Enzo Tortora/ "Cara Silvia - Lettere per non dimenticare": non un libro, un pugno nello stomaco
di Cinzia Lacalamita
“Io grido: sono innocente. Lo grido da tre anni , lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. Con queste frasi, Enzo Tortora – indimenticabile conduttore televisivo – si difese in aula di Tribunale dall’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico che gli venne imputata nel 1983. Accusa, che dopo un estenuante calvario, si rivelò del tutto infondata: il 15 settembre 1986, infatti, Tortora fu assolto con formula piena e, dopo pochi mesi, con un leggendario: “Dunque, dov’eravamo rimasti?”, tornò sul piccolo schermo, ancora una volta alle redini del suo Portobello, trasmissione rimasta nel cuore di quanti lo hanno amato. 
Ma quanto è pesato il carcere ad un uomo perbene? Quanto male hanno fatto a chi era, e si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, accuse tanto vergognose ed infamanti? Molto, potrebbe rispondere chiunque. Molto, in realtà, è troppo poco. “Cara Silvia - Lettere per non dimenticare” (ediz. Marsilio) ne è la dimostrazione. Non un semplice libro, ma un pugno nello stomaco per chi legge, in particolare, per chi è italiano. Si tratta di una raccolta di lettere che, Tortora, ha scritto dal carcere. Destinatario: l’adorata figlia Silvia. Silvia Tortora, che oggi, queste lettere, le mette a disposizione di chiunque abbia il desiderio di capire chi fosse davvero suo padre. Perché? Per far si che quanto accaduto non venga troppo facilmente, come spesso accade, dimenticato.
Filo conduttore di tutte le missive è uno solo: l’amore di un papà verso sua figlia. Anzi, verso le sue figlie, perché sebbene le lettere siano rivolte a Silvia, il pensiero di Tortora va sempre e comunque anche a Gaia, la più piccola.
In “Cara Silvia - Lettere per non dimenticare”, risulta evidente, sin dalle prime righe, la preoccupazione di un uomo privo di colpa, per quello che sarà il suo destino. Ma ciò che è più palese è la preoccupazione per la sofferenza delle sue “bambine”, l’angoscia data dalla consapevolezza di non poter far nulla per lenire le loro pene: lui, che di pene giornaliere, morali e fisiche, ne aveva sin troppe, non si lamenta. Aspetta Tortora. In lotta con una salute sempre più carente, attende che giustizia sia fatta. Un attesa lunga, troppo lunga, durante la quale impiega l’anima per infondere coraggio alle sue creature. Si preoccupa, persino, di consigliare a Silvia delle buone letture, la sprona a fare un viaggio, a prendersi una pausa da tutto: “Vai su una bella spiaggia”, le dice.
Enzo Tortora: un esempio di padre vero. Un padre come pochi, il cui unico desiderio è stato quello di far sentire a Silvia la sua presenza, nonostante l’assenza. Una presenza tangibile, per Silvia, anche dopo la sua morte. Tortora le lascia, infatti, un’ultima lettera, da aprire nel momento in cui se ne sarebbe andato per sempre: “Sii te stessa, e non mollare. Papà non l’ha fatto mai. Ti auguro di essere felice…”, le scrive. Per Silvia, papà è “per sempre”. Deve esserlo anche per noi, affinché il suo patire, abbia perlomeno avuto “un senso”.



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