"Per scrivere e giocare a scacchi, due mondi infiniti, serve devozione". L'intervista a Flavia Piccinni
Come Caterina, la protagonista del suo secondo romanzo, "Lo Sbaglio", in uscita per Rizzoli, Flavia Piccinni ha giocato a scacchi a livello professionistico. La scrittrice si racconta a tutto campo ad Affaritaliani.it: "Davanti a una scacchiera non ha significato la forza fisica o la furbizia, c’è solo spazio per l’intelligenza e la capacità di imporre al proprio avversario le proprie mosse. Le proprie scelte". E parla del nuovo libro, della nuova narrativa femminile italiana, dei suoi prossimi progetti e... LEGGI L'INTERVISTA E UN ESTRATTO
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LO SPECIALE
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Flavia Piccinni ci fa guardare l'anima dei suoi personaggi con eleganza e spietata precisione. "Lo sbaglio" (in uscita per Rizzoli, a quattro anni dall'esordio per Fazi con "Adesso tienimi") è un libro fortemente contemporaneo e allo stesso tempo "classico", che scava nelle contraddizioni della famiglia italiana con rara sensibilità narrativa.
Flavia Piccinni, come Caterina, la
protagonista del suo nuovo romanzo, anche lei gioca a scacchi (lo ha fatto a livelli professionistici, ndr), disciplina non certo di moda tra le adolescenti. Com'è nata la sua passione per questo "sport"?
"Ho iniziato a giocare a scacchi tardi, a quattordici anni. Ero affascinata da quello che la scacchiera poteva nascondere, dell’universo celato dietro quelli che, per la maggior parte delle persone, non sono che pezzi di legno, mentre per altri rappresentano la vita. Dopo le prime lezioni, avevo già deciso che mi sarebbe piaciuto giocare a livello agonistico. La tensione e la concentrazione, la fortissima competizione che ho affrontato durante i tornei sono cose che non ho più incontrato. Gli scacchi sono un gioco molto duro, molto cattivo. Come
tutti gli sport individuali si è gli unici responsabili del proprio successo, ma ancor di più del proprio fallimento. Davanti a una scacchiera non ha significato la forza fisica o la furbizia, c’è solo spazio per l’intelligenza e
la capacità di imporre al proprio avversario le proprie mosse. Le proprie scelte".

"Caterina ha due anime: quella aggressiva e combattiva che dimostra sulla scacchiera, e quella fragile e molto incline al compromesso che dimostra con la famiglia, con gli amici, con il fidanzato. Diventerà davvero se stessa quando qualcosa nella sua vita cambierà in modo incredibile, quando non potrà continuare a farsi trascinare dalla corrente e dovrà, finalmente, smettere di rimandare le decisioni importanti. Smettere di avere paura di sbagliare. Noi due ci assomigliamo molto, ma io sono più impulsiva e istintiva. Abbiamo però in comune lo stesso mito scacchistico: Paul Morphy, l’ultimo scacchista romantico, che faceva dell’attacco e dell’aggressività la sua arma vincente".
Nel libro racconta una famiglia alto-borghese in cui non mancano i problemi: qual è il suo rapporto con "l'istituzione familiare"?
"Ho una famiglia molto solida, con dei genitori che si sono conosciuti quando avevano tredici anni e da allora non si sono più lasciati. Credo nella famiglia d’origine, in quella dove a legare ogni cosa – proprio come succede a Caterina – c’è il sangue. E considero la mia famiglia come un rifugio e una cassa di risonanza per quello che mi succede: sa amplificare le gioie, ma riesce a farlo anche con la tristezza e la malinconia".
I suoi personaggi convivono con sensi di colpa e dubbi, ed è interessante il modo in cui indaga il rapporto tra la madre e la figlia. Come ha lavorato sulla lingua per mettere su carta la psicologia dei protagonisti del romanzo?
"È stato tutto molto naturale, ma per niente semplice. Volevo raccontare una famiglia con le sue incomprensioni, i suoi segreti, le sue paure e soprattutto i suoi sbagli. Una famiglia borghese, e quindi per antonomasia aperta alla società, ma allo stesso tempo profondamente chiusa all’esterno, che rischia di diventare prigioniera di se stessa, proprio come capita quando ci si vuole troppo bene. Come capita quando ci si isola. Caterina e sua madre Tina hanno un rapporto di sangue, un rapporto viscerale. Caterina si sente profondamente amata, ma allo stesso tempo ha paura di diventare adulta, ha paura di deludere sua madre e così è costretta a giocare una partita non sua. Ma, in fondo, è sempre una scacchista e sa riconoscere il momento giusto per chiudere una partita".
Anche la giovinezza rappresentata nel suo romanzo è piena di contraddizioni. La sua generazione non vive un momento semplice: e lei con che spirito affronta questi anni "precari"?
