L'Italia "Senz'anima" di Massimo Fini. Su Affaritaliani.it in esclusiva due estratti dalla raccolta di scritti in libreria per Chiarelettere
"Senz'anima" di Massimo Fini, in libreria per Chiarelettere, è 
Massimo Fini
| LO SPECIALE
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"Senz'anima" fotografa uno spazio, mentale, antropologico, politico, quello dell’Italia degli ultimi trent’anni, seguendo l’avventura giornalistica di Massimo Fini, uomo senza appartenenze, dal mitico Europeo all’Indipendente fino al Fatto Quotidiano. Della penna dissacrante di Fini non potevano mancare le “stroncature” e anche i ritratti (mai disgiunti, questi, da una dolente pietas) dei personaggi – da Craxi a Martelli, da Cossiga a Berlusconi, da Gardini a Scalfari, da Costanzo a Vespa – che hanno contribuito a conciare l’Italia così com’è.
L'AUTORE - Massimo Fini, scrittore e giornalista, è autore di molti libri di successo, ancora oggi ristampati. Tra i più recenti, editi da Marsilio, ricordiamo: "Il denaro. ‘Sterco del demonio’" (1998), "Di(zion)ario erotico. Manuale contro la donna a favore della femmina" (2000), "Nietzsche. L'apolide dell'esistenza" (2000), "Il vizio oscuro dell'Occidente" (2002), "Sudditi. Manifesto contro la democrazia" (2004), "Il ribelle. Dalla A alla Z" (2006), "Ragazzo. Storia di una vecchiaia" (2008). Nel 2009 è uscito, sempre per Marsilio, il suo primo romanzo, "Il Dio Thoth". È stato anche autore e attore della pièce "Cyrano, se vi pare…", regia di Eduardo Fiorillo.
SU AFFARITALIANI.IT DUE ARTICOLI IN ESCLUSIVA SULLA TV DI OGGI E DI IERI
(per gentile concessione dell'editore)
«GF»: il cieco in arrivo nel circo-reality e l’ipocrisia di chiamarlo non vedente
da «Quotidiano Nazionale», 15 gennaio 2009
Un cieco, Gerri, chiamato pudicamente dagli autori «non vedente» partecipa alla nona edizione del Grande Fratello. Aldo Grasso, il nostro migliore critico televisivo, sia pur con qualche distinguo, trova la cosa quasi geniale. Nel luogo deputato del guardare, la Tv, si mette uno che non può vedere. Ma il Grande Fratello non soddisfa solo il voyerismo degli spettatori, sollecita anche il narcisismo dei partecipanti per i quali la cosa che conta è «essere visti». E «essere visti», in una società dove chi vive anonimo non esiste ed è dubbio persino che viva, sta diventando sempre più importante. Si veda il successo dilagante di «My space» o ancor più di «Facebook» [...]. E allora perché anche un cieco non avrebbe il diritto di essere visto? È una questione di democratizzazione.
Sarà. Invece ci vedo (pardon) uno dei tanti segni di decadenza di una società che ha un bisogno disperato di sensazioni sempre più forti per sollecitare i propri sensi stanchi (tutti, dalla vista all’udito, al sesso, con l’eccezione del tatto perché in un mondo sempre più virtuale ci si «contatta» senza tatto via Internet). È chiaro infatti che Gerri, checché ne dicano gli autori e lui stesso, viene presentato nel Grande Fratello come monstrum, con lo stesso senso
con cui nei circhi e nelle fiere di una volta (che se non altro erano ambienti circoscritti) si facevano vedere la donna cannone o il nano Bagonghi. E anche questa storia della democratizzazione è losca e dà luogo, in prospettiva, a una spirale senza fine. Perché dopo il cieco non anche il paraplegico o il focomelico? Dice: ma un cieco non è paraplegico, c’è una bella differenza. Già, ma anche un cieco non è uno che ci vede, c’è una bella differenza. Così volendo eliminare la differenza in realtà la si rimarca e si creano delle sinistre gerarchie tra diversi. Non ha forse anche il paraplegico il diritto di «essere visto»? La tendenza generale della nostra società è di negare o mascherare la diversità. Così si fanno grottesche Olimpiadi per mutilati e si pretende che uno che non ha le gambe corra i cento metri in quelle vere (caso Pistorius). Secondo me il modo migliore di rispettare un diverso è accettarlo nella sua diversità. E quindi non si ingaggia per un programma, già crudele e morboso in sé, come il Grande Fratello
che si basa sul gioco reciproco degli sguardi, uno che può parteciparci solo a metà, che non può vedere nessuno ma può essere visto da tutti, come un oggetto bizzarro. Questa tendenza oscena a negare la realtà la si vede anche nel linguaggio. Li chiamiamo «non vedenti», «audiolesi», «motulesi», «diversamente abili», «terza età», ma in
realtà sono ciechi, sordi, mutilati, handicappati, vecchi. E anche questo è un segno di decadenza. Scriveva Edgar Quinet nel suo libro La Rivoluzione del 1865: «La caratteristica essenziale della nostra società bizantina è di mettere le parole al posto delle cose». Aveva visto giusto, con molto anticipo. Tutta la società moderna è fatta di queste mistificazioni e di queste ipocrisie. E così buttiamo un cieco nella fornace del Grande Fratello, ma lo chiamiamo «non vedente» e ci sentiamo la coscienza a posto. In quanto ad Aldo Grasso si potrebbe dire, pur con tutta la stima
e l’affetto, che a furia di guardare il mostro, la Tv, si finisce fatalmente per assomigliargli.
