso, e il suo "Mi chiamo Scrivo (Benvenuti nella mia testa")...

IL LIBRO - Svegliatasi in un letto d’ospedale in seguito a un coma durato due anni, Scrivo si ritrova in uno scantinato con dodici sedie ad assistere a delle sedute psichiatriche di gruppo. Sarà così costretta a lottare contro il dolore degli altri impregnandosene come una spugna e servendosene come di uno sciogligrasso per lavare via il suo. L’unico modo di trovare sollievo sarà mettere nero su bianco le storie di questi dodici folli. Quella di Howard, l’uomo che in seguito alla morte di moglie e figlia è convinto di vivere in una cartolina; quella di Colin, il bambino di appena dieci anni che soffre di attacchi di panico; quella di Stew che, accecato dal buio, si protegge con un accendino; quella di Gwen, la ragazzina scontrosa che ha trasformato il suo giardino in un gigantesco parco giochi con tanto di montagne russe. E proprio come una vertiginosa corsa sulle montagne russe, la vita di Scrivo si trasformerà in un’alternanza di adrenalina pura, incoscienza e panico totale; scricchiolii, pendii e riprese; conforto dato e ricevuto, in un vortice che va affrontato a parole, sino alla fine della corsa. Mi chiamo Scrivo è un esordio letterario graffiante e sarcastico, un viaggio convulso e allucinante nella follia umana, un romanzo vorace, un inno alla scrittura stessa. 
LA COPERTINA
L'AUTRICE - Ju Amoruso ha 19 anni, vive a Milano e frequenta La Nuova Accademia di Belle Arti. Questo è il suo primo romanzo. «Cosa scriverei se potessi inviare una lettera a Dio? Forse gli parlerei della fame nel mondo e delle guerre persistenti. Anzi, forse no. In fondo lui da lassù dovrebbe vedere tutto. Forse gli farei vedere le piccole cose. Anzi, nemmeno quelle. Forse lo obbligherei semplicemente a vivere un giorno nella testa di ogni uomo, per capire cosa si prova veramente a essere pazzi».
In esclusiva su Affaritaliani.it i primi due capitoli (per gentile concessione dell'editore Elliot)
Prima pagina
La prima pagina è un elemento determinante perché si tratta dell’inizio. Io voglio scrivere su questa prima pagina la fine di ogni cosa. La fine del libro. La fine della mia storia. Che state pensando di fare, ora? Le parole che leggerete in queste prime pagine saranno esattamente le stesse che troverete nelle ultime. Con le mie pagine non si bara, non si gioca. Dalla prima all’ultima, questo è il patto. Voglio che sentiate ogni singolo foglio di carta scorrervi tra le dita, voglio che assaporiate ogni singola goccia di inchiostro che ho versato. Perché nelle mie vene non scorre sangue, nelle mie vene scorre inchiostro. Tutto quello che ho raccontato in questo libro è il susseguirsi di fatti che mi ha portato qui, ora, a raccontare quello che ho nella testa. Il corpo umano è pieno di meccanismi. Il corpo umano non è un unico meccanismo. È semplicemente un concatenarsi di eventi fisiologici per i quali siamo al mondo e respiriamo. Ognuno respira ciò che gli pare. Io respiro parole.
Ciao, mi chiamo Scrivo
Mi chiamo Scrivo. Benvenuti nella mia testa. Benvenuti nel mio sistema. Da adesso, se salterete qualche riga, non sarà solo la mia storia, ma anche la vostra. Mi sveglio. Sbadiglio. Ho la gola secca e una sete terribile. Abbasso gli occhi a guardarmi il corpo. Cerco di muovermi, ma le gambe rispondono solo in minima parte. Lancio occhiate lente intorno a me. Le immagini sono confuse e non capisco. Non capisco proprio. Ma quando metto a fuoco, ciò che vedo mi spaventa. E la morte sembra solo una passeggiata in confronto. La mia mano è attaccata a un sottile tubicino di plastica. Indosso una specie di grembiule bianco. Sto sdraiata su un letto d’ospedale. Intorno a me non ci sono fiori, come dovrebbe essere. Intorno a me non ci sono persone, nemmeno Chris. Che cosa mi è successo?
