La recensione/ Guanda lancia una nuova voce noir: Gardella, con l'ispettore Jacobi (e i suoi incubi)...

Massimo Gardella, milanese classe '73, traduttore e musicista, debutta nel noir con "Il male quotidiano" (dal 12 gennaio in libreria per Guanda). Protagonista del romanzo (in cui non si ride mai e la tensione non cala mai) il tormentato (e instabile) ispettore Remo Jacobi. Il suo curriculum di poliziotto è ormai composto di casi che ha scelto deliberatamente di affossare. Di fronte all’ennesima, insulsa atrocità, Jacobi prova a ribellarsi, con l'aiuto di una giornalista... Un libro che è un lungo incubo di quasi 300 pagine... SCOPRI LA TRAMA E LEGGI LA RECENSIONE DI AFFARITALIANI.IT E UN ESTRATTO

Martedì, 10 gennaio 2012 - 07:44:43
 
 

LA TRAMA DEL LIBRO

GardellaIlmalequotidiano

Il grande fiume si snoda nella pianura tra alberi secolari, barche e ponti, indifferente ai pesci mostruosi che popolano le sue acque e all’orrore che un giorno si sprigiona sulle sue sponde. Un brutale ritrovamento segna l’inizio della nuova indagine dell’ispettore Remo Jacobi, uomo di cinquant’anni disilluso, divorziato e senza figli. O così dice. Vive con l’anziano padre rumeno in un borgo rurale e il suo curriculum di poliziotto è ormai composto di casi che ha scelto deliberatamente di affossare. È convinto che un velo di male puro si sia sovrapposto alla realtà quotidiana e si è rifugiato nella misantropia per sopravvivere a un mondo che percepisce sempre più incomprensibile e ostile. Ma di fronte all’ennesima, insulsa atrocità, Jacobi si ribella e lungo quelle rive antiche e lussureggianti comincia a combattere una lotta che ha origini lontane: nei deserti della Somalia teatro di guerra di mercenari disposti a tutto, e nell’Europa dell’Est dove altre violenze hanno piegato definitivamente la logica del vivere civile. Fino ad approdare in una più vicina ma non meno torbida metropoli, dove ad aspettare Jacobi ci sono una donna e la possibilità di un sentimento che forse potrebbe riscattarlo... (dalla scheda)

 

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Un libro che è un lungo incubo di quasi 300 pagine. L'esordio nel noir di Massimo Gardella ("Il male quotidiano", dal 12 gennaio in libreria per Guanda), lascia il segno. Ambientato in una Pavia dark, circondata da fiumi che nascondo traffici illeciti, è un romanzo in cui la tensione non cala mai.

Gardella, a differenza di altri autori di genere italiani, non ammicca mai al lettore e non concede alleggerimenti: in questo romanzo non si ride mai. L'autore ha scritto un'indagine sul male, sia quello che ognuno di noi fatica a tenere a bada sia quello che attraversa un'Italia in crisi economica ma soprattutto etico/sociale.

Il protagonista, l'ispettore Jacobi (italiano di padre rumeno) è un uomo tormentato, solo (vive in periferia col padre, dopo che la moglie l'ha lasciato). A proposito di incubi, spesso fa sogni orrendi (anche in pieno giorno). L'equilibrio psichico dell'ispettore, reduce dal ricovero in una clinica, è a rischio. E di conseguenza anche le indagini che sta conducendo forse non sono in mani sicure (del resto non sarebbe la prima volta che commette errori, in una carriera "complicata").

Jacobi non ha superato il trauma causato dalla morte della figlia, e ora che si ritrova a dover scoprire chi è stato a violentare, uccidere, marchiare e dare in pasto a un pesce siluro gigante una bambina senza nome, non può fare a meno di affrontare vecchi fantasmi...

di Antonio Prudenzano

 

Massimo Gardella   Foto © M

L'AUTORE - Massimo Gardella è nato nel 1973 e vive a Milano. È traduttore di saggi e romanzi per diversi editori italiani. Nel 2009 è uscito il romanzo Il Quadrato di Blaum (Cabila Edizioni). Come musicista ha scritto le musiche per il documentario di Giorgio Fornoni Ai confini del mondo (Chiarelettere, 2010). Il suo sito internet è www.massimogardella.com

