La fiction della Tv italiana è un vero dramma

Giovedì, 15 luglio 2010 - 08:39:00

di Dom Serafini

In una sala gremita per il convegno “La crisi del mercato: idee per superarla” tenutosi presso la Multisala Adriano in seno al Roma Fiction Fest (RFF) conclusosi il 10 luglio, alcuni produttori Tv hanno prima esposto i loro problemi, poi le loro richieste, davanti ad un pubblico che poteva benissimo rappresentare tutta l'industria televisiva italiana.

In poco piú di 4 anni il RFF è diventata la principale mostra della Tv italiana con un concorso (il festival) ed una componente “business”, cioè una fiera. I problemi esposti durante la conferenza nella componente “festival” sono i soliti: tagli dei budget da parte delle reti, poco lavoro per molti, interferenze editoriali e mancanza dei diritti di vendita all'estero.

Come ha fatto presente il presidente dell'Associazione Produttori Televisivi (Apt) Fabiano Fabiani (che aveva promesso di essere “molto breve” e lo è stato!), gli investimenti Rai nella produzione di fiction sono passati dai 284 millioni di euro nel 2008 a 200 nel 2009. Per Mediaset, questi sono scesi addirittura di 105 milioni, da 250 nel 2008 a 145 lo scorso anno. Sky Italia ha prodotto solo 4 fiction negli ultimi 3 anni, mentre gli investimenti in fiction di La7 sono quasi zero.

Anche le richieste dei produttori sono le solite:
1)     Essere adeguatamente finanziati dalle reti (e con supplettivi come il product placement).
2)     Aumentare la richiesta di fiction da parte dei broadcaster.
3)     Non subire interferenze creative dalle reti.
4)     Mantenere i diritti di sfruttamento internazionale.

La crisi che sta attaversando il mondo audiovisivo italiano ha veramente creato dei seri problemi, anche perché l'industria televisiva italiana non é preparata per affrontarla. In passato i produttori italiani sono stati coccolati sia dai broadcaster che dallo stato, ora che questi appoggi sono venuti necessariamente a mancare, l'industria si ritrova disorientata e senza “idee”.

Infatti, la seconda parte del tema del convegno (“idee per superarla”) è stata coperta in modo superficiale e piuttosto esoterico. Di soluzioni ce ne sarebbero, basti guardare a paesi come il Canada, la GB e gli Usa dove non esistono sussidi e dove i produttori ricevono solo il 40% dalle reti che commissionano i contenuti, cosa fatta presente a uno dei partecipanti al convegno, Diego Suarez dello studio americano Fox.
Queste, comunque, sono soluzioni che richiedono esperienza di marketing, di vendite e pre-vendite all'estero, cose che le industrie della moda, dei vini, alimentare e della nautica conoscono bene, ma non quella dell'audiovisivo.

Un esempio viene da Discop, la fiera dell'audiovisivo dell'Europa centrale ed orientale di Budapest, dove un rappresentante del padiglione italiano é riuscito a malapena a ricevere cataloghi da due societá. Significativo anche il fatto che la grande maggioranza dei partecipanti al convegno non fossero presenti alle altre conferenze della sezione “business” del RFF, tenutesi presso la vicina sala del Lumsa, dove produttori e broadcaster internazionali si confrontavano su argomenti del tipo: come fare affari con gli Usa, Gran Bretagna e Asia.

Due ulteriori problemi sono stati esposti durante la conferenza nella Multisala Adriano dalla produttrice Claudia Mori che ha illustrato il rapporto difficile tra produttore e broadcaster e gli elevati costi di produzione. Gli altri partecipanti (tutti visibili nella foto) erano: il produttore francese Nicolas Traube, che ha trattato i problemi della Francia; Federico Scardamaglia, che ha spiegato come il product placement, se permesso dalle reti, possa essere un'ulteriore risorsa finanziaria; e la ricercatrice Flavia Barca, che ha fatto una lunga presentazione priva di uno scopo pratico. Il tutto moderato dal giornalista de “Il Sole 24Ore” Marco Mele, che ha resistito alla tentazione di fare commenti, ed é stato un vero peccato perche' poteva spiegare come i produttori di fiction in America Latina riescano non solo a produrre fiction ad un costo dell'80% in meno che in Italia, ma anche a vendere i loro prodotti in tutto il mondo, cosa che l'Italia non sa fare.

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