C’era una volta la Tv di Ettore Bernabei 
da «L’Europeo», Il Conformista, 19 gennaio 1994
In questi giorni la Televisione italiana ha compiuto quarant’anni. E io voglio dichiarare qui la mia profonda nostalgia per la Tv di Bernabei, del democristiano Ettore Bernabei. Perché era una Televisione di qualità infinitamente superiore a quella che vediamo oggi. Prendiamo, per esempio, lo spettacolo di intrattenimento popolare per definizione: il «varietà» (oggi sostituito dal cosiddetto «contenitore»). Sotto la gestione di Bernabei il varietà si chiamava Un, due, tre di Tognazzi e Vianello; Il mattatore di Gassman; Alta fedeltà (testi di Chiosso e Zucconi); Studio uno di Walter Chiari (1963), Lelio Luttazzi (1964), Ornella Vanoni (1966); Il signore di mezza età a cura di Camilla Cederna, Marcello Marchesi, Gianfranco Bettetini, presentato dallo stesso Marchesi con Lina Volonghi e Sandra Mondaini; L’amico del giaguaro con Bramieri, la Del Frate e Raffaele Pisu; Scarpette rosa con Carla Fracci, Walter Chiari, Mina; Quelli della domenica con Paolo Villaggio (testi di Marchesi e Costanzo). Erano tutti spettacoli che si reggevano, oltre che su protagonisti di ottimo livello e che quasi sempre venivano da collaudate discipline artistiche (teatro, cinema, balletto, musica), su un’idea e la sviluppavano. Adesso, al loro posto, cosa c’è? Ci sono «contenitori» o similcontenitori o postcontenitori dove personaggi che sono tali solo in forza televisiva si limitano a fare grazioso omaggio della loro presenza, in un circolo vizioso senza fine. Perché oggi uno, anche se non ha né arte né parte, diventa personaggio sol che appaia in Tv e, in quanto tale, ha titolo per ricomparirvi. Lo spettacolo in Televisione, almeno quello popolare, si è ridotto a un presenzialismo ossessivo senza senso e senza scopo che peraltro fomenta un’idolatria del pubblico altrettanto senza senso e senza scopo. Ma anche la lingua della Tv di Bernabei, che ebbe la funzione di unificare l’Italia dei dialetti, era di un’altra pasta. Ha detto il filosofo del linguaggio Raffaele Simone: «Fra gli anni Sessanta e Settanta la Tv ebbe senza dubbio una funzione positiva. L’italiano che diffondeva era molto controllato e attento, perfino con qualche intento puristico. Le cose cambiarono alla fine degli anni Settanta con la “riforma”: le linee vennero aperte al pubblico, gli speaker cedettero il posto ai giornalisti... le televisioni e le radio private fecero il resto, favorirono la messa in onda di modelli linguistici di bassissima qualità». Perfino la pubblicità era d’un altro livello, Carosello, su cui si è formata un’intera generazione di bambini (la mia), proponeva siparietti spesso spiritosi, gustosi, comunque sempre garbati, mai drogati
e volgari. Certo c’erano nella Tv di Bernabei pudori elisabettiani, pruderie decisamente comiche (il termine uccello, per esempio, era al bando), che peraltro erano espressione di un’Italia più ingenua, più semplice, più composta e che comunque, fatti i conti, mi sembrano oggi un prezzo da pagare accettabile in confronto allo sbraco attuale dove anche le trasmissioni che si autodefiniscono «intelligenti», anzi soprattutto quelle, non si ritengono tali se non sparano parolacce e doppi sensi a raffica (penso a Cielito lindo, a Paolo Rossi). Certo l’informazione politica era paludata, ingessata, governativa, da «Gazzetta ufficiale», ma mi chiedo se sia stata migliore dopo la riforma quando faceva da megafono alle voci solo apparentemente diverse di un identico regime: la partitocrazia. Né si può dimenticare
che l’uso e l’abuso televisivo dei faccioni dei leader politici e dell’ascolto in ginocchio delle loro chiacchiere inizia proprio con la lottizzazione della Rai. In quanto a oggi, se vedo gli Sgarbi, i Ferrara, i Fede, i Santoro, mi pare che più che d’informazione si tratti di disinformatija ai danni dei propri avversari politici. Di recente alcune grandi firme, come Giorgio Bocca, Sandro Viola e altri, sono scese in campo contro il cafarnao di urla, di volgarità, di insulti che si leva ogni giorno dalle nostre televisioni, pubbliche e private. Hanno ragione. Ma debbono trarne anche le conseguenze e mettere in discussione quel libero mercato cui, per altri versi, si appecoronano Se Bernabei poté fare una Televisione di qualità, educativa, fu perché, agendo in regime di monopolio politico e commerciale, non doveva tener conto più di tanto dell’audience. E proprio perché agiva in regime di monopolio democristiano si poté disinteressare della collocazione politica di chi assumeva in Rai e formare così, puntando sulle capacità più che sulla tessera, quei quadri professionali di alto livello che ancora oggi sono il nerbo della Tv di Stato. Non sono così ingenuo e sprovveduto da non conoscere i rischi di totalitarismo che ci sono in ogni dirigismo, quale fu quello di
Bernabei. Epperò mi pare di poter dire che la storia della Televisione in Italia, dal monopolio alla lottizzazione all’avvento delle private, sia una dimostrazione di come non sempre la concorrenza e il libero mercato siano quei supremi regolatori del bene collettivo di cui soprattutto oggi, crollata l’ideologia marxista, tutti, a destra e a sinistra,
si affannano a cantare le lodi.



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