Forse mi hanno tirata sotto. Certo, deve essere così. E Chris mi ha portata qui, e mi ha salvata. Sì, deve essere proprio così. E ora è al piano di sotto a prendermi un caffè e un mazzo di tulipani legati con un fiocco gigante. Deve per forza essere così. «Buongiorno signorina». Entra un medico. Sta per dirmi che mi sono ripresa durante la nottata, e che ora posso tornare a casa con Chris. Mi tiro su e appoggio la testa sul cuscino. Quanto puzzano gli ospedali. Tutta questa pulizia maniacale mi fa saltare i nervi. Scalcio piano il lenzuolo verso i piedi del letto. E intanto cerco con lo sguardo un orologio, per vedere che ore sono. «Buongiorno dottore». «Finalmente si è svegliata, la stavamo aspettando. Sembra incredibile vederla sbattere le palpebre». «Devo essere crollata, a volte mi capita…». «Signorina…». Il dottore si siede sul bordo del letto e mi prende la mano. No. Perché lo sta facendo? Non è un buon segno. Non è mai un buon segno quando in ospedale qualcuno ti prende la mano. Specialmente se si tratta di
qualcuno che non conosci. «Dormiva da quasi due anni signorina». Due anni? Guardo i suoi pantaloni che spuntano
dal camice. Spero si tratti di uno scherzo. O forse il dottore ha sbagliato paziente. «Signorina? Mi ha sentito?».
«Sì, certo, due anni…». «Signorina, vorrei che prendesse seriamente ciò che le sto dicendo. Due anni fa è entrata in coma». Cazzo. Adesso più che divertita, sono irritata. E quando sono irritata mi accendo una sigaretta. Il mio pacchetto deve essere qui, da qualche parte. Sospiro. Un leggero panico mi pulsa dentro, un diffuso formicolio su tutto il corpo. «Forse è meglio che le lasci del tempo per riflettere. Tornerò per accertarmi che stia bene».
Non ascolto quello che mi dice. E continuo la mia ricerca disperata. Il simpatico dottore sbatte la porta uscendo dalla stanza. E io finalmente trovo il pacchetto di sigarette sgualcito in fondo al cassetto del comodino. Mi siedo con fatica sull’orlo del letto facendo sobbalzare la struttura metallica, e mi accendo la mia dama. Le dame sono l’unica cosa in grado di farmi rilassare quando sono nervosa. Quelle che per alcuni sono semplici sigarette per me sono vere e proprie dame. Provo per loro un senso di riverenza, rispetto, sottomissione. A loro mi inchino, senza di loro
a volte mi sento soffocare, mi manca il respiro. Strano no? Il fumo uccide, io con il fumo rinasco. Aspiro. Il fumo mi scivola lentamente in gola. E quando lo butto fuori… È tutto chiaro. Nella nuvola grigia rivedo tutto quanto. Immagini confuse, ma che non potrebbero essere più nitide. Tanti flash. Tante sberle in faccia. Sberle che mi aiutano a riprendere coscienza. Cartolina, bam. La prima sberla. Poi Met. Seconda sberla. Poi uno scantinato, uno squallido caffè senza sapore, delle pareti nere, delle montagne russe. Bam, bam, bam. Una sberla dopo l’altra, come se qualcuno volesse buttarmi a tappeto senza alcuna pietà. E poi arriva: il colpo fatale. Sono al tappeto. E comincio a ricordare ogni singola pagina che ho scritto nella mia testa. Ogni singola parola o esperienza. Tutto è chiaro. (continua in libreria...)



Commenti
Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.


















