La civiltà dell'odio e la tolleranza

Giovedì, 27 novembre 2008 - 14:56:00

Di Gianni Pardogiannipardo@libero.it

Barbara Spinelli nei giorni scorsi ha scritto un articolo il cui senso, citando Lévi-Strauss, è che non bisogna avere paura della diversità delle civiltà; ché anzi queste progrediscono se si riconoscono, si comprendono, si integrano. Mentre l’attuale maggioranza – la Spinelli non lo dice, ma si comprende benissimo – cerca di tenere lontani gli immigranti e di rifiutarne la civiltà. Tesi discutibile.

Nessuno dice che l’incontro delle civiltà non sia positivo. La storia è proprio segnata da questa capacità, che aveva il conquistatore, di rispettare la civiltà del paese conquistato, pur esercitando su di esso il fascino culturale della propria civiltà. Roma, invece di distruggere Atene, ne adottò la civiltà. Malgrado la barbarie e gli infiniti episodi di crudeltà della conquista, dopo qualche tempo o il vincitore romanizzava la Gallia oppure il vinto, la stessa Gallia, romanizzava i successivi invasori franchi. E un esempio a noi più vicino è lo sterminato Impero Britannico. Forse in passato i popoli si rassegnavano meglio alla sconfitta; forse non era nata una “civiltà dell’odio” come quella che affligge l’epoca contemporanea. Certo è che questo schema - dolenti per Lévi-Strauss e per Barbara Spinelli - non si realizza sempre.

La tendenza alla convivenza è durata fino alla Seconda Guerra Mondiale. Poi il virus - forse frutto di quella tendenza all’ideologia totalizzante che tanti guasti ha provocato in Europa - si è insinuato dappertutto. I nazisti disprezzavano nazioni intere come la Russia; i russi odiavano in blocco i tedeschi; i giapponesi sono stati detestati nell’Estremo Oriente; le potenze coloniali hanno dovuto rinunziare al loro impero e dopo molte loro colonie sono state anche peggio di prima; non raramente infatti sono entrate in guerra fra loro: l’animosità infatti non ha funzionato solo nei confronti dell’uomo bianco ma anche nei confronti del vicino, si pensi all’India e al Pakistan; l’Unione Sovietica ha cercato di russificare il suo impero europeo ma caduto l’impero tutti hanno lasciato perdere il russo in favore dell’inglese e hanno cercato di dimenticare quella dominazione come un brutto sogno. Questa deprecabile tendenza al rifiuto dell’altro ha approfittato delle differenze di religione per rendere astiosi e violenti, a volte perfino assassini, quei musulmani che per secoli erano stati un modello di tolleranza. Non dimentichiamo che gli ebrei scacciati dalla Spagna nel 1492 sono stati generosamente accolti dai musulmani del Nord Africa e con essi hanno vissuto in pace per secoli.

Ecco perché il discorso della Spinelli non sta in piedi. Gli indiani d’America sarebbero potuti divenire amici dei coloni se i coloni non avessero avuto l’opinione che “l’unico indiano buono è l’indiano morto”. Anche noi potremmo divenire amici dei musulmani se essi non ci odiassero. In realtà, anche i moderati sono influenzati dagli integralisti, di cui non osano condannare i crimini. In totale, alcuni dementi sono riusciti a trasformare la frustrazione di etnie povere e ignoranti (ma non per questo immemori di un lontano, glorioso passato) in odio per chi vive meglio e soprattutto in volontà di non integrazione. Se noi offriamo alle figlie dei musulmani la libertà e la parità di diritti delle nostre figlie, essi sono capaci di ucciderle. L’unica integrazione possibile per loro sarebbe che le nostre figlie andassero velate e fossero passibili di lapidazione se adultere.

In queste condizioni non è facile credere all’incontro delle civiltà. Si può offrire agli altri di condividere i benefici del nostro mondo ma nessuno ci può chiedere di condividere la barbarie altrui. Barbara Spinelli comunque, non che convivere con dei palestinesi, per non avere a che fare con “inferiori” come gli italiani, vive a Parigi.

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