Ma le auto su quel ponte sono vere e proprie onte...

Come ogni mese su Affaritaliani.it un'anteprima da "Artedossier", la rivista edita da Giunti e diretta da Philippe Daverio...

Venerdì, 3 febbraio 2012 - 08:55:00

di Fabio Isman

ArtEDossier
In principio era “Ariminum”, colonia romana dal 286 a.C.; Gaio Plinio Secondo detto il Vecchio (23-79 d.C.) spiega che «l’Ottava Regione è compresa» tra quella città, il Po e l’Appennino. Fiorisce soprattutto in età imperiale, e declina già dal III secolo. Augusto la dota di un arco, il più antico conservato nell’Italia settentrionale: alto oltre diciassette metri, in buona parte esiste ancora; e inizia la costruzione di un ponte a cinque arcate sul fiume Marecchia (anticamente si chiamava Ariminus, dal che il nome della città), che Tiberio conclude nel 21 d.C., e per questo gli è intitolato. Era fornita di un anfiteatro in pietra, case di abitazione abbastanza ricche; una, usata da un chirurgo, è stata trovata, ed è visitabile, in una piazza del centro: i locali sono oggi ricostruiti nel Museo della città, che conserva anche i circa centocinquanta arnesi, utilizzati da quel “tagliabudella” antico. Ariminum si chiama ormai Rimini: è certamente più famosa per il mare, i bagnini proverbialmente “machi”, per Fellini e il Grand Hotel nato nel 1908, ricordi di una stagione che è stata, per il turismo di massa. I più colti la rammentano, almeno, anche per il Tempio malatestiano (di Leon Battista Alberti, 1450) e la locale scuola di pittura del Trecento, i cui autori – Neri, Giuliano, Giovanni, Pietro da Rimini – erano assai cari a Federico Zeri.

Ma di quella remota stagione resta ancora molto; anche porta Montanara, un arco di blocchi d’arenaria (ma in origine erano due, e la collocazione attuale non è quella originale), che costituiva uno dei quattro accessi alla città, circondata da mura; anche un nuovo settore del Museo della città, ricco di testimonianze notevoli e ricostruzioni davvero ben fatte. Ma se in antico Ariminum era al centro di una regione, oggi vive invece una grave mancanza di ragione. Che riguarda proprio il ponte di Tiberio. Un tempo, gli ingressi più importanti in città erano le sue arcate e, dalla parte opposta, l’arco d’Augusto, sulla via Flaminia. Più o meno è rimasto così. Solo che sul ponte non transitano più i carri, oppure i legionari; ma i veicoli e le automobili. «Ho fatto un calcolo: in media, dieci al minuto», racconta l’avvocato Moreno Maresi, presidente del Lions Club e animatore di tante battaglie per la qualità della vita locale: in particolare, si spende parecchio per il borgo di San Giuliano che è ai piedi del ponte, dalla parte opposta rispetto alla città, e di cui diremo. Il ponte di duemila anni fa sostiene l’intero traffico veicolare per chi dal mare va a monte del centro; o lo attraversi, nella direttrice tra Bologna e Ancona. E poco importa che, come spiega Pierluigi Foschi, per venticinque anni direttore del museo cittadino, «le analisi sulla struttura ne abbiano dimostrato la robustezza e l’integrità»: un ponte così non sarebbe degno di ben altre attenzioni e cure? La struttura si fonda su pali di legno, profondamente interrati; tra un’arcata e l’altra, vi sono delle edicole-tempietto, e non mancano simboli di carattere civico e religioso; infine, i grossi piloni sono provvisti di speroni per rompere i flutti, obliqui perché orientati secondo l’antico corso del fiume, in modo tale da resistere meglio: un’opera di alta ingegneria, quasi miracolosamente giunta intatta fino a noi.

Deviare il traffico non sarebbe impresa improba: «Se ne parla da anni», dice Maresi; «è abbastanza semplice, e varrebbe anche a decongestionarlo: il ponte, tutto sommato, è una strettoia; e poco lontano, gettandone un altro, si potrebbe creare un passaggio alternativo sul fiume; le proposte e i progetti per pedonalizzare il reperto, e mandarlo in pensione dal traffico, risalgono già agli anni Ottanta; nel 2009, il Rotary ha promosso un concorso d’idee; però poi tutto è rimasto lì». Una vecchia litografia ci mostra il ponte, in pietra d’Istria, che terminava con due torri per lato, dove «si legavano le navi» che «vi passavano»: ora, alle macchine, le torri non servirebbero; semmai, un altro semaforo. Allora, il porto sul Marecchia fu la fortuna della città, cresciuta anche in virtù del suo ruolo di scambio, e in un secolo unita a tre grandi strade consolari: la Flaminia per Roma (220 a.C.), l’Emilia (187 a.C.), e la Popilia fino ad Aquileia. Non sono riusciti a distruggerlo nemmeno i barbari: la prima arcata mostra ancora il vano tentativo di abbatterlo, nella guerra greco-gotica del 553 d.C.; e perché ora provarci noi, invece che con gli arieti, con le tonnellate mosse dai motori a scoppio, o diesel? Al concorso Abitare Rimini: idee per i 2000 anni del ponte di Tiberio, quello indetto dal Rotary club nel 2009, per architetti locali di nemmeno trentacinque anni, il progetto vincitore (realizzato da Claudio Masini, Roberta Pari e Alessandra Franca) e gli altri otto concorrenti sono stati tutti giudicati “meritevoli”; ma di che cosa: che le loro proposte rimangano soltanto delle idee e le auto continuino a transitare sopra il ponte? Eppure qualcuno non parla tantissimo di “valorizzare” i beni culturali?

In quanto alle idee, accanto al ponte, gli abitanti del borgo San Giuliano hanno già mostrato di averne delle buone. Nel 1860, su duemila abitanti, qui ne vivevano quattrocento, di cui duecentoventotto naviganti e pescatori; nel 1918, appena centocinquanta si dedicavano al mare; e nel dopoguerra, ne erano rimasti un’ottantina. Oggi, più nessuno. Il borgo era decaduto. è stato fatto rinascere, e ora è tra le location residenziali più ambite. Due anni fa, chi ci vive ha censito chi ci viveva: i marinai e i pescatori che vi avevano casa ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso; e all’ingresso delle loro abitazioni ha posto una formella a ricordo, con nome, soprattutto il soprannome, e l’effige stilizzata di una barca, che ne rammenti il lavoro. Così, Luigi Luzzi, detto Chendeicantinein (e non occorre tradurre il dialetto), nato nel 1880 e morto nel 1952, Alessandro Mancini - Dimel (1871-1959), Giovanni Colonna - Pidonn (1881-1953), Virgilio Ceccarelli - Picioci (1886-1951), Giuseppe Diotalevi - Luvis (1922-1962) e altri ancora, sono tornati, almeno idealmente, a popolare gli edifici che erano i loro; vicino, anche qualche orribile abuso edilizio, si intende ormai sanato, ma pazienza. Mentre, a un passo di distanza, tanti signor Rossi, sulle proprie automobili più o meno cromate, continuano, e purtroppo nemmeno idealmente, a passare ogni giorno su quel ponte: costruito in modo mirabile, ma per ben altro traffico, ben altri pesi, ben altro uso. Scusate: ma fino a quando?

SITO INTERNET: http://www.artonline.it/artedossier/



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