Il direttore di Rai1 Mauro Mazza all'esordio nel romanzo
Nell'ottobre del 1942 il giovane antifascista Giaime Pintor, accompagnato da Elio Vittorini, prese parte a un convegno di scrittori finanziato dal ministro della propaganda hitleriana Joseph Goebbels. Ne "L'albero del mondo" (Fazi) Mauro Mazza, intreccia fiction, filosofia e storia... SU AFFARITALIANI.IT LEGGI UN ESTRATTO

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LO SPECIALE
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LA TRAMA - Nel 1943, a soli 24 anni, Giaime Pintor morì in uno dei primi scontri con i tedeschi, diventando uno dei simboli della resistenza italiana. Pochi sanno però che un anno prima, il giovane letterato aveva partecipato, insieme ad Elio Vittorini, al secondo Convegno internazionale degli scrittori organizzato dal Terzo Reich. In quell' autunno, la certezza della vittoria del nazismo lasciò il posto a dubbi e paure. Questo romanzo originale, in cui trova spazio anche la storia del fisico siciliano Ettore Majorana, scomparso nel nulla nel 1938, racconta gli interrogativi di due intellettuali nel mezzo di un'umanità sbandata, confusa, su cui incombono le inquietanti ombre del vicino campo di concentramento di Buchenwald.

L'AUTORE - Mauro Mazza è nato a Roma nel 1955. Ha pubblicato un saggio su Giovanni Papini, L’inquietudine di un secolo, e sulla storia della televisione italiana, TV: moglie, amante, compagna. Giornalista dal 1979, ha lavorato al GR1 e al TG1. Dal 2009 è direttore di RAI 1, dopo aver guidato per sette anni il TG2.
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(per gentile concessione di Fazi)
L’interesse del raduno o meglio il suo vero tema,da nessuno apertamente confessato e affrontato,ma da tutti sfiorato con frasi, allusioni e piccolisfoghi confidenziali, era uno solo: il domani.
MARIOSERTOLI, relazione sul convegno di Weimar
I lavori del convegno si trascinavano stancamente. Ogni volta che Pintor si affacciava nella sala del Caminoprovava un senso di spaesamento. Gli sembrava di trovarsi nel mezzo di una commedia mal recitata, con attori mediocri e sceneggiatura debolissima. A colazione, quella mattina, imburrando una fetta di pane nero, Antonio Baldini disse che era come stare a Roma, in quel quartiere Flaminio abitato da gente rumorosa, spesso becera evolgarotta, che alza la voce e ride sguaiata per un nonnulla. «Valeva la pena venire fino a Weimar?», chiese senzaaspettarsi una risposta. «A Roma il caffè, quando si trova quello vero, è buono. E il pane è bianco e saporito. Ecco cosa mi manca: una bella, croccante e calda ciriola!».Intanto si susseguivano gli interventi. Nessuno pareva in grado di suscitare il minimo interesse né un dibattito. Non ci fu una scossa nemmeno quando un ungherese, József Nyírö, con ingenuità più che con malizia, pose una questione ai padroni di casa tedeschi. «Dell’Unione degli Scrittori magiari», chiese a nome della delegazione, «possono far parte anche autori ebrei, che hanno molta partee discreta importanza nella storia culturale della nostra patria e nella letteratura del nostro secolo?». Come sempre, il traduttore ripeté l’intervento in tedesco e in italiano. Nella sala si levò un brusio, Pintor incrociò per un attimo lo sguardo incuriosito di Falqui. Il presidente finlandese dell’assemblea, Veikko Antero Koskenniemi, alzò la testa dai fogli in cui era sempre immerso e chiamò alla tribuna Karl Rothe, scrittore tedesco di brutti romanzi e direttore d’orchestra. Questi si alzò dalla sua sedia e, senza avvicinarsi alla tribuna, scandì ad alta voce: «Di tale questione ci occuperemo più avanti». Fine della discussione. Fal qui scrollò il capo, sconsolato, mentre Giaime trattenne a stento una risata. La situazione gli appariva più clownesca che squallida. Uno spagnolo, Caballero, si avventurò come un redivivo Don Chisciotte in un’esibizione di patriottismo. «Il nostro gruppo», scandì solennemente, «deve intendersi in questo raduno quale rappresentante non soltanto della penisola iberica, bensì anche dell’America Latina, enon per vincoli di storia o per legami culturali o linguistici. La Spagna, infatti, partecipa alla lotta in corso per il trionfo della civiltà nel nome di un complesso di nazionalità di centotrenta milioni di uomini». Nella sala fututto un vociare. Baldini sussurrò a Giaime: «Però, questi spagnoli! Combattono in segreto… chissà su quale fronte. Non me n’ero mai accorto». (continua in libreria)


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