La verginità del business

Venerdì, 9 gennaio 2009 - 12:00:00


Richard Branson
200 società, dalle compagnie aeree, alle ferrovie, alla telefonia, alla televisione, a internet per finire con le palestre, 50 mila dipendenti, oltre 4 miliardi di euro di fatturato. Questo l’impero di Richard Branson, fondatore della famosa etichetta discografica. La sua ultima trovata imprenditoriale è la Virgin Galactic, il primo volo spaziale che permetterà nel 2010 ai più ricchi di acquistare un biglietto per viaggiare per due ore nell’orbita terrestre al costo di 130 mila euro e ammirare l’aurora boreale. Si può essere capitalisti hippy, praticare sport estremi, continuare ad amare le sfide, snobbare giacca e cravatta, affittare la propria isola personale a 30 mila euro al giorno e progettare voli spaziali per privati?

Branson, nato nel 1950, già da piccolo manifesta doti inventive fuori dal comune, come spesso succede a questi innovatori inglesi. Proviene da una famiglia abbastanza colta e benestante, è dislessico, non brilla per il rendimento scolastico ma eccelle nello sport. A quindici anni avvia senza successo le prime “bizzarrie” imprenditoriali, coltiva alberi di Natale e alleva pappagalli. A sedici anni lascia la scuola, si trasferisce a Londra e fonda una rivista per studenti. L’anno successivo inaugura un’iniziativa no profit, il Centro Informativo per Studenti. Gira l’Inghilterra in lungo e in largo perché lo sport e il viaggio lo appassionano da sempre, e la febbre delle avventure via cielo resterà la sua mania per tutta la vita. Negli anni ’70 però si deve ancora limitare alla macchina, sulla quale un giorno carica un pacco di dischi in vinile raccattati in giro per rivenderli agli outlet londinesi con buoni margini economici.

La sigla Virgin nasce lì, quando Branson e il suo gruppo, tutti “vergini” del business, creano prima un catalogo per corrispondenza e poi un punto vendita di dischi a prezzi nettamente inferiori a quelli dei negozi. Guadagna a sufficienza e nel 1972 acquista un sottoscala nell’Oxfordshire e lo trasforma in uno studio di registrazione. Primo artista: Mike Oldfield, cinque milioni di copie vendute con Tubular Bells e l’inizio del successo per entrambi.
Per quelli della classe ’50, l’etichetta Virgin Record non è un business ma un mondo: i Sex Pistols,  i Culture Club, Phil Collins, Bryan Ferry, Mike Oldfield, etc. Un’avventura musicale importante e coinvolgente, che finisce nel 1992 quando Branson  vende l’etichetta alla EMI per far fronte alle esigenze economiche di una delle sue linee aeree, la neo-nata Virgin Air.

I manuali di economia classificano Branson un “transformational leader”, perché la sua strategia si fonda sull’anticonformismo di pensiero e di azione e sull’informalità del suo stile imprenditoriale. Qualità umane e manageriali che gli consentono di osare sempre: per inseguire la sua mania per tutto quanto che si alza da terra, nel 1984 crea Virgin Atlantic Airways, capofila delle compagnie aeree bransoniane oggi specializzata in viaggi intercontinentali extra lusso, cui seguiranno Virgin Express, la low cost europea, e Virgin Blue (con la controllata Pacific Blue) in Australia.

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