"Sforzandomi di avere ben chiaro cosa cerco da me. Tutto il resto, almeno per adesso, è secondario perché, come dici tu, è precario, incerto, incredibilmente imponderabile".
Ne "Lo Sbaglio" ci sono sia Taranto, dov'è nata, sia Lucca, dove vive: il legame con la sua terra d'origine, la Puglia, è rimasto forte?
"Taranto è la città delle mie origini. La città dove sono nata e dove sono cresciuta. Dove ho lasciato il mio cuore. Ed è così anche nel romanzo, dove le tradizioni e l’essenza di famiglia sono quelle incarnate da nonna Ines, che arriva dalla Puglia con buste di tarallini e friselle, negli occhi il mare di Leporano e nel cuore l’incontro con Pasolini in Comizi d’Amore".
Nella storia della letteratura mondiale, quale libro in cui gli scacchi hanno un ruolo di primo piano preferisce?
"Detesto quando gli scacchi vengono associati alla shoah. È un parallelo abusato che mi infastidisce non poco, e sicuramente non per le mie origine ebraiche, che trova però una piacevole dimensione nella Novella degli scacchi di Stefan Zweig, così come ne La Variante di Lüneburg di Paolo Maurensig. Ho molto apprezzato La regina degli scacchi di Walter Tevis, benché la storia di Beth Harmon, bambina di neppure otto anni che trova attraverso gli scacchi il riscatto, secondo me dia un’immagine distorta del gioco, fatta certamente di genialità e motivazione, ma anche di molto studio. Uno fra gli scrittori che preferisco, Giuseppe Pontiggia, ha scritto molto di scacchi e sua è la prefazione al libro che apprezzo di più: La psicologia del giocatore di scacchi di Reuben Fine. È un saggio che traccia dei bellissimi ritratti psicologici dei più grandi scacchisti di tutti i tempi. E a volte, come nel caso di Moprhy, la quotidianità di questi geni supera di gran lunga l’ immaginazione di qualsiasi scrittore".
Scacchi e scrittura: quali sono i punti di contatto?
"La totale devozione. L’infinito impegno. La determinazione. Gli scacchi sono uno sport totalizzante, esattamente come accade con la scrittura. Entrambi sono più che passioni, più che un semplice lavoro. Non lasciano spazio per niente altro. Sono un mondo di variabili e possibilità. Un mondo infinito dentro cui è facile, a volte necessario, perdersi".
C'è una lunga scena - di grande impatto -, all'inizio del romanzo: lei descrive un pranzo, carico di tensioni, che finisce drammaticamente, con lo svenimento della madre della protagonista. Si tratta di pagine "cinematografiche": crede che "Lo Sbaglio" si presti a una trasposizione sul grande schermo?
"Sarebbe un bellissimo sogno. Chissà…".
Di recente hanno fatto parlare i romanzi di molte giovani autrici italiane: cosa pensa della nuova narrativa femminile italiana?
"Mettendo da parte il retorico e sterile discorso sull’inutilità delle distinzioni di genere nella narrativa, penso: finalmente! Non mi perdo un’uscita, e dopo aver letto e apprezzato moltissimo Federica Manzon e Barbara di Gregorio, per citare due libri che sono usciti quest’anno, aspetto con ansia nuove uscite femminili. Le storie che ho letto sono spesso molto dure, mai leziose, un buono specchio per interpretare la nostra realtà e i rapporti di
oggi. Penso alla storia di Tommaso, un uomo che non sa più chi è, ne Di Fama e di sventura e al rapporto complicato e inafferrabile dei due fratelli protagonisti ne Le giostre sono per gli scemi.
Sta già lavorando al prossimo libro? Di cosa parlerà?
"Adesso sono concentrata su Caterina e sulla sua storia. Ho impiegato molti anni a trovare la strada giusta per raccontarla, e adesso non voglio perdere un momento del cammino di questo libro. Nel cassetto ho un romanzo scritto dopo Adesso Tienimi, e mai pubblicato. E poi, certo, ho una storia in testa e ho già iniziato a lavorarci. Ma non rivelo niente".
Che altri progetti editoriali ha per il futuro?
A febbraio uscirà per Elliot un libro che mi sta molto a cuore. Si tratta di Olga a Belgrado di Irene Brin, testo pubblicato per la prima e unica volta da Vallecchi nel 1943 e poi ritirato a causa di una forte censura fascista che lo definì “filo-jugoslavo”. È un libro meraviglioso che racconta la guerra nella sua essenza forse più profonda, attraverso i dettagli, svelando un lato inedito della Brin, conosciuta più per le sue capacità di giornalista di costume e di moda, che per la sua straordinaria capacità narrativa.
LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Rizzoli)
Lo Sbaglio
Estratto
Nonna allunga una mano per toccare il mio braccio.
«Hai capito?» insiste. «Anche Loredana si sposa. Ha trovato un fesso come a lei e si è fatta mettere incinta. E mica se ne sta zitta, lo sbandiera pure ai quattro venti.»