 

 

SU AFFARITALIANI.IT LEGGI UN ESTRATTO:
(per gentile concessione di Guanda)

«Ciao, tata.»
Johan ricambiò mugugnando mentre leccava la cartina per sigillarla. «Vuoi un caffè?»
«Non ho tempo.»
Infilò la sigaretta tra le labbra, poi la accese con uno svedese da cucina, stringendo il fiammifero tra le dita screpolate da più di sessant'anni di lavoro nei cantieri, segnate dalla calce e ruvide come la pellaccia di uno squalo.
Jacobi aprì il frigorifero e si versò un bicchiere di succo di pompelmo, buttò dentro una dose abbondante di zucchero e lo mandò giù d'un sorso.
«La pillola non la prendi?» Johan indicò con uno sbuffo di fumo una confezione di medicinali sul banco della cucina.
«Dopo. Ora devo scappare.» Jacobi raccolse da una ciotola di legno le chiavi dell'auto e aprì la porta della cucina che si affacciava sul cortile. Vivevano in una cascina che il padre aveva rimesso in sesto nell'arco di trent'anni, e dove lui aveva vissuto fin da ragazzino. C'era tornato dopo il divorzio da Monica. Ora lui e Johan si facevano compagnia a vicenda, e Remo si sentiva più vicino all'età morale del padre che ai suoi effettivi cinquant'anni. Tra lui e il vedovo Johan si era instaurato un rapporto che andava oltre il legame di sangue, erano compatibili a livello più emotivo: entrambi soli, a loro modo tacitamente disperati per quelle assenze che un tempo avevano impreziosito la loro esistenza.
«Ti chiamo più tardi.» Remo salutò il padre dalla soglia. Johan sorrise a labbra strette, per Remo era come un vecchio cane lupo che sa di essere amato e accudito. Il figlio faceva un lavoro di merda, proprio com'era stato il suo, e con la stessa dedizione e caparbietà. Era l'unica cosa che sapesse fare, ed era bravo a farla. Non eccezionale, ma capace. Erano tutti e due uomini semplici, onesti. Gran lavoratori.
«Copriti che fuori fa fresco» lo avvisò inutilmente Johan. Dopo due terzi della sua vita su suolo italiano, Johan non aveva ancora del tutto perso una vaga ma inequivocabile inflessione rumena, che a suo modo lo rendeva esotico.
Remo annuì e chiuse la porta alle sue spalle.
Per fortuna Johan non gli aveva chiesto il perché della sua uscita mattutina, di certo non così usuale come ci si aspetterebbe da un ispettore della polizia criminale. Remo non aveva mai mentito ai genitori, e non avrebbe saputo come mascherare la notizia. Un pesce siluro di almeno tre metri che un gruppo di canottieri aveva trovato morto, a pancia in su nel fiume, e dalla cui bocca spuntava la mano di un bambino.

3
I lampeggianti blu bucavano lo schermo nero della notte, insinuandosi nei primi segnali dell'alba incipiente. Jacobi superò il ponte di ferro e scese sulla stradina sterrata, fermando l'Alfa dietro le volanti, a una ventina di metri dal molo di legno dello Sporting Club Becca. Borghesi gli si fece lentamente incontro, con un bicchierino di plastica fumante in mano e il viso ancora vergato dai segni del cuscino. L'ispettore si accese una sigaretta e s'incamminò verso di lui. Il vice gli porse un caffè caldo. Dio benedica Antonio Borghesi, pensò Jacobi.
Più defilata rispetto alle auto della polizia, l'ambulanza riposava nei pressi del pontile, l'equipaggio a terra curiosava vicino ai civili. Già da quella distanza, Jacobi scorse la sagoma del pesce siluro allungata e inerte sulle assi erose dalla corrente. L'ispettore bevve un sorso di caffè, e passò la sua sigaretta a Borghesi. Il vice stava cercando di smettere, ma sapeva che non avrebbe disdegnato un tiro o due.
«La scientifica sarà qui a momenti» lo avvisò Borghesi.
Jacobi annuì. Odiava il fiume.
Scesero sul selciato verso il molo. Era sabato: nel giro di poche ore le rive del Ticino si sarebbero riempite di famiglie e ragazzi, con moto e motorini ammassati sulla sponda, i ristoranti sul lungofiume avevano già le luci accese per preparare le cucine e pulire i locali.
Passarono accanto a una volante, Borghesi infilò la testa dentro e ne uscì con un thermos color crema e un altro bicchierino di plastica. Gli agenti salutarono Jacobi con un cenno.
«Chi ha trovato il pesce?» s'informò l'ispettore.
Borghesi indicò col mento un gruppo di sportivi in pantaloncini e maglietta che guardavano verso di loro. Si diresse da quella parte, con gli occhi puntati sul siluro morto, accolto da un fetore marcio che lo costrinse a storcere la bocca. Era un animale schifoso, un'offesa all'estetica di Madre Natura. La sua somiglianza con il pesce gatto si limitava ai barbigli. A Jacobi, quel mostro sembrava più un'anguilla mutata, una creatura fuoriuscita da storie dell'orrore.
Sollevò gli occhi sui canottieri.
Un uomo di mezza età spiava lo spettacolo con un cellulare in mano.
Jacobi non ebbe bisogno di avvisare gli agenti, un marcantonio in divisa si affrettò verso il curioso.
«Niente foto!» intimò prima di requisire il cellulare, quindi attese una parola dall'ispettore.
Jacobi fissò l'uomo, che ricambiava lo sguardo con un'espressione spaventata.
«Lei» lo chiamò Borghesi. «È un giornalista?»
Jacobi lo guardò contrariato per la domanda idiota. Era evidente che fosse del posto, forse il proprietario di uno dei ristoranti che si affacciavano sul fiume.
«Qualcuno di voi ha scattato foto?» s'intromise Jacobi.
Dal brusio confuso non uscì una risposta precisa.
«Ragazzi» disse rivolto agli agenti, «controllate tutti i telefoni.» Poi parlò di nuovo al gruppo. «Ve lo chiedo per favore, niente fotografie. Chiaro?»
Il drappello annuì a velocità diverse, chi più intimidito e chi più sprezzante di fronte all'autorità.
«Allora» proseguì Jacobi, «chi ha trovato questo affare?» indicò il siluro.
I canottieri, soprattutto adulti, e un paio di adolescenti, si scambiarono un'occhiata poi uno di loro prese la parola per tutti.
«Siamo venuti qui presto per preparare le barche, commissario.»
«Ispettore» lo corresse Jacobi, invitandolo a proseguire.
«Abbiamo visto qualcosa spuntare dall'acqua a pochi metri dal molo.»
«Ma era ancora buio, no?» interruppe Borghesi.
«Eravamo abbastanza vicini.»
Jacobi percepì una specie di timore nella voce, le ultime parole quasi dissolte in un sussurro. Conosceva quella gente, persone semplici. Borghesi era di Milano, uomo di città, abituato ad altri ritmi e toni, doveva ancora adattarsi a quel microcosmo molto più circoscritto e autoprotettivo.
«Abbiamo notato una macchia chiara. Il siluro era a pancia in su, piuttosto vicino a terra.»
«Chi l'ha tirato sul pontile?» domandò Jacobi.
«Be', con un arpione, di quelli che si usano per raccogliere le cime in acqua. Come le ho detto era vicino. Questi bestioni non sono più così rari da queste parti, abbiamo visto tutti subito che era un siluro. Non ha idea di quanti ne avvistiamo su questo tratto di fiume. A volte emergono con la testa in superficie, come se volessero mangiarsi pure i remi.»
«Ma non vive sui fondali?» chiese una poliziotta, l'unica donna tra gli agenti.
Jacobi e Borghesi si voltarono.
«Scusi, ispettore» si giustificò la donna. «Questa zona la conosco bene. Mio papà ha l'hobby della pesca e l'ho accompagnato molte volte, so qualcosa di questi pesci. Sono predatori notturni, riposano sul fondo per la maggior parte del giorno. Mi sembra strano che emergano in superficie per attaccare le imbarcazioni. Non è mica l'orca assassina» concluse rivolgendosi di nuovo ai canottieri.

(Continua in libreria)

 



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