Matteo Corona ad Affaritaliani.it: "Il mio primo libro? Più merito di mia madre che di mio padre Mauro..."
| 01/02/2011 - Mauro Corona ad Affaritaliani: "Mio figlio debutta come scrittore? Avrei voluto scriverlo io un libro così!"
LO SPECIALE
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di Antonio Prudenzano
![]() La copertina |
![]() Matteo Corona |
Se non fosse figlio di un noto autore, avrebbe deciso in ogni caso di fare lo scrittore?
"Le parole scritte sono la scoria che rimane dei pensieri. E pensare è un fatto genetico che appartiene a tutti gli esseri umani, che sono creature con estremo bisogno di comunicare. Tutti perciò siamo scrittori. E io mi sento scrittore solo in questo senso. Mio padre mi ha avvicinato al mondo dei libri, dell'arte e del disegno, forme molto belle di comunicazione. Ma ho sempre preferito mia madre per confidarmi. Quindi più con lei che grazie al babbo mi sono 'esercitato' a tirare fuori me stesso a parole".
La spaventano i paragoni con suo padre? In cosa la sua scrittura si avvicina alla sua, e in cosa si allontana?
"Non mi spaventano, perché la mia massima soddisfazione sta semplicemente nel creare storie capaci di rapire la curiosità delle persone durante il tempo della lettura. Più che scrittore questo fa di me un racconta storie. Sgravato così dalla responsabilità di essere scrittore, mi sento molto più tranquillo. Non devo insegnare nulla. Né testimoniare eventi importanti. Solo creare un'immersione che riesca ad affascinare. E questo si che mi spaventa, perché richiede molte risorse creative da parte mia e non è detto che riesca. Per quanto riguarda il modo di scrivere, penso che quello del babbo e il mio siano quanto di meno paragonabile ci possa essere. Non solo per l'uso delle parole, ma anche per i temi trattati".
Quali sono i suoi punti di riferimenti letterari?
"Più che punti di riferimento sensazioni. Amo dileguarmi fra le righe di modo che del mio essere trapeli il meno possibile. Preferisco che le azioni dei personaggi parlino da sé, e che chi vuole le possa interpretare a modo suo. Perciò amo questo genere di scrivere. Crudo, diretto, asciutto e sgrammaticato se serve. James Frey, Chuck Palahniuk, Aldo Nove. Il mio amico nonché editor Massimiliano Santarossa mi ha insegnato molto a proposito di questo modo di scrivere. I suoi libri sono veloci, senza fronzoli e sinceramente così. E questo mi piace molto. Seguirò certamente, con le dovute distanze, questo modo di approcciarsi allo scrivere. Per quanto concerne il genere, tra tutti questi citati, Chuck Palahniuk lo preferisco perché è il meno 'autobiografico'. Lo sento perciò più vicino a me, che vorrei abbracciare l'invenzione pura".
Come definirebbe il suo primo libro?
"Max (Massimiliano Santarossa) lo ha già definito splendidamente: 'thriller psicologico'. Mi sembra perfetto. Io più ci penso e più mi dico di aver prodotto una follia. Ma sono contento. Perché è una follia a cui credo ed un lavoro che sono riuscito a portare fino in fondo. Partire da zero e chiedersi continuamente 'che senso ha?' può smorzare la più coriacea delle volontà. Ora, vedere come tutte le fatiche spese a creare questa cosa hanno preso corpo, ha il sapore di una magia".
Sta già pensando al prossimo?
"Con le dovute messe a fuoco spero di essere vicino a qualcosa che varrà la fatica di spremere le meningi fino al mal di testa".



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