L'esordio di Osimo, un inconsueto omaggio letterario alle nostre origini
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In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spaiati, piaceri e dispiaceri della carne, cammina Bruno, senza bussola nel mondo finché non scopre che la lingua parlata da sua madre, e spacciata per italiano corrente, è in realtà mammese, o tampònico. Sua madre parla una lingua che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura, se non mettesse in imbarazzo, se non suscitasse emozioni: "Mi raccomando" vuol dire "È questione di vita o di morte"; "Ti voglio bene" si dice "Complimenti".
Cominciare a tradurre dal mammese salva la vita a Bruno e gli insegna l'arte della differenza, la difficoltà di comunicarla; l'arte di adattare e di adattarsi. Si trasforma così in un traduttore alfiere: indomito, sempre in servizio. Alle prese con paure improvvise ma dotato anche di risorse segrete: per esempio una mano morbida e asciutta che a volte lo protegge quando vede le cose brutte davanti a sé. È la mano che suo padre gli metteva sugli occhi e sulla fronte quando, facendo spese il sabato mattina, il macellaio alzava la mannaia. Storia di una vita e di un'epoca in quarantacinque voci.
Due madri ebree si incontrano e una dice all'altra: "Mio figlio, pur di parlare di me, va dallo psicanalista quattro volte la settimana". La seconda mamma ribatte: "Mio figlio, pur di parlare di me, ha scritto un libro".
E in effetti Bruno Osimo, con un sorriso, presenta sua madre come 'la protagonista di questo libro'. Leggendolo, si scopre che è un omaggio alle nostre origini, che impariamo ad amare in ritardo; al senso che abbiamo finalmente dato alla vita dopo capitomboli, scosse e progressivi adattamenti. Nel suo caso, la vita di un uomo che è venuto a patti con la sua condizione di "ebreo tra i non ebrei, di diversamente ebreo tra gli ebrei" e ha fatto della traduzione la chiave d'accesso alla realtà, accettando l'indeterminatezza del senso, la preziosa rarità di ogni corrispondenza.
L'AUTORE - Bruno Osimo traduce dal russo, insegna traduzione, pubblica manuali sulla traduzione e studia l'ebraico per ricavarsi un tempo sospeso, fine a sé stesso. Vive a Milano con la sua famiglia e va a correre all'alba ogni mattina, perché intanto che vive, crede di doversi preparare alla sua Fuga: la fuga fa parte della sua identità.
LEGGI IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO DAL LIBRO
(per gentile concessione di Marcos y Marcos)
AMERICANO 1
Il fatto che i figli della zia Lucia siano fuggiti dall’Italia, uno per diventare britannico e l’altro statunitense, ha avuto enormi conseguenze, anche sulla loro pronuncia dell’italiano. L’idea era di andare in due paesi diversi lontani dalla Catastrofe, per scegliere quello più adatto su cui convergere in seguito. Ma il carattere aveva dettato la scelta, e la scelta plasmato il carattere. Quando li ho conosciuti io, un quarto di secolo dopo, sentendoli parlare in italiano, che Franco fosse americano e Italo britannico era impossibile non pensarlo. Ma era anche impossibile pensarlo, perché non avevo ancora studiato e non sapevo cosa volesse dire. Franco ha un timbro di voce grasso, quando parla
sembra che dentro la sua bocca ci siano due girarrosto che girano girano lasciando colare il grasso, che va tutto a finire nella sua voce. Ma la sua voce è bassa, come quella di un incatramatore di strade, e quando parla dalla sua bocca esce un’autostrada asfaltata di parole, ancora calda che non si può pestare, bisogna aspettare che si asciughi Franco è milanese, e naturalmente sa ancora parlare in milanese, però lo parla con l’accento californiano, con la classica patata in bocca. Quando dice “el bamburin de la mié d’un ghisa”2, seguìto dalla sua risata pastosa, inevitabilmente ce lo si immagina come “l bumboureen dailluh meeyay doon gueezuh”. E i suoi occhiali enormi, di grossa plastica trasparente a forma di goccia arrotondata con la punta verso la stanghetta, come quelli di tutti gli scienziati americani degli anni Sessanta, si aggiungevano naturalmente alla sua pelle spessa, da uomo vissuto, con i
crateri immensi dei peli della barba sempre fatta, le spalle larghe e le labbra carnose, molli. Un giorno a Salò quando ho chiesto alla nonna Pia (quella del malegnaso) se Franco era buono, lei ha risposto: “È una pasta”. Allora le ho chiesto spiegazioni, perché non avevo idea di cosa fosse una pasta d’uomo. E lei mi ha spiegato che ‘una pasta’ in nonnese vuol dire ‘buono’, vuol dire semplicemente ‘buono’. Non ho pensato alle paste della pasticceria. Non ho pensato alla pastasciutta. Mi sono immaginato la nonna Elena che fa la pasta (senza acqua, solo uova!!! e la mamma: “Nemmeno un goccio d’acqua?” che tradotto dal mammese significa “Massimo un uovo, e per il resto acqua, cos’è ’sto spreco inaudito!”) e ottiene quel fagotto morbido, malleabile, all’esterno un po’ infarinato, all’interno più scuro, più umido, come un essere vivente che nasconde dentro il proprio umore vitale. Se qualcuno
lancia un coltello contro la pasta, la coltellata si smorza, la violenza si trasforma in morbidezza, l’acume tagliente si trasforma in inerzia, senza morti né feriti. Chissà perché Franco è una pasta. Forse perché la sua pelle è molle e si può lavorare. Forse perché la sua voce è catrame bollente che si deposita davanti a lui e a poco a poco asfalta il suo discorso. È una pasta d’uomo. Dopo avere fatto tantissimi lavori - tra cui l’autista a New York senza avere la patente e senza saper guidare – Franco è finito a fare il contabile in California per una multinazionale petrolifera che aveva una politica antisemita, quindi, paradossalmente, dopo essersi salvato dal fascismo e dal nazismo in Europa, in America ha dovuto nascondere per tutta la vita fino alla pensione di essere ebreo sul posto di lavoro per evitare di essere, non sterminato, semplicemente licenziato. L’azienda per la quale lavorava aveva una politica discriminatoria verso gli ebrei dettata dalle splendide relazioni con le famiglie regali arabe. (continua in libreria)



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