Non mi importa. Loredana non la vedo dai tempi delle elementari, quando portavamo i costumi interi e ci appostavamo sugli scogli di Leporano con i secchielli pieni d’acqua per catturare i granchi. Aspettavamo anche delle ore. Quando ne vedevamo uno, avevamo però troppa paura che ci pizzicasse per prenderlo con le mani e scappavamo via, o restavamo a guardarlo in silenzio.
«Uno fesso, ma ricco» si ostina nonna. «Quasi quanto Riccardo» dice e poi mi fa cenno, ancora, di mangiare. «Ma che ti ha insegnato tua madre?» domanda.
Prendo in mano la forchetta.
«Quando avevo la tua età, io mangiavo fino a scoppiare perché un giorno c’era il cibo e l’altro no.» Gli occhi le si velano di tristezza. «Quanto era più bello allora. Senza sprechi, senza tutte queste zoccoline come Loredana in giro» conclude, alzando il tono. Non capisco di cosa stia parlando, ma lei scuote la testa infastidita. «In che modo le chiami quelle?» sbotta, indicando un punto indistinto alle mie spalle. «Ai miei tempi non si faceva così. Ai miei tempi c’era la fuitina, ma il corteggiamento esisteva. E se si usciva incinta ci si vergognava, si negava fino alla morte. Tuo nonno mi ha mandato non so quanti mazzi di rose, non so quanti regali mi ha fatto.»
Per un attimo ho la certezza che sappia di Duccio, del modo in cui ho ceduto alle sue attenzioni. Poi nonna si scioglie il fazzoletto annodato al mignolo, e lo posa sulle gambe. Ha gli occhi lucidi, una piccola croce d’oro giallo al collo. È la stessa che ha regalato anche a me per la prima Comunione, ma non l’ho mai messa. È nella cassaforte, insieme a tutti i gioielli che non userò mai.
«Io, quando Pasolini mi intervistò, glielo dissi» continua, sempre più infervorata. Si alza un poco e ricade placida sulla sedia. «Gli dissi che l’amore è una cosa seria.»
Sospiro. Questa storia già la conosco. Credo di aver visto quello spezzone di Comizi d’amore almeno una cinquantina di volte. C’è il mare che si stende a vista d’occhio, un bambino che va in bicicletta e Pasolini, perfettamente vestito di bianco, che regge un microfono lungo e grosso. Nonna gli è accanto, il velo sulla testa; porta il lutto per il padre, postino, morto due anni prima in un deragliamento a Matera mentre stava andando in gita con i colleghi.
«Per lei, la sua vita sessuale è importante?» chiede Pasolini, con voce nasale e inconfondibile. È serio, si intravvede il suo polso magro che stringe con forza il microfono. Ha un piccolo taglio sull’indice.
La macchina da presa indugia sul bambino che corre per il piazzale, suona il campanello, sorride. È carino, con i capelli tagliati corti, i denti da latte sporgenti, un paio di calzoni al ginocchio e la camicia a quadretti. È mio zio Mario; adesso lavora come architetto a Martina Franca, dove ristruttura trulli e masserie per gli inglesi, nel tempo libero fa piano bar e, quando è ubriaco, racconta che Pasolini gli aveva offerto un gelato fragola e cioccolato. L’avevano mangiato insieme, seduti sulla panchina del lungomare, guardando il ponte girevole che s’apriva per far passare una nave della Marina.
Poi nonna si schiarisce la voce, si allenta il velo per far vedere i capelli freschi di parrucchiere e il vento le ruba una ciocca, che si scioglie maliziosa nell’aria.
Si sente il rumore, affannoso, del mare.
È bellissima, ha gli occhi un poco truccati. Il suo viso è liscio e giovane. Si avvicina al microfono. «Per me è diverso. Io sono sposata» replica.
Pasolini riflette per un attimo e le domanda se questo cambi qualcosa. Lei spiega che non cambierebbe niente, per una persona normale, ma per lei cambia tutto. Pasolini incalza, «Perché» insiste, e lei grave, concitata, illuminata risponde «Perché l’amore è una cosa seria».
Il seguito dell’intervista, mi ha confessato dopo avermi fatto giurare di mantenere il segreto, era stato tagliato per salvare il matrimonio. Pasolini aveva chiesto se fosse innamorata del marito e lei aveva detto la verità, quella che aveva sempre negato in famiglia e che lì, sul lungomare di Taranto desolato per l’ora di pranzo, con mio zio che correva sotto gli aranci marciti, sembrava la cosa più naturale del mondo. Aveva detto di no. E Pasolini, allora, con gli occhi scuri e profondi del persuasore, il sorriso gentile della persona di cui ti puoi fidare, aveva domandato il motivo dello sposalizio e mia nonna aveva detto ciò che mai più avrebbe ripetuto. Aveva detto che s’era sposata per i soldi.
(Continua in libreria)


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