Libri/ La Piazza del diamante di Mercè Rodoreda, il caso editoriale
Di Anna Casanova
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Pubblicato dalla casa editrice romana La Nuova Frontiera, specializzata in narrativa spagnola e portoghese, è non solo il Libro dell’anno scelto dagli ascoltatori del programma di libri Fahrenheit (Radio Tre), ma è anche il libro più venduto della casa editrice che si è trovata di fronte ad un vero e proprio caso letterario: partita con una tiratura di 2mila copie è giunta a quota 40mila.
Un cifra esorbitante per una piccola casa editrice che si attesta sulle 3mila copie per pubblicazione. Un successo meritato per un libro di una delle maggiori scrittrici di letteratura catalana del secolo scorso, riscattato dall’oblio grazie all’intraprendenza del La Nuova Frontiera, fondata e diretta da Lorenzo Ribaldi.
Ribaldi, quali sono stati gli ingredienti che hanno determinato questo successo?
La forza del libro risiede nella validità e universalità della storia: una donna giovane Natàlia, detta Colombetta, che sposa l’uomo sbagliato, una donna che subisce le conseguenze della guerra civile e dell’occupazione fascista. Ma la storia non è raccontata né in modo epico né eroico ma con un ritmo poetico. Inoltre svela molto sulle donne: spiega molto bene un certo tipo di animo femminile che sembra molto fragile ma è poi di una forza incredibile. La Rodoreda ti tiene incatenato per cento pagine fino ad una scena magistrale che t’impressiona e non ti scorderai mai. E’ uno di quei libri che coglie il senso più profondo dell’esistenza, non è una storia eroica ma piccola e quotidiana.
Quando fu pubblicato nel 1962 fu tradotto in 31 lingue. L’autrice viveva in esilio a Ginevra e non scriveva da più 20anni…..
Sì. L’ultimo libro scritto in Spagna da Mercè Rodoreda fu Aloma ( che pubblicheremo l’anno prossimo). Poi con il regime franchista, Rodoreda scappò in esilio e ci fu per la sua scrittura un sorta di blocco. Il problema era che lei scriveva in catalano che, con l’entrata delle truppe franchiste, fu proibito. Quindi lei si ritrovava in esilio in un Paese che parlava francese, mentre lei pensava e scriveva in una lingua che era stata cancellata con un tratto di penna. Un doppio esilio, dal Paese e dalla sua lingua.
In Italia La Piazza del diamante è stato pubblicato da Mondadori nel 1970 e da Bollati Boringhieri nel 1990. Pubblicazioni che non ebbero particolare successo. Poi per vent’anni l’autrice fu dimenticata. Che cosa l’ha spinta a riproporla?
Come casa editrice abbiamo un obiettivo: cercare di ricostruire la mappa letteraria delle letterature della Spagna e Portogallo. Quando è stato comprato pensavo ad un’operazione di catalogo. Un’autrice come Mercè Rodoreda doveva esserci nel nostro catalogo perché esprime una sensibilità molto tipica di quella terra. Il lettore ha di quell’area geografica un’idea ancora molto confusa, e di letteratura spagnola, ne sa ancora poco. Conosciamo bene i sudamericani, i più noti del boom sudamericano, che sono ormai scrittori di trentenni fa. Non è un caso che abbiamo riproposto il libro nella collana “Basilisco” che ripresenta scrittori che inizialmente sono stati accolti male, non capiti o soffocati presto.
Una caratteristica del libro è lo stile narrativo di Mercè Rodoreda. L’io narrante è la protagonista Natàlia, un monologo in cui prevale il parlato….
Mercè Rodoreda è una scrittrice che va per sottrazioni, ha la capacità di ricreare una voce popolare, ma allo stesso tempo la scelta lessicale è costruita sapientemente, è perfetta. Infatti in corso di traduzione abbiamo prestato la massima attenzione al linguaggio, ricreare quelle scelte è stato difficilissimo. Per questo ci siamo affidati a Giuseppe Tavani, professore di catalano alla Sapienza di Roma, uno dei pionieri del catalano in Italia.
Le vendite del libro hanno avuto un effetto “trascinamento” su altri titoli?
Sì. Questo libro ci ha permesso di ampliare il numero di lettori e ha fatto aumentare le vendite di Jaume Cabrè con Signoria, ambientato nella Barcellona nel 1700. Uno dei migliori scrittori spagnoli contemporanei che i tedeschi infatti hanno apprezzato molto, tanto da far diventare il suo libro precedente un best-seller in Germania. Siamo riusciti a far riscoprire Barcellona come una città letteraria. Dopo Manuel Montalban il sistema mediatico si è distratto, non si è accorto della letterarietà della città. Poi è arrivato il thriller storico ambientato a Barcellona, ma non è la Barcellona letteraria che io apprezzo.
Voi avete rispolverato un classico della letteratura catalana. Anche altre case editrice hanno fatto meritevoli operazioni di recupero ( ad es: Minimum Fax, Marcos y marcos). Colpisce che a rischiare siano le piccole e medie case editrici e non le grandi. Come mai?
Innanzitutto è una tendenza editoriale mondiale: nei momenti di crisi si riscoprono i classici. Ma mentre per le grandi casi editrici è una scelta congiunturale in quanto costano meno, per le piccole case editrici è una scelta necessaria perché serve a creare la nostra identità. Essendo specializzate, dobbiamo creare radici forti e riconoscibili. Le piccole e medie case editrici scavano gioco-forza, devono trovarsi degli spazi tra i colossi, essere rapide e veloci. Le grandi case editrici giocano sugli anticipi, noi dobbiamo puntare sullo scavo. Poi ci sono anche grandi case editrici che fanno lavoro di scavo, ma non si vede perché quel titolo è sommerso dagli altri titoli.



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