La Capria e l'ossessione per i piedi delle donne...

Su Affaritaliani.it leggi la prima parte del racconto inedito "La fraulein, la puttana e la signora" di Raffaele La Capria, in uscita nei prossimi giorni all'interno del nuovo numero della storica rivista letteraria "Nuovi Argomenti", edita da Mondadori, che dedica la sezione monografica a Enzo Siciliano, venuto a mancare cinque anni fa... I PARTICOLARI

Lunedì, 12 dicembre 2011 - 13:19:02

 

 LA PLALA adGLILA TOsssssddddddddgdddddddddIL NUOVO NUMERO DI "NUOVI ARGOMENTI"

NUOVI ARGOMENTI

A cinque anni dalla morte di Enzo Siciliano, Nuovi Argomenti gli dedica la sezione monografica. Sono quattro testi e un'intervista (di Paolo Di Paolo a Raffaele La Capria) che riflettono sul suo pensiero civile, la grande lungimiranza e intelligenza delle sue parole, che sapevano unire lucida capacità di analisi e passione. Un altro fondamentale aspetto del grande intellettuale e scrittore che Enzo Golino, in un suo saggio, definisce "uomo caleidoscopio", per la brillante vastità del campo dei suoi interessi e delle sue competenze, uno straordinario umanista che sembra essere stato prelevato di peso dalla Firenze rinascimentale per essere trasportato nell'Italia della seconda metà del Novecento. Completano il numero il Diario, affidato a Silvia Ballestra (di cui è appena uscito per Rizzoli Le colline di fronte), e l'antologia di racconti, poesie e saggi critici. Tra i racconti si segnalano gli esordi assoluti di Maria Paola Colombo (a gennaio, per Mondadori, uscirà il suo primo romanzo, intitolato Il negativo dell'amore) e di Loris Righetto, tra i vincitori del concorso della scuola di scrittura creativa di minimum fax. Inoltre Marco Rota ha curato un'antologia delle migliori liriche degli ultimi anni di Luciano Erba (uscite solo in plaquette) e questo numero ospita anche la prima uscita della nuova "Rassegna di poesia italiana" a cura di Luca Alvino e Massimo Gezzi...

      
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Da quando, bambino, è stato affidato alle cure di fraulein Brighitte Bibì ha un'ossessione per i piedi delle donne. Le tre parti del racconto ospitato dal nuovo numero della rivista Nuovi Argomenti ne ripercorrono le tappe, dall'infanzia alla maturità, all'ombra di tre, maestose, figure femminili: la fraulein, la puttana e la signora...

 


 

LA FRÄULEIN, LA PUTTANA E LA SIGNORA

di Raffaele La Capria

In sul mio primo giovenile errore

quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono... Petrarca

 

Quanti anni poteva avere allora Bibì? Facendo il calcolo molto tempo dopo Bernardo pensò che tutto era accaduto quando aveva cambiato casa e da una casa in città la sua famiglia era andata ad abitare in una casa affacciata sul mare. La vista da quella casa era bellissima e Bibì, che era un contemplatore, spesso se ne stava in terrazza a contemplare il mare e le onde che non si fermavano mai. Quell’anno doveva essere il ’43, dunque da allora erano passati sessant’anni, e Bibì (quel diminutivo gli era rimasto attaccato) aveva dieci anni. C’erano stati i bombardamenti nel ’43, le bombe erano cadute lontane nel mare davanti al palazzo sollevando enormi colonne d’acqua. Lui aveva avuto paura in quelle notti sentendo le fortezze volanti nel cielo della città, si sentiva il rumore cupo dei loro motori e poi le bombe che esplodevano. Ma di quell’anno e dei suoi dieci anni Bibì ricordava non la paura ma i piedi di Brighitte.

Brighitte era la Fräulein venuta a servizio da un paesino del nord, mezza tedesca, mezza slava, chissà. Era biondissima, aveva una faccia con un nasino un po’ stupido e vacui occhi azzurri appena sporgenti, che a volte, quando si arrabbiava diventavano duri e si incupivano. Aveva una voce autoritaria dove le effe sostituivano la v, e quando diceva «fieni qui» era spesso per una punizione. Da quando era arrivata Bibì aveva dovuto sopportare una disciplina cui non era abituato, e in cuor suo pur cercando di tenersela buona, non ce la faceva proprio ad obbedirle. Capiva anche che gli avevano appioppato questa Fräulein non tanto per educarlo e perché gli insegnasse un po’ di tedesco, ma per lo snobismo della madre. Qualcuna delle famiglie più in vista della città aveva in casa una Fräulein, era molto chic avere una Fräulein, pensava Bibì, ma intanto era lui a farne le spese, lui che doveva subirsela. Brighitte era giovane e «tosta» (l’aveva sentita dire da suo zio questa parola), e Bibì, con la malizia che hanno alcuni bambini, e lui certo era uno di questi, pensava che le visite frequenti di quel suo zio, specie quando la madre era uscita e in casa non c’era nessuno, erano dovute alla presenza di Brighitte, e anche certe risatine che mentre lui studiava gli arrivavano dalla stanza accanto. Come mai c’era tanta confidenza tra lui e la Fräulein? E perché erano seduti uno accanto all’altra sul divano del salotto? Con altri Brighitte questa familiarità non se la sarebbe mai permessa, in casa era sempre molto professionale, ma lo zio era un buontempone, la faceva ridere. Anche se spesso era antipatica e scostante Bibì sapeva che Brighitte aveva qualcosa che attirava gli uomini, non solo suo zio, ma anche un signore elegante, con ondulati capelli bianchi, che aveva visto ai giardini della Villa Comunale arrivare puntualmente. Bibì, accompagnato da Brighitte, ci andava per giocare con Ino e Rachelina, due bambini anche loro accompagnati dalla Fräulein. Due bambini ebrei (ma lui non lo sapeva), non lo seppe neanche quando scomparvero improvvisamente dal giardino e lui non aveva più nessuno con cui giocare, e domandava: «Ma dove sono andati Ino e Rachelina».

Quel signore coi capelli bianchi e ondulati si presentava sempre davanti alla «fontana delle paparelle» dove nuotavano le anatre dal collo iridato, i cui riflessi Bibì non si stancava di guardare. Mentre lui guardava le paparelle Brighitte e quel signore si parlavano, e Bibì si accorse che Brighitte era bella, o poteva apparire bella, perché quel signore la guardava come se fosse bella. Brighitte, sempre scontrosa, mentre parlava con quel signore diventava più gentile, Bibì la vide sotto una luce diversa, qualcosa, forse l’ombra della gelosia, attraversò come una nuvoletta la sua anima ignara.

Nella Villa Comunale Brighitte incontrava spesso un’altra Fräulein, una del suo paese, e tra loro parlavano in una lingua incomprensibile e gutturale, e chissà di che parlavano e perché erano sempre tanto ridanciane.

«Bibì, fai sentire a Else la poesia che ti ho insegnato.»

Bibì ripeteva a pappagallo la poesia, una filastrocca di cui non capiva niente, e che non era tedesco ma forse il dialetto di quel paesino da cui provenivano entrambe.

«Allora gliela fai sentire?» comandava severa Brighitte.

E Bibì ripeteva il ritornello che ancora a sessant’anni anni di distanza ricordava distintamente e che era diventato nel tempo per lui una formula magica con cui evocava talvolta Brighitte e la famosa «scena primaria»:

Mace, crepace, saurazio stuì / Vo prì do titonkciaz viczerio o comodàr, drin drin drin drin/ Corna planinse osenisettisì/ drin drin drin drin...

Bibì non aveva neppure finito di pronunciare l’ultima parola che Else tutta rossa e con la mano sulla bocca tratteneva a stento il riso che infine proruppe, e intanto guardava Brighitte come a dirle: Ma sei pazza? Cosa gli fai dire a questo bambino?

Bibì benché ingenuo (per modo di dire) capiva benissimo che quelle parole erano sconcezze immonde, oscenità, che se le avesse dette davanti a qualcun altro che le capiva sarebbe stato trattato come un teppista e preso a calci nel sedere.

raffaele la capria
Else intanto s’era fatta seria e rimproverava Brighitte con voce sommessa, e mentre le parlava guardava Bibì con un certo compatimento, come se pensasse: guarda questo povero bambino in mano a chi è capitato. E però più forte in lei era il divertimento, e Bibì vedendola in quello stato convulso ricominciava:

Mace, crepace, saurazio stuì

Finché Brighitte diceva: «Ora basta. Else si è difertita abbastanza.» «Ma Fräulein, me lo dici cosa vuol dire Mace, crepace?» «Te lo dirò una folta o l’altra se mi obbedirai e sarai brafo.» Ma ritornando a quell’«immagine primaria» (così imparò a

definirla dopo), tornando a quel ricordo che lo aveva impressionato più dei bombardamenti, le cose erano andate così: Qualche volta sua madre rimproverava Brighitte, era raro ma accadeva. Quella volta Bibì aveva sentito da un’altra stanza toni più aspri e risposte altrettanto aspre di Brighitte. Certo è che quando la madre era uscita e Bibì era rimasto solo a casa, Brighitte lo aveva chiamato con la voce di comando che aveva quando era arrabbiata:

«Fieni qui.»

Lui era entrato nella sua stanza e l’aveva vista seduta su una sedia che lo aspettava.

«Sdraiati.» Lui si era sdraiato a terra. «Lefami le scarpe.» Lui le aveva tolto le scarpe, e lei lentamente, mentre lui era

sempre sdraiato a terra – «non muoferti!» – si era sfilate le calze e aveva poggiato i suoi piedi nudi davanti alla faccia di Bibì.

«Bàciali.» Bibì li aveva baciati. «Adesso chiedi scusa per tua madre.» «Scusa.» Erano due piedi – lui ne vedeva le piante – snelli ed arcuati,

con il secondo dito, quello accanto all’alluce, più lungo dell’alluce. E da quel momento Bibì aveva diviso le persone in due categorie, quelle col secondo dito più lungo dell’alluce, «piede nordico», e quelli con le dita digradanti, «piede mediterraneo».

Da allora le persone col «piede mediterraneo» sembrarono a Bibì meno interessanti di quelle col «piede nordico». Il «piede nordico» di Brighitte, la pianta che lui vedeva, rivelava una certa nobiltà per la sua raffinatezza, ma di questo Bibì non ebbe coscienza immediata, solo dopo lo pensò, nei sessant’anni che seguirono quel momento, in tutti i sessant’anni che seguirono quel momento. Aveva una raffinatezza quel piede rivelata dal suo biancore, un biancore eburneo, che in seguito aveva rivisto al museo nei piedi delle matrone romane. In quelle statue tutte le matrone e tutte le Veneri avevano il «piede nordico», e siccome le matrone e le Veneri appartenevano alla civiltà mediterranea, la sua classificazione non funzionava. Bibì cambiò «nordico» con «classico». Dio è nel dettaglio, ha detto qualcuno. Ma anche il diavolo trova talvolta nel dettaglio lo spiraglio per insinuarsi e cominciare il suo lavoro. Questo Bibì non lo sapeva ancora.

Brighitte aveva il piede «classico», e al suo comando: «Bàciali.» Bibì volentieri aveva obbedito. Quando aveva sentito sulle

labbra la pelle leggermente ispessita delle piante e un leggerissimo ma eccitante odorino di chiuso, forze oscure s’erano svegliate nel piccolo cuore di Bibì, lui aveva sentito il tam tam dei tamburi nella foresta primordiale, e la voce, ora divertita, di Brighitte:

«Che fa il tuo pistolino?»

Il pistolino di Bibì infatti s’era indurito e quando la morbida mano di Brighitte lo aveva appena sfiorato, era esploso come un fuoco di artificio e Bibì era entrato nella gloria di un piacere sconosciuto, mai prima provato, e aveva adorato quei piedi che lo avevano provocato.

Dopo quella volta Bibì aveva cercato in tutti i modi e con vari pretesti di far litigare la madre con Brighitte per essere di nuovo punito e obbligato a chiedere scusa, e qualche volta la sua strategia aveva funzionato. La madre rimproverava Brighitte, Brighitte si vendicava a modo suo su Bibì, e Bibì volava in paradiso.

Era troppo bello, ma a furia di trovare pretesti per far litigare la madre con Brighitte, era capitato che un litigio più serio aveva fatto licenziare Brighitte. Brighitte aveva preso le valigie e con la sua effe e suoi bei piedi bianchi era andata via.

Non prima però di aver inflitto una severa e indimenticabile punizione al suo Bibì, che le rimase grato e la rimpianse per tutta la vita.

(continua in libreria)

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