"L'urlo del piacere", un libro va alla scoperta dell'antropologia dei gemiti d'amore
di Ariela Baco
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Un immaginario che esse mantengono, stimolano e producono in chi legge e contemporaneamente pensa. Oltre ad agire, speriamo. L’urlo del piacere, di Luciano Spadanuda, di Coniglio editore, ha come sottotitolo Antropologia dei gemiti d’amore. Il primo capitolo comincia illustrando, senza inopportuni pudori, i temi ricorrenti della letteratura che non viene definita erotica, ma direttamente pornografica, evitando le distinzioni che potrebbero distrarre e portare il lettore a discernere tra amore, sesso, descrizione del desiderio, conquista ed altre categorie che con le capacità attive e piacevoli del corpo, dei suoi godimenti lunghi, delle sue bellezze e capacità hanno a che vedere, a volte, solo in maniera marginale. Poi gradualmente il saggio si sofferma ad elencare ma soprattutto ad analizzare quella che è la sua materia principale: i gemiti, appunto.
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I suoni che caratterizzano i gesti che, pur non avendo spesso un senso immediato ma essendo la sottolineatura di un intenso piacere oppure la voce che dà parola agli atti, sono quelli che inducono i protagonisti dei romanzi erotici del Settecento, dell’Ottocento e anche dell’inizio del secolo ventesimo, a scoprire gli atti amorosi dei propri genitori, dei fratelli, delle sorelle e di molti altri tra amici e parenti vari. Suoni che li conducono prima a spiare dai buchi delle serrature o delle pareti e poi direttamente nelle camere in cui i corpi si svelano, si spogliano e la pelle seduce. L’approccio dell’autore verso questo tema non è ironico né direttamente partecipe: egli descrive e commenta, da studioso, il significato letterario ma soprattutto quello sociologico di un tale fenomeno. La sua particolare bravura risiede nel saperlo fare senza essere morboso né troppo distaccato: dalla sua scrittura e dalla sua analisi traspaiono l’interesse vivo che egli nutre per questo argomento. L’amore coinvolge e stravolge l’intera funzione del corpo, scrive Luciano Spadanuda, e lo fa sia in senso puramente fisico sia in quello mentale, coinvolgendo le azioni e la fantasia. Dando luogo e prassi all’immaginario desiderato; rendendo spesso realizzabile ciò che la mente ha elaborato come massimo godimento. L’autore spiega in maniera scientifica ciò che succede al corpo durante un bacio o una carezza. E attraverso un uso del linguaggio, uno stile, che valorizza la precisione senza alterare la potenza intrinseca al gesto amoroso, aggiunge al significato fisiologico dell’atto quello della percezione – anch’essa sicuramente chimica nel suo svolgersi ma poi anche letteraria o poetica o descrittiva o culturale – del suo propagarsi dalla pagina alla memoria oppure viceversa.
Il saggio riporta anche interessanti trascrizioni di alcuni dibattiti - per esempio tra i surrealisti - proprio intorno all’importanza dei gemiti amorosi, al loro essere più o meno espliciti – e quindi volgari, soprattutto se decontestualizzati. E al fatto – spesso dibattuto anche in epoche molto più recenti di cui Spadanuda riporta indagini e percentuali – se le parole forti, esplicite e quindi impudiche, durante l’atto sessuale, siano realmente eccitanti oppure no. La sua analisi prosegue nei capitoli successivi con la spiegazione dei diversi generi di parole usate durante i preliminari sessuali, l’atto vero e proprio e durante l’orgasmo. L’autore li divide in categorie – sporche, affettuose, di guida – rifacendosi agli studi di molti sessuologi contemporanei. Egli cita anche la frase che tutte le donne odiano sentirsi dire dagli uomini dopo un rapporto sessuale: Ti è piaciuto? Ma che purtroppo moltissimi uomini continuano ancora a pronunciare. Frase che rappresenta non solo tutta l’insicurezza maschile e il bisogno di ascoltare quanto siano belli e bravi – chiedendo alla donna una funzione materna e distaccandola quindi dal suo essere amante - ma che in qualche modo implica – in contrapposizione, ma non in contraddizione poiché sempre allontana l’essere femminile dalla sua identità di compagna di gioco sessuale - anche uno sguardo a distanza, una estraneità, insita nel giudizio stesso. Sono altre infatti le vocalizzazioni, le vibrazioni delle corde dentro la gola, che hanno il compito di rassicurare e affermare che un amplesso è stato piacevole. E variano da persona a persona. Spesso sono quelle femminili ad essere maggiormente enfatizzate nella letteratura pornografica – sia perché gli uomini sono stati abituati per educazione a non lasciar trapelare le loro emozioni sia perché questa probabilmente nasce come genere letterario apertamente dedicato principalmente agli uomini. Le grida di piacere e di dolore si assomigliano tutte, scrive ancora Spadanuda, e questa affermazione, apparentemente disarmante e inquietante, è in realtà la semplice enunciazione di una altrettanto semplice verità: ciò che arriva direttamente dal nostro corpo ha sempre un’immediata e facile interpretazione. La libertà vocale che ne consegue – se la lasciamo intatta come libera espressione – è un suono che scioglie. Dal dolore. Oppure che riempie l’aria, poiché chi gode sa far partecipare tutto quello che può, di sè. Esaltandolo.
Luciano Spadanuda, L’urlo del piacere, Coniglio editore. Pagg. 223. Euro 14,50.



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