Keith Jarrett e la libertà

Venerdì, 8 maggio 2009 - 18:00:00

Di Patrizia Gioia

Ci sono dei giorni, e non sono moltissimi, in cui ti rallegri della spesa del giornale. Lo scorso 7 maggio è  stato uno di questi, perché trovare sulle pagine del Corriere uno come Keith Jarrett che dice proprio quello che anche io sento profondamente ti fa sentire meno solo e sentire che lo dice con quell’irrefrenabile impulsiva entusiastica passione che mi caratterizza, ti fa ancora sentire anche meno sbagliato di quello che normalmente i più ti fanno sentire quando, a fiuto come gli animali, sentono che sotto quella pianta c’è puzza d’eresia.

Sia ben chiaro che per me essere eretico è niente più e niente meno che provare ad essere “vero cristiano”, ( i catari insegnano), cioè un essere umano che tenta di percorrere la retta via, ben sapendo anche di errare, ma facendo di tutto poi per ritrovarla la strada. E si sa quando la si ritrova la strada, perché la gioia torna in nostra compagnia e noi in armonia.

Allora, Keith ci dice che è ora di smetterla di scambiare la concentrazione per arroganza, di smetterla di tenere la nostra immaginazione al guinzaglio, di smetterla di suonare Bach e Mozart e Beethoven cercando di metterci dentro qualcosa di personale, uno sforzo inutile e terribile, dato che l’unica cosa che possiamo tentare ed osare e rischiare è di non essere nemmeno fedeli a noi stessi. Libertà va cercando, scrive Dante.

Naturalmente ora lo sappiamo, se non vogliamo continuare ad essere come quelle tre scimmiette del non vedo non sento non parlo, confortati come siamo dal continuo stupore che ci offre la fisica quantistica, (una delirante verità il suo esperimento del gatto in scatola!), che tutto è solo relazione, che solo l’intervento dell’osservatore, della coscienza, fa la realtà e, come ben dice anche Jarrett:

“il cervello è ingannatore, le dita gli dicono cose che, da solo, non immaginerebbe mai.”

Relazione!!! Non siamo monadi, nulla è separabile, mente cuore mano - umano cosmo divino, tutto tessuto inter-in-dipendente della realtà o meglio ancora, del Mistero che ci contiene.

Come ha scritto il mio amico Shantena Sabbadini, fisico e traduttore con Rudolf Ritzema della nuova versione di I Ching di Eranos: “nel Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse il protagonista, Joseph Knecht, futuro maestro del gioco che è la summa di tutte le conoscenze e di tutte le arti umane, soggiorna in qualità di apprendista in un eremo detto 'il giardinetto di bambù', dove il 'Fratello Maggiore' lo istruisce nell'arte di consultare l'I Ching, il Libro dei mutamenti, l'antico testo divinatorio cinese. Verso la fine del suo soggiorno Joseph ha ormai acquistato una notevole dimestichezza con il libro e maneggia con abilità gli steli di achillea usati per consultare l'oracolo. (Sembra che sia stato proprio il tintinnio di questi basoncini a ispirare in Hesse l'idea del gioco delle perle di vetro.). A questo punto naturalmente Joseph vorrebbe includere l'antica arte di consultare l'I Ching nel gioco delle perle di vetro. Ma il Fratello Maggiore gli risponde: puoi fare entrare un giardinetto di bambù nel mondo, non il mondo in un giardinetto di bambù.”

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