L'intervista/ Massimo Fini, il ribelle inquieto ad Affari: "La crisi economica è solo uno specchio..."

Venerdì, 5 dicembre 2008 - 09:30:00


Massimo Fini
"Fai conto che tutto il denaro in circolazione sulla Terra sia pari a 100. Per comprarti tutti i beni e i servizi del mondo ti basta l'1 per cento di quel denaro. Cos'è quel 99%? Niente. Corrisponde a nulla, alla proiezione di un futuro talmente lontano e siderale che non si dovrebbe neanche porre". Massimo Fini è inquieto. Parla della crisi. Una crisi che non è, "come vogliono farci credere, solo finanziaria". Mentre gli altri studiano gli algoritmi dell’impatto dei mutui subprime e calcolano l'ammontare in dollari degli aiuti statali, lui guarda la crisi e ci si riflette, riflettendo. Vede il crollo delle borse mondiali non più come un valore percentuale negativo, ma come “specchio di un’angoscia più profonda”, che investe l’uomo, il giovane, il vecchio, la società.

Nella sua casa milanese, colma di libri e di polvere, ci accoglie vestito come sempre, jeans e camicia blu. Ha appena chiuso l’ultimo numero della sua nuova rivista La Voce del ribelle (www.ilribelle.com). Sessanta pagine in bianco e nero che cercano di spiegare l’attualità da un punto di vista più laterale, quello di un ribelle appunto.

La prima domanda è di rito: "Sì, direi che il giornale va piuttosto bene. Abbiamo circa 2.400 abbonati. Per auto sostenerci ce ne bastavano 1.000. Siamo presenti in qualche libreria (poche, per la verità) e stiamo tentando di aumentare la distribuzione. Se avremo buoni riscontri, proveremo a entrare nelle edicole, anche se è molto pericoloso".

Specie per un giornale che non ha pubblicità.
"Sì, non accettiamo inserzioni pubblicitarie, a meno che non siano culturali. È stata una scelta. Ma non credo che siano stati in molti ad aver sofferto".

Il numero di dicembre è uscito?
"Sì. In questo numero abbiamo un’intervista molto buona a Daniele Luttazzi, un ribelle honoris causa, poi un’inchiesta sul mercato che si crea attorno alle campagne di prevenzione contro l’Aids. Cerchiamo di esprimere un diverso punto di vista sulle proteste contro la riforma universitaria: viva il merito, sia lodato il merito, ma anche tra gli universitari. E protesti chi deve protestare, cioè gli studenti, non i 32enni brizzolati parcheggiati da dieci anni nei cortili delle scuole. Affrontiamo tra l’altro la crisi economica, con un pezzo che parla dell’America Latina, l’unica parte del mondo non colpita dal disastro finanziario".

A proposito della crisi, nell’ultimo editoriale ti scagliavi contro l’ “industrialismo”. Ce lo spieghi meglio?
"Mah, niente di particolare. L’industrialismo è stato presente nella storia sia in versione capitalista che marxista. Visto che in piedi è rimasto solo il primo, parliamo di questo; colpevole, secondo me, di instaurare un meccanismo contro natura, grazie al quale l’economia, ormai astratta, prevale sulle esigenze dell’essere umano".

Riformula, ti prego.
"Beh, quante volte abbiamo sentito dire da politici, economisti e intellettuali che “Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”? Se ci pensi bene, è una frase folle. Sottintende che non produciamo per consumare, ma consumiamo per produrre. Così non è il meccanismo al nostro servizio, ma noi al suo".

Mi sembra di sentire un no-global.
"Ma no. Al di là di questo, l’industralismo, la tecnica, l’economia, ecc. hanno inciso profondamente sulle esigenze più profonde dell’essere umano. Che, si badi bene, sono esistenziali prima d’ogni altra cosa. Hanno allontanato l’uomo dagli altri uomini e da se stesso. L’altro giorno, a Roma, in zona Porta Pia, un portinaio è precipitato dal quarto piano di un palazzo. In strada stava questo corpo distrutto e la gente passava, andava oltre, scavalcava questo pover’uomo che era lì agonizzante".


La copertina
de La Voce del Ribelle
Andiamo, non mi dire che prima era diverso.
"Sì, lo era. La società era congegnata in modo diverso. Le dimensioni erano infinitamente più piccole. Tutti conoscevano tutti. Ancora negli anni ’50 Milano era una città composta da quartieri. Io da ragazzino uscivo di casa alle due, per rientrarci dopo le otto. E non perché i miei genitori fossero incoscienti, ma perché c’era un maggiore controllo sociale".

Ok, ma che c’entra l’industrialismo?
"C’entra perché la caratteristica di fondo della società industriale è di essere un città dinamica, molto efficiente per certi versi (anche se ora sta perdendo colpi), che, proiettandosi continuamente verso il futuro, impedisce all’uomo di trovare un momento di equilibrio e di serenità, perché sa che, raggiunto un gradino, ne dovrà salire un altro, e poi un’altro ancora. Proprio su questo “salire” si fonda l’intero meccanismo".

Con quale risultato?
"Eh, col risultato di una bella frustrazione perenne generale. Perché nessuno è mai soddisfatto. Il vagabondo invidia l’operaio, l’operaio il capo officina, il capo officina il dirigente, il dirigente l’amministratore delegato, l’amministratore delegato il presidente…".

Ok, ok...
"Questo sistema ci ha sottratto da fatiche fisiche tremende, ma si è rivelato un disastro dal punto di vista della tenuta nervosa, esistenziale e psicologica. I numeri ci sono tutti. L’alcolismo perenne è nato con la rivoluzione industriale. E se in Europa, nel 1650, ogni 100.000 abitanti c’erano 2,6 suicidi, nel 1850 questi erano diventati 6,9, (il triplo). Oggi sono arrivati a 20 (praticamente si sono decuplicati). Perché questo sistema ha postulato l’uguaglianza non potendo realizzarla".

Credi che non si possa realizzare l’uguaglianza?
"Mah, Nietzsche scriveva che 'Postulare l’uguaglianza in una società di schiavi e salariati vuol dire aver perso la testa'. Reputo che il massimo errore commesso dall’Illuminismo, movimento pure acutissimo, sia stato proprio quello di postulare l’uguaglianza tra gli uomini. Ma l'uomo non è buono. L'uomo non è bello. L'uomo non è cittadino del mondo, né tantomeno è giusto. L'uomo è vivo. È se stesso, con le sue pulsioni, i suoi amori e le sue ostilità. L’uomo è sano, nonostante, o proprio per, le sue aggressività e i suoi istinti primitivi. E credo che abbia bisogno di sogni e di illusioni un po’ più consistenti di una Fiat o di una Bmw".

(segue...)

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