Libri/ Un popolo di navigatori, santi e scrittori... a pagamento

Martedì, 9 agosto 2011 - 09:20:00



di Antonio Prudenzano

IL FENOMENO IN ITALIA

Proust, Pirandello, Moravia. E, tra i viventi, Camilleri, Moccia e la Mastrocola (e avremmo potuto fare decine di altri nomi, sia in riferimento a ieri, sia a oggi). Tutti e sei scrittori famosi, ma ad accumunarli non c’è una particolare tendenza o continuità letteraria. Semplicemente, la propria opera d’esordio è stata pubblicata a pagamento (dell’autore, s’intende). Questo per quel che riguarda dei grandi nomi del passato e del presente. Il fenomeno, di estrema attualità, va però allargato, e non di poco. Esso coinvolge decine di migliaia di italiani, per un giro d’affari complessivo di svariati milioni di euro. Una vera e propria industria, dove, di culturale, c’è quasi sempre poco. In Italia, infatti, esistono circa 4.000.000 di scrittori in erba.

Si sa, gli italiani sono un popolo di (aspiranti) scrittori (e la stessa cifra dei “4 milioni” lo dimostra): poesia, narrativa o saggistica, fa poca differenza. Pur di vedere il proprio nome stampato ben in evidenza sulla copertina di un libro, sono disposti a pagare (gli inglesi parlano giustamente di “Vanity Press”). Niente di illegale, intendiamoci. C’è chi con i propri risparmi si regala un viaggio, e chi, invece, preferisce donarsi un libro. La cifra che queste persone sono pronte a spendere? Dipende. Maria Grazia Cocchetti, autrice di “L’autore in cerca di editore”, edito dall’autorevole Editrice Bibliografica, fissa intorno ai 1.500/2.000 euro la cifra media che viene di volta sborsata all’editore per il libricino di turno.

Il problema è che spesso le case editrici a pagamento chiedono molto di più, e chi (tra i tantissimi esordienti che pagano) non sa che stampare 100 copie di un libro di 100 pagine, formato tascabile, copertina del libro in bianco e nero, rigorosamente con marchio ISBN, costa alla casa editrice di turno (o sarebbe meglio parlare di stampatori?) al massimo 3,50 euro a copia, spesso ci casca e sborsa cifre incredibili. Considerato che il digitale ha abbassato di molto i costi, si tratta, insomma, di veri e propri furti. Particolare da non tralasciare: nella maggior parte di questi casi, la distribuzione è pressoché inesistente. Anzi, l’autore è chiamato a comprarsi un certo numero di copie (a prezzo ridotto) per poi cercare di rivenderle personalmente. Di sicuro, da quello che si è appena detto, almeno dal punto di vista esclusivamente economico, all’aspirante scrittore farsi pubblicare a pagamento (d’altronde, lo dice la parola stessa…) non conviene, o conviene molto poco.

Silvia Ognibene, nel volumetto “Esordienti da spennare”, Terredimezzo editore, ha individuato una quindicina di editori italiani a pagamento (nella realtà sono molti di più. Tra questi, “Antitesi”, “Il Rovescio”, “Il Filo” (che merita un discorso a parte, come vedremo), e “Alberti”. Cosa ha fatto l’autrice del saggio per dimostrare questa accusa? Semplice: ha inviato a tante case editrici diverse lo stesso manoscritto a sua firma, chiamato “Racconti d’America e altre storie”. Si tratta di racconti volutamente sconclusionati. Insomma, di roba da cestinare dopo la lettura delle prime righe. E invece cosa è successo alla nostra finta-aspirante? Le case editrici erano tutte pronte a pubblicare le sue storie. Naturalmente, però, lei “avrebbe dovuto contribuire alle spese”…

In Italia (la fonte è il Corriere della Sera del 5 febbraio 2008) si producono “più di 62 mila libri all’anno tra novità e ristampe, vale a dire 7 (abbondanti) ogni ora, senza contare quelli che sfuggono ai controlli statistici o ai depositi di legge. (…) Sono in commercio 600.000 titoli”. Numeri enormi. Siamo un paese dove si stampano tanti (sicuramente troppi libri, ma questo di per sé non è affatto un male) e pochi, molto pochi, sono quelli che li leggono. Da segnalare, inoltre, che (sempre per la stessa fonte), al 31 dicembre 2007 le case editrici in lingua italiana censite in tutto il territorio nazionale (comprese quelle in Svizzera, Città del Vaticano e San Marino), erano ben 8.814.

A proposito di case editrici, e in particolare di quelle a pagamento, va però specificato che alcune di esse sono in un certo senso “obbligate” a chiedere un contributo all’autore di turno. In alternativa, un libro di valore culturale, ma con poche, se non nulle, prospettive di vendita, rischierebbe di non essere mai pubblicato (in quanto i grandi nomi dell’editoria difficilmente sono interessati a prodotti sì di valore, ma che non garantiscono un rientro economico soddisfacente). Va quindi operata una separazione netta tra chi chiede cifre “oneste”, in quanto non ha alternative, e chi, invece, specula sulla pelle, sui sogni e sull’ingenuità di chi scrive e vuole a tutti i costi pubblicare.

(Segue - Ecco come funziona l'editoria a pagamento